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Ontologia dell’ontykona….c’è un’ontosonanza e un ontovisione o una onto-risonanza o un onto-previsione ontoepistemica dell’essere-arte-disarte-dell’ikona-dell’essere delle muse-dismuse abbandonate, ma mai fuggenti, dagli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi. Quella ontosonanza e ontovisione-disvisione si eventua alla presenza ontoepistemica del musagete-dismusagete in estatica con-templatezza della ontorisonanza-ontoprevisione delle muse-dismuse-attanziali e seducenti, anzi ontoattanti e introducenti l’ontoducenza della destinanza dell’essere-arte-dell’essere e giammai arte dell’ente o del non-ente o del niente o del nulla: giacchè lì si eventua l’ontovisione dell’essere, la visione ontologica dell’esser-arte, la risonanza ontologica dell’aletheia dell’essere compresa solo dall’ontorisonanza del musagete mitico-dismitico-ontopoietico. L’epistemica o l’ontica o l’ontoteologia negano l’evidenza di quella comprensione, negano l’esistenza dell’ontovisione e ontosonanza dell’essere, giacchè per loro l’unica visione possibile è quella della mondità: la visione della mondanità è la sola realtà plausibile, anche nella visione clonante dei mondi possibili virtuali o immaginari: esiste per loro l’unica visione del mondo senza l’essere senza essere o esserci alterità, ma la messa-dismessa in opera della verità nell’esser-arte ci svela l’esistenza della visione dell’essere, dell’interesserci, dell’interessere-disinteressere. La visione della mondità vuota giacchè gli dei sono fuggiti è una visione della vivenza dis-ontoteologica e perciò onto-visione dell’esserci del musagete in ontosonanza con le muse-dismuse senza più dei-disdei fuggenti-disfuggenti. Ma gli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi non portano con sé la verità dell’essere o il canto dell’essere o l’ikona dell’essere o la poiesis dell’essere o il mito dell’essere o la gestell dell’essere, anzi quelle varietà dell’essere si sottraggono, non fuggono insieme agli dei, ma soggiornano poeticamente con le muse-dismuse in ontosonanza con la vivenza del musagete-dismusagete che cura la verità dell’essere giammai fuggita attraverso l’onto-visione dell’essere opera d’arte mai fuggita con gli dei, ma che continua ad abitare poeticamente la radura-disradura dell’essere. Gli dei sono fuggiti dal mondo, dalla verità, dal mito, dall’epistemè, dall’esserci, dalle ikone, giammai sono fuggenti dall’essere, giacchè l’essere è indifferente di fronte all’evento della fuga-disfuga degli dei-disdei e non si lascia influenzare dalla loro fuga, infatti gli dei non sono fuggiti e mai possono fuggire dall’essere. Anzi l’essere non fugge mai dal mondo e men che mai dal mondo degli dei o dagli stessi dei-disdei, giacchè l’essere fonda il mondo e la mondità degli dei in fuga-disfuga. Tant’è che con la sua ontovisione-ontosonanza-ontopoetante imaginaria si dà e dà alla luce o si dà e dà al mondo gli dei classici o mitici o ontoteologici o eventuali o morti-risorti o immaginari, si dà e si lascia fuggire gli dei ematopoietici o si lascia sfuggire gli dei-disdei in fuga-disfuga, ma mette in opera, dismette, crea l’attanza intermittente della messa in opera dell’essere arte della creatività dell’essere-sacro, dell’essere-divino, dell’essere il dio-infuga-disfuga dal mondo e dal mito e dalla verità epistemica-disepistemica. L’essere si getta, si dà, disgetta nella mondità l’opera d’arte dell’ontorisonanza-ontovisione-ontopoetante-ontoimaginaria che crea l’ontologia mitopoietica dell’evento post-mortem del divino, dell’evento del dio-che-viene-dal-nulla, dell’eterno ritorno degli dei fuggenti-disfuggenti, qui s’eventua l’ikonopoiesis o l’ikonopoietica dell’essere che si dà quale essere-del-sacro, essere-del-divino, essere-della-mitopoiesis degli dei-disdei in fuga-disfuga nel loro eterno ritorno nell’opera d’arte del musagete-dismusagete. È la dis-apparenza dell’apparenza, il venire alla luce dell’essere che non c’era più, o che si kriptò nell’opera d’arte, per esserci aldilà dell’apparenza epistemica, quale dis-apparenza ontologica dell’ikonapoiesis dell’essere nella sua qualità d’essere arte che consente l’ontovisione dell’essere. Gli dei-disdei fuggenti-disfuggenti o fuggitivi-disfuggitivi sono fuggiti dalla mondità e forse anche dalla mondanità, ma mai sono fuggiti-fuggenti dall’essere, giacchè l’essere non si lascia sfuggire gli dei e gli dei non possono fuggire dal loro essere e forse neanche dal loro esserci: l’essere non fugge né dagli dei, né dalla mondità sacra degli dei, né dalla physis degli dei, né dalla gestell o gegenstand divina, né dalla comprensione epistemica o ermeneutica o mitopoietica o epistemologica degli dei fuggenti-fuggitivi-abbandonanti l’esserci del musagete. Anzi è l’essere che fonda e getta il mondo-degli-dei-disdei, si dà per dare alla luce l’ikonapoiesis trascendente l’ikonoclastia dell’apparenza divina fuggente-disfuggente, lascia fuggire gli dei classici o mitopoietici o gli idola bruciati dall’ikonoclastia mondana per dismettere, mettere in opera l’arte della creatività dell’essere in essere ikonapoiesis, l’arte dell’incessante creazione degli dei quale arte dell’essere che getta nella mondità l’opera d’arte dell’onto-risonanza della dis-apparenza poetante imaginaria, la quale sempre crea-discrea l’ikonapoiesis-post-ikonoclastia della re-esistenza, re-surrezione, eventuale degli dei che vengono dal nulla, dell’eterno ritorno degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi. È l’ikonapoiesis-post-ikonoclasta che si dà quale essere-arte-del-sacro-essere, dell’essere-divino-essere, della mitopoiesis della dis-apparenza-post-apparenza degli dei-disdei-post-ikonoclastia-ikonopoitica dell’opera d’arte che si disvela quale ontovisione della verità dell’essere-arte-sacra. Gli dei hanno abbandonato l’apparenza mondana per abitare divinamente il mito post-ikonoclasta per essere solo mitopoiesis archeologica, ma non hanno più soggiornato nella radura-diradanza dell’essere: lì nell’abisso-disabisso della spazialità vuota ove l’essere si eventua per abitare la mondità non c’è la presenza-assenza, né l’apparenza-dis-apparenza degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi, ma solo l’ontopoiesis o ikonapoiesis-post-ikonoclasta dell’ontosonanza-ontovisiva dell’essere. Per tali eventi l’essere non si sente abbandonato, non avverte l’apparenza-dis-apparenza dell’abbandono, anzi si lascia o lascia che dei abbandonino la mondità per rifugiarsi nel mito-post-ikonoclasta, né l’essere si rivela soccombente dinnanzi alla furia catastrofica e decostruente dell’ikonoclastia mitica dell’apparenza dell’ente-sacro, anzi è indifferente di fronte agli eventi del nihilismo-ikonoclasta attuato dalla tecnè-epistemica-mitoklastica, giacchè la sua ikonopoiesis-post-iconoclasta si dà, si eventua sulle ceneri degli eventi-ikonoclasti-mitoclasti delle entità-sacre-mondane o della mondanità. L’essere ikonapoiesis-post-ikonoclastia della mitopoiesis-post-iconoclasta si eventua anche quando gli dei sono scomparsi, o la loro apparenza è dis-apparenza, o sono fuggiti-disfuggiti dinnanzi alla volontà di potenza iconoclasta o mitoclasta della tecnica ontoteologica, o la loro fuga-disfuga sia approdata nel regno del mito per sottrarsi alla furia decostruttrice dell’iconoclastia o mitoclastia dell’epistemè-tecnè, anche dopo tutti quei possibili e plausibili eventi ed anche quando l’essenza del sacro e del divino si presenti nell’apparenza-dis-apparenza dell’eterno ritorno dell’ikonoclastia o della mitoclastia, anche allora l’essere si dis-oblia con indifferenza nella ikonapoiesis-post-iconoclastia, nell’ontosonanza dell’onto-apparenza-dis-apparenza, nell’ontovisione delle muse-dismuse dell’essere e dell’interessere, della mitopoiesis-post-mitoklastia per soggiornare quale essere-opera-d’arte del musagete-dismusagete e per eventuarsi quale verità ikonopoietica-post-iconoclasta dell’essere, quale aletheia-disaletheia dell’ikonapoiesis-post-iconoclasta della messa in opera dell’esser-arte o della dismessa ikonopoietica-post-ikonoclastica dell’opera d’arte dell’essere. Per tali e tanti eventi ontologici o per tale destinanza-post-mito-iconoclasta anche quando l’opera d’arte è abbandonata dagli dei-disdei in fuga-disfuga per apparenza-destinanza iconoclasta o mitoclasta o ontoteologica o epistemica, l’essere non si cura o è indifferente o cura la sua passione per l’indifferenza per quella fuga-disfuga e quindi mai abbandona la verità ontologica dell’opera d’arte, giacchè la sua ikonapoiesis-post-iconoclasta non è mai scalfita dal nihilismo dell’iconoclastia-mitoclastia epistemica della tecnè dell’apparenza ontica e mondana. Anche quando l’opera d’arte viene decostruita dalla tecnica-epistemica-ikonoclasta-mitoclasta la sua ikonapoiesis si eventua nell’erranza dell’ontosonanza e nell’ontovisione ematopoietica dell’ontopoiesis o imagopoiesis dell’aletheiapoiesis: giacchè è l’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis della mitopoiesis che si eventua nella gestell dell’opera d’arte, anche quando gli dei-disdei ontoteologici sono fuggiti-disfuggiti e l’arte fu ed è stata preda dell’ikonoclastia e mitoclastia della tecnica-epistemica ontica e mondana. Anzi proprio quando impera nell’arte e nella pro-gettualità la tecnè-epistemica-virtuale-ikonoclasta sopratutti allora si dà, c’è, ilya, l’eterno ritorno dell’aletheiapoiesis nella sua ontosonanza-ontovisiva-ontoprogettuale-post-ikonklasta del musagete-postmitoklasta contemplante l’ikonopoiesis delle muse-dismuse-postmuseklaste ontopoietiche-postmitoklaste e mitopoietiche-postikonoklaste. L’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis è quella che resta-invisible, disapparenza-della-apparenza, è l’esserci-mai-visto, mai-visibile, mai-udibile, mai-dicibile di fronte alla furia nihilista dell’ikonoclastia e mitoclastia evidente dopo la fuga ontoteologica degli dei-disdei o dinnanzi all’imperativo della volontà di potenza della tecnè-epistemica-iconoclasta-mitoclasta: lì nell’epoca della sua morte irreversibile c’è il suo eterno ritorno, lì ove si celebra la sua assenza ontoteologica c’è la sua presenza ontologica-postepistemica-post-tecnè. L’ontologia della verità dell’opera d’arte lì si eventua, lì nella prossimità-disallontanante o nella disallontananza-prossimante, lì nel vuoto kaos-kosmico lasciato in eredità dagli dei fuggitivi-fuggenti, lì nella radura-diradanza si dà quale gestell-postikonoklasta-che-resta-invisibile-inaudita-indicibile, mai-vista, mai-sentita, mai-detta, ontovisione mai-visibile allo sguardo paradigmatico ontoteologico ed epistemico, ontosonanza mai prima d’allora risuonante che si discopre solo alla presenza della con-temperanza del musagete-postmitoklasta e postikonoklasta-ontopoietico dell’aletheiapoiesis ikonopoietica delle muse-postmuse. L’ikonapoiesis custodisce l’enigma dell’opera d’arte, cura e krypta l’indicibile dell’esser-arte, svela alla mondità e all’esserci l’evento dell’esser-creata-arte del musagete-sempre-postepistemico-postikonoclasta-postmitoclasta-postmuse che getta e progetta l’aldilà in con-temperanza dell’ontovisione delle muse-dismuse-postmuse-dell’essere, dell’interesserci-postinteresserci, dell’interessere-postinteressere: o con più pregnanza all’essere-che-resta-invisibile o all’essere-che-resta-inaudito o all’essere-che-resta-indicibile o che fin allora era-invisibile, era-inaudito, era-indicibile, e che si disveli lì ed aldilà in essere che si eventui nell’ontosonanza e ontovisione dell’ontikona o nell’ikonapoiesis o nell’imagopoetante dell’essere musa delle post-muse-in-essere-create dall’arte. Lì in quell’essere-per-la-fine dell’arte o con-figura-disfigura-postfigura delle configurazioni postikonoklaste o in quell’essere-per-la-fine-dell’essere che è ancora invisibile-inaudito-indicibile-abissale-kaosmico si disveli l’evento dell’essere per la fine della morte o dell’essere per la fine della morte-dell’arte quale ikonapoetante dell’essere per la vivenza dell’essere o dell’essere per la vivenza dell’esser-arte-postikonoklasta-post-mitoklasta o dell’essere per la vivenza dell’opera d’arte post-muse o dell’essere per la vivenza della verità nella messa in opera dell’essere arte del musagete-postmitoklasta in contemplanza delle muse-dismuse-postmuse dell’essere. Lì si dà l’evento della com-prensione dell’essere quale ontoepistemica dell’essere-verità-dell’arte, lì si getta il pro-getto ontologico dell’ikonapoiesis-postikonoklasta-postmitoklasta dell’essere-arte-della-verità-dell’essere, dell’essere-arte-dell’aletheia-dell’essere, dell’essere-arte-della-disvelanza-dell’essere. È il pro-getto ontologico dell’essere che si eventui quando gli dei-disdei abbandonano la mondità e la mondanità e l’esserci e l’essere nel mondo per fuggire-disfuggire nel mito o nell’iconoclastia, lì nel medesimo istante l’essere abbandonato dagli dei abbandona gli dei alla loro destinanza ontopoietica per lasciare libertà d’essere alla disvelatezza dell’origine dell’opera d’arte, per essere solo arte dell’essere e mai più solo arte contemplante gli dei in fuga-disfuga ontoteologici, iconoclasti, idola della mondanità. Lì l’essere abbandona gli dei ed è abbandonato dagli dei, ma in quella diradanza vuota, in quella radura-diradanza s’eventua il progetto ontologico dell’essere arte dell’essere: l’arte consente l’onto-visione e l’ontosonanza dell’essere, quale ontologia dell’arte dell’essere-che-mai-non-c’è, ma che c’è sempre e sempre ci sarà


 

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10 marzo 2018

ynphynyty

.....gyax gravyty relatyveventy stryngravytyx relatyvyty sublymy gyacynty stryngrundy kymery metyx sublimetyx metystringx matesystringx eryx sulimeryx erystryngxkyasmy krypty kaosmy physyspoyesy... More > kreonpoyesy kreopoiesy ontokreony eventonkreony pleventy pleventokreon eventontokreon prekreony metakreony ... stryngx kymery metyx sublimetyx metystringx matesystringx eryx sulimeryx erystryngx kyasmy krypty kaosmy physyspoyesy kreonpoyesy kreopoiesy ontokreony eventonkreony pleventy pleventokreon eventontokreon prekreony metakreony kreoneventy katakreony prokreony postmoderny sophyontokreon .... aldilà della metafisica della ragione è bell'Essere metaontopologia è esserci là'bell'esserCi prepostverità della ratio. Gestellbelnulla infinitontopology È spazialità bellessere infinitontopologia bell'esserCi l'EssereventontopologicA già da pensare in sé'infinitontology È in sé bell'essere. È Bell`Essere in sé'là ......


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14 novembre 2017

lulù

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permalink | inviato da gpdimonderose il 14/11/2017 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 novembre 2017

eventy

losa crearmoniosa dinamosa spiritosA ONTöpolOGOSA spiritosa mitosa essersé creatONTölOGOSA animosa crea dionisiosa stilosa. Da studiosa filosofoSa è'eventosa creatONTölOGOSA mondosa da sé eventosa mielOSA eVento del mondo. La creatività eventosa è ONTöpolOGOSA destinosa in sé dà evenToSa creA Creatività'EVENTOsa  È  poeTOsa Exstasiosa In sé. Essersé'EVENTOsa ONTölOGOSA Paradigmosa d'esserci  creA Di sé C'è vi è crea in sé spaziosa in sé ESSersé in sé  È spaziosa. È in sé essersé Essere al di là  È spaziosa in sé  creativONTölOGOSA poetosa esserSé è EVENTosa Al di là'EVENTOntOlOgy. Crea L''Essersé crea là spaziosa exstasiosa Già vi è crea in sé CReA EVENTOSa già là È'dell'essersé'CreatONTölOGOSA dal nulla esSer-sé. È EVENTOSA spaziosa Già È in Sé là'EVENTOntOlOgy. CREA KATASTROFONTölOGOSA Lì spaziosA RAdurA Vi è dà sé È lì Già in sé eventosa È da essersé È RAduRa EveNtosa in sé È RAduRA già lì in sé per essersé in sé già in sé già eventosa di sé già essersé  in sé già in sé già eventosa È già lì in sé lì vi è in sé vacatiosa lì eventosa dal nulla in sé spazioSA È Lì già È dell'essersé Lì È Già. È  eventosa È  essersé dell'essere in sé crea poemosa spaziosa È lì già EVENTONTölOGOSA. L'EVENTOSA È Al di là È catastrofe creativONTölOGOSA già poemosa creatrix eventOsa pensoSa KATASTROFONTöLOGOSA Lì spaziosA RAdurA Vi è dà sé È lì Già in sé crea in sé eventosa È da essergià lì in sé crea essersé già in sé già eventosa di sé già lì in sé vacatiosa lì dal nulla in sé spaziosa Lì È la catastrofe Lì È Già catastrofe in sé È eventosa È. È Da lì catastrofe crea catastrofe spaziosa in sé dell'essersé crea spaziosa nihilxeventOSA È KATASTROFONTöLOGOSA vi è lì già EVENTOSA creatrix Al di là in sé da sé catastrofe spaziosa in sé'essersé nihilONTöLOGOSA al di là è già lì Al di là lì Là KREATRIx KATASTROFE “pensosa” “al di là Già spaziosA È già lì essersé È pensosa È Là KATASTROFOSA  ONTöLOGOSA là dà Paradossosa già È. È'essersé' Là è al di là spaziOsA già L'è di per sé già crea-dal-nulla eventosa sublimosa KATASTROFONTöLOGOSA È lì eventosa
 È al di là È. È  dell'essersé Là   L' è di per sé già là È. È Lì  già È spaziosa È RAduRA già lì già essersé già eventosa KATASTROFoSA al di là È Già spaziosa Creatrix Essersé KATASTROFONTöLOGOSA Lì Già È crea da sé la catastrofe Lì È Già'essersé È ONTöpoLOGOSA. È già lì Al di Là KREATIVONTöLOGOSA AboblioSA 'essersé nihilx abcreatrix ONTöpoLOGOSA 'essersé nihilxeventOsa al di là crea è già lì Al di là lì Là abobliosa è già-là crea al di là È già abeventosa KATASTROFOsaoNTöLOGOSA”catastrofe- pensosa ONTöLOGOSA  abcreatux” è ontologosa  ontopologosa  “abcreatrix” “al di là Già spaziosa  AbKRETrIx È già lì già-in-sé  ove c'è vi è abdecadenza abkreatux abexstasix demiurgikosa nihilosa
 È al di là abcrea là abessersé È pensierosa abnulla là lì essersé già in sé di sé.
 È abcreatore paradigmosa abparadigma Là paradossosa là dà abParadossosa essersé già È. È abmisteriosa in sé'abenigmosa'ontologosa'ontopologosa ablibertà metabfisica abpensosa ontologosa.
 Là è al di là verosa dell'essersé abverità abverosa dell'essersé aBEveNtosa KATASTROFosa imagoSa abparadox Lì spaziosa RAdurA Vi è dà sé È lì Già in sé abcrea in sé abeventosa Èssersé È RAduRosa È già lì in sé in sé essersé in sé già già in sé già eventosa di sé già abcrea essersi già lì in sé  in sé già in sé già eventosa abCreatuX È già lì in sé abcrea lì vi è  in sé in sé dal nulla in sé spaziosa abCreAtux È Lì Vi è già È spaziosa catastrofe Lì È Già abcreatrix catastrofe in sé È  abeventosa È  esserSé abexstatica È abimmunità abimmuniTOSA'essersé nihilOSA. È lì già'abEVENTOsa'estasiOsA in sé abexkStAsiosa AbKREATrIx abcrea in sé esserlà’“Essersé abdecadenza È là Abpensosa già in sé Là È. È'essersé'Là AbCAtArsix. CataRSiosa. KATARsiX È Èssersé Là abCatarsix È già In sé Già È abcatarsix abcatarsiOsa È Lì Vi è già dell'essersé È AbKataRsiosa vi è in sé di sé è in sé spaziosa È RAduRA già lì già KATASTROFoSA È abphysix Già dal nulla È spaziosa RAduRA già lì È essersé già in sé è di per sé al di là abCreatrix già KATASTROFX RAdurA È essersé È RAduRA già lì essersé già abCreatuX Lì È Già Là AbKREATrIx'essersé già Al di là lì Là È KREATRIx KATASTROFE “ontologosA È già lì essersé già in sé È Là abparadox là dà metabParadox'essersé già È. È'esserlà metabfisica Là ontologosa. Là ontologosa metabnulla è ontologosa è abaldilà dell'essersé abverità dell'essersé abNulla Ontologosa abpensosa abexcstasy abtempora vi è evenTOsA metabcreatrix di per sé già ab-nulla eventosa metabRadura dell'esserCi iN sé metabnullità Abmitosa È già abinfinita Là metabExstasix spaziosa metabtempora spaziosa Là EVENTOsa È essersé'EVENTOsa metabaldilà già EVENTOsa abVocatiosa AbKREATRIx ÀbKREON"  METAbKATASTROFE ABTEMPORA ABMONDO ontosophyx abontosophyx abgrundx ontologrundx stringsdrucciola stringsdrucita deastringx deuxstringx zeuxstringx stringology eventosophysix ontosophysix eventosophyx  abomphalox  eventomphalox  stringomphalox
ablatenza zeugstringx abgiovosa abusufruirosa  abusufruttuosa stringsophyx ONTOsophyx d”esserci metaONTOsophysix fisico), noi (esseri umani) - ancora oggi - non abbiamo trovato risposte soddisfacenti e siamo ancora incapaci di formularla e rispondervi in modo critico (a tutti i livelli). E così, con una facoltà di giudizio e con un’idea confusa di creatività (e, con essa, di creazione), continuiamo a vivere come sudditi ciechi e zoppi di un’antichissima antropologia (con i suoi riflessi cosmologici e teologici) indegna della nostra stessa umanità (cosmicità e ‘divinità’).

Incapaci di prendere la giusta distanza da noi stessi, di portare noi stessi al di là noi stessi, non sappiamo ancora nulla né di noi, né del nostro mondo, né di Dio. Detto altrimenti, e semplicemente: siamo ancora ignoti a noi stessi (Nietzsche). E la ragione è presto detta: abbiamo preferito e preferiamo più le tenebre che la luce, e, anzi, siamo stati e siamo ancora ben intenti a spegnere in tutti i modi possibili e immaginabili la lampada kantiana del “Sàpere aude!”, del coraggio di servirsi della propria intelligenza! Avendo paura della morte e del nulla, stiamo ancora a trastullarci con l’amletica domanda(“essere o non essere?”) e non sappiamo nulla (dell’“Essere”) di “Fortebraccio” (Shakespeare, Amleto)!

Si è preferito e si preferisce affidarsi e obbedire al “grande codice” della “creatività” della tradizione occidentale (atea e devota), essere governati dalle sue regole - negare le domande che vengono a noi stessi da noi stessi e seguire noncuranti la corrente, come cadaveri o come robot - senza più alcuna consapevolezza e libertà!

Amici di Platone e di Aristotele, più che amici della verità e di noi stessi, continuiamo da secoli e secoli a risolvere i nostri problemi con le regole da loro concepite con la loro grande creatività e abilità! Bisogna riconoscerlo: grazie alla loro creatività, essi hanno codificato regole potentissime per risolvere i problemi del loro mondo e noi siamo stati e siamo così bravi ad applicarle che, facendo esercizi su esercizi, abbiamo saputo estenderle a tutta la Terra (all’intero universo e all’intero aldilà).

Ma ora sta succedendo che il loro mondo - e la loro creatività (basata sul riconoscimento e sul ritrovamento dei loro “modelli” pre-registrati e pre-esistenti, codificati per la eternizzazione del loro mondo e della loro memoria) - ci sta scoppiando intorno, sopra, e dentro la testa, e non sappiamo più che cosa fare. Sempre più ci rendiamo conto che le loro regole per risolvere i nostri problemi sono inadeguate e inadatte per noi stessi e per la nostra stessa sopravvivenza, ma noi insistiamo ad affrontarli - e sempre più stupidamente - come se fossero esercizi da risolvere, con le loro regole - quelle fondate sul codice della creatività del mondo di Platone e Aristotele!

Noi della creatività nel senso pieno del termine - così come di noi stessi, della nostra facoltà di giudizio, e della nostra libertà! - non sappiamo più nulla e ovviamente, non sapendo nulla, ricadiamo continuamente nella loro soluzione e nelle braccia del loro re-filosofo (il visioniario-metafisico di turno). Questo il problema e questa l’urgenza: sapere della creazione, della produzione del nuovo, della creatività del comportamento di tutti gli esseri umani e a tutti i livelli, non limitatamente alla sola “creatività” esecutiva - all’abile intelligenza di sudditi o di animali in trappola - nella “caverna” universale (‘cattolica’) di Platone.

Bisogna pensare in modo nuovo, e in altro modo - e tenere presente che, se pure tutto viene dall’esperienza, non tutto si riduce all’esperienza. Cominciamo da noi stessi, esseri umani dotati di due mani, di due piedi, due occhi, due orecchi, una testa (con due emisferi cerebrali), una bocca ...

Limitiamoci a considerare la questione partendo dagli organi della vista, dagli occhi. E’ esperienza comune vedere, ma non è affatto comune - né nella vita culturale né nella vita quotidiana degli esseri umani - pensare nel pieno senso della parola che noi vediamo ciò che vediamo grazie all’azione unitaria e combinata di tutti e due gli occhi; e continuiamo a vedere e a pensare come se - avendo una sola testa (e una sola bocca) - avessimo un solo occhio (un solo orecchio, una sola mano e un solo piede)!

Ci illudiamo di essere tutti e tutte delle grandi ‘volpi’, degli eroi (Ulisse) e delle eroine (Penelope), ma in fondo stiamo solo illudendoci sulla nostra condizione: in verità, siamo solo e ancora degli esseri umani ‘preistorici’, con un solo occhio, un solo orecchio, una sola mano, un solo piede, una sola bocca, una sola testa, e ... un solo genere sessuale - degli esseri ciclopici, che hanno paura di aprire tutti e due gli occhi e pensare davvero con una sola testa - all’altezza del nostro presente storico! Nutriti da ‘bibliche’ e ‘platoniche’ illusioni, continuiamo a vivere come dei bambini e delle bambine che non vogliono crescere e, da millenni, a cantare il ritornello di questa ‘visione’ ballando su un solo piede (non solo a livello del senso comune, ma anche e soprattutto della scienza e della filosofia).

Dopo Copernico, e dopo la rivoluzione copernicana di Kant, ancora non ci siamo imbarcati e ancora non sappiamo nulla dell’esperienza della nave (cfr.: G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi“creatività”abManicata è la “verità” del geocentrico e antropocentrico (ma più correttamente si dovrebbe dire ‘andro-pocentrico’, perché qui si parla appunto di “andro-pologia”, e di “andr-agathia”, cioè della comunità e del dio degli “uomini valorosi”, degli “uomini virtuosi”) dello Spirito Assoluto occidentale: dell’”Io che è Noi, e Noi che è Io” (Hegel)!

Ora, per capire meglio quanto premesso e, al contempo, la novità del discorso portato avanti da Garroni, conviene partire da questa sua considerazione: “Kant è sicuramente più noto come il filosofo delle “condizioni a priori dell’esperienza”, che non come il teorico della “creatività”: e, anzi, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, svolto soprattutto nella terza Critica e negli scritti adiacenti, egli è stato più volte non del tutto correttamente interpretato o addirittura frainteso”.

Questo il cuore del problema: qui, sotto le vesti di una normale e attenta precisazione filologica, in verità, c’è una dichiarazione di portata enorme: una assunzione di coscienza e di responsabilità decisiva per restituire a Kant tutta la sua grandezza e a noi stessi e a noi stesse la possibilità di diventare esseri umani maggiorenni - uscire da interi millenni di labirinto e da uno stato di minorità di lunghissima durata. E cominciare a capire, infine, quanto questa incomprensione sia stata e sia all’origine della nostra passata e presente catastrofe culturale - la catastrofe dell’intera cultura europea.

Ciò che la considerazione di Garroni mette in evidenza è qualcosa che generazioni e generazioni di studiosi e studiose dell’opera di Kant non hanno ancora colto nel suo pieno senso: l’aver egli inaugurato “un apriorismo di tipo nuovo, caratterizzato dall’istanza di risalire dal condizionato, dai fatti stessi, in un certo senso alle loro condizioni, adeguate e necessarie, di possibilità”, non è un divertimento scolastico di un bravo filosofo, ma l’anima e la premessa del suo progetto illuministico-critico, della sua volontà di restituire alla nostra (di ogni essere umano) “facoltà di giudizio” tutta l’autonomia e tutta la libertà sua propria.

Ciò che traspare dal lavoro di Garroni è, in generale, non solo una certezza, ma anche e più una salutare sollecitazione a svegliarsi e a pensare nuovamente il senso della rivoluzione copernicana di Kant. A ben rifletterci, invero, ciò significa che noi - ancora oggi - non abbiamo affatto capito che i “prolegomeni ad ogni metafisica futura che si vuole come scienza” o, che è lo stesso, i prolegomeni ad ogni scienza futura che si vuole come metafisica, dicono di una svolta ancora tutta da pensare!

Sul filo di indicazioni già di Luigi Scaravelli (cfr.: “Critica del capire”, e, soprattutto, “Scritti kantiani”), il grande merito e il grande contributo di Garroni sta non solo nell’aver cominciato a mettere a fuoco lo stretto legame che corre nella ricerca di Kant, tra il lavoro relativo all’esame delle condizioni a priori che rendono possibile l’esperienza, svolto nella Critica della ragion pura, e il lavoro svolto nella Critica del Giudizio (sulla fondamentale “facoltà di giudizio”, sia del “giudizio determinante” sia del “giudizio riflettente” e, quindi, sia sul problema della scienza e del’arte sia sul “problema della creatività” in generale).

Ma anche e soprattutto - seguendo l’indicazione di Kant - nel cominciare a trarne le conseguenze e nell’attivare coraggiosamente la sua propria “facoltà di giudizio”, cominciando a porre domande su tutto! - e a tutti i livelli (dagli animali agli esseri umani, dalla natura alla cultura - fuori dalle vecchio ordine e dal tradizionale codice della “caverna” platonica e del suo rapporto soggetto-oggetto) - valorizzando contributi e ricerche di scienziati, filosofi e, in particolare, linguisti, che hanno in qualche modo ripreso o riscoperto del tutto autonomamente elementi del programma di Kant e, così, permesso di ricominciare a illuminare meglio il discorso della sua Critica della facoltà del giudizio.

Con Kant, infatti, Garroni comincia ad aprire tutti e due gli occhi, ricomincia a ‘vedere’ meglio, e subito, e con entusiasmo, traccia una mappa per riannodare il filo con la strada della critica e spingersi oltre, e più a fondo! Per lui, ora, tutto comincia a diventare più chiaro, e comincia a dire quanto ha capito: ciò che ha impedito e impedisce il sorgere e “la messa a punto del problema della creatività è uno schema epistemico assai antico, tale per cui l’unica strada praticabile per giustificare, fondare, spiegare, l’osservabile sembrava essere quella di risalire dall’osservato a “qualcosa di anteriore” che ne fornisse per somiglianza il modello. [...] Si tratta - egli continua - di una categoria epistemica profonda, nel senso che è una condizione di possibilità di esplicite espressioni culturali (quasi un’episteme, nel senso di Foucault) ed investe l’orientamento complessivo delle strutture sociali e individuali, non soltanto la loro dimensione intellettuale”. E la sua struttura portante sta “in quella concezione - che viene detta “referenzialismo” - del “segno” come “rappresentante delle “cose”, con la mediazione di stati rappresentativi interni [...] E’ una concezione antichissima, che nasce probabilmente dalla primitiva concezione ontologica del linguaggio (la parola come l’essenza stessa: così che il possesso della parola permetteva il controllo magico della cosa) e risale nella sua forma classica soprattutto ad Aristotele”.

Kant è il punto di svolta: le condizioni di possibilità della conoscenza non vengono “più ricercate in qualcosa di preesistente, in un modello ontologico ideale, o in un luogo di modelli ideali, che - soli - consentono di parlare del mondo reale come appare e come è conosciuto”. Ciò che ancora non abbiamo capito è che Kant va alla radice e ci porta fuori del vecchio programma centrato sul “come conosciamo”: il suo problema - come è possibile la conoscenza scientifica (e non)? - è la risposta più radicale, e più adeguata, all’altezza della nuova Terra e del nuovo Cielo, scoperti dalla nuova fisica, e alla navigazione dell’umanità nell’“oceano celeste” (Keplero a Galilei, 1611).

Garroni comincia a capire meglio il senso del problema di Kant, quanto e come il programma critico-trascendentale sia in continuità con le tensioni del nostro presente, con le ricerche del nostro tempo, con l’acquisizione che “la conoscenza sia - a partire da certe condizioni preliminari di carattere generalissimo (condizioni e non modelli dunque) - una costruzione entro certi limiti “arbitrari” e quindi “creativa”, come lo è per l’epistemologia moderna”.

La conferma di questo legame strettissimo, Garroni lo ritrova in molti protagonisti della ricerca scientifica in tutti i campi (dall’etologia alla linguistica e alla filosofia), ma è con Chomsky e da Chomsky, che più e meglio il discorso sul problema della creatività e “l’avvicinamento a Kant” fa un salto di qualità. E, con l’aiuto degli studi linguistici di Noam Chomsky, di Francesco Antinucci, di Tullio De Mauro, e il contributo (del tutto convincente”) di Wolfram Hogrebe (“Kant e il problema di una semantica trascendentale”, 1974 - opera tradotta in italiano, col titolo dimezzato e mimetizzato: “Per una semantica trascendentale”, con prefazione di Emilio Garroni, Officina edizioni, Roma 1979), riesce a portarsi “al di là del linguaggio” e oltre gli stretti confini dello linguistica (così precisando, in parentesi: “Si intende al di là del linguaggio, non nell’aldilà della speculazione”) e così, con grande lucidità e consapevolezza, a trovare il varco per accedere in modo nuovo all’interno dell’orizzonte kantiano.

Compresa con Chomsky tutta l’importanza della distinzione tra la creatività sotto un codice dato (la “rule-governed creativity”) e la creatività “nel senso pieno del termine” (la “rule-changing creativity”), si rende - sulla spinta dei contributi di Antonucci e De Mauro - di quanto e di come sia necessario portare il problema oltre la chomskiana “struttura profonda”, “in quanto struttura già linguistica”, in una struttura intesa “non più come qualcosa di linguisticamente omogeno, quanto piuttosto come un dispositivo eterogeneo, linguistico e non-linguistico, per esempio anche intellettuale e psicologico”, e così scrive e precisa: “In altre parole, si tratta non di una presa di posizione antichomskiana, o più in generale antigenerativa, ma di un suo approfondimento ulteriore, che tende a portare al di là del linguaggio. (Si intende al di là del linguaggio, non nell’aldilà della speculazione)”. E a questo punto, con il conforto e e la spinta del contributo di Hogrebe, la via a e di Kant è riaperta e ripresa! Non è che l’inizio: Kant è ancora tutto da rileggere, a partire dalla “Storia universale della natura e teoria del cielo” e dai “Sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica”.

-  P. S.

1. A WOLFRAM HOGREBE, IN ONORE. Una citazione:

“E’ solo con Kant - scrive Hogrebe - che emerse veramente ciò che può essere definito un problema della costituzione; il problema cioè di fornire una serie di regole e di definirle come il quadro nell’ambito del quale sono in generale empiricamente possibili le operazioni cognitive. [....] Per Kant sono “costitutivi” soltanto i principi che garantiscono un uso di volta in volta determinato delle categorie (intelletto teoretico), delle idee (ragione pratica) e delle finalità (Giudizio estetico). Ciò significa che questi principi e le regole della loro applicazione stabiliscono a priori il quadro trascendentale di significato nell’ambito del quale soltanto è possibile conoscere scientificamente, volere moralmente e giudicare esteticamente in modo empiricamente comprensibile”. 
-  “A questo riguardo - continua Hogrebe - va rilevato però che Kant non indica mai come costitutive le categorie (com invece sostiene la maggior parte dei dizionari) ma solo le regole del loro uso oggettivo. Essenziale, dal punto di vista della storia del concetto è, al di là della svolta logico-trascendentale del concetto di costituzione, la nuova contrapposizione “costitutivo-regolativo” introdotta da Kant, la quale caratterizza il potenziale critico della sua filosofia”. E, poco oltre, continuando, precisa ancora: “Poiché la distinzione kantiana tra un carattere funzionale (Leistungscharakter) “costitutivo” ed uno “regolativo” dei principi e delle regole della loro applicazione è legata in ultima analisi alla distinzione tra un “giudizio determinante” ed un “giudizio riflettente”, l’opposizione “costitutivo-regolativo” diviene superflua laddove venga attaccata o rifiutata la differenziazione della Facoltà del giudizio, o, a fortiori, questa stessa Facoltà. 
-  Così l’opposizione “costitutivo-regolativo” scompare proprio presso i maggiori pensatori dell’idealismo tedesco. Fichte, Schelling e Hegel non fanno uso di tale opposizione né del termine “costitutivo” con intenti che siano rilevanti da un punto di vista sistematico” (W. Hogrebe, Kant und das Problem einer transzendentalen Semantik, Freiburg/Munchen 1974; trad. ital.: W. Hogrebe, Per una semantica trascendentale, con prefazione di Emilio Garroni, Officina Edizioni, Roma 1979, pp. 15-16, senza le note) .

2. A EMILIO GARRONI, IN ONORE. Una citazione*:

[...] Che la proposta di Kant di una terza via tra idealismo e realismo della conformità a scopi sia effettiva e non verbale implica che questa, pur sempre soggettiva anche nel suo uso oggettivo, non sia affatto riportabile al paradigma soggetto-oggetto nel senso che molti, da Heidegger e Gadamer in poi, hanno attribuito al pensiero moderno a partire da Cartesio: soggetto-sostanza (sia pure nel1a forma dell’Io assoluto idealistico) opposto a oggetto-sostanza. Ma ancor meno lo è nel senso che ’soggettivo’ si opporrebbe a ’oggettivo’ al modo in cui un ’io che riguarda la cosa’ si opporrebbe frontalmente alla ’cosa riguardata’, senza alcuna possibilità di accertare quanto il suo riguardare la cosa abbia a che fare con la cosa stessa o solo con il riguardante.

Sarebbe una miscomprensione pensare che nella terza Critica, e in genere in Kant, ci sia da una parte una qualche sostanzializzazione o assolutizzazione dell’io e dall’altra una minima tentazione di soggettivismo volgare. Già dalla prima Critica l’ ‘io penso’, unità suprema delle categorie e contrassegno del soggetto, è interpretabile solo come unità sintetica, e non analitica, quindi del tutto privo di significato per se stesso, non indipendente e non separato dalla conoscenza e dall’esperienza del mondo.

Anzi l’ ‘io penso’ sarà avvertito pochi anni dopo, è stato notato, come qualcosa di prossimo al futuro principio soggettivo della terza Critica, cioè già nei Prolegomeni (1783), dove l’appercezione trascendentale “non è nient’altro che sentimento di un’esistenza [Gefuhl eines Daseins] senza il minimo concetto”: un ‘nient’altro’ che sarà nient’altro che un ‘nulla’ nella terza Critica. La soggettività della conformità a scopi, il “semplicemente soggettivo” della rappresentazione, qui finalmente fondato trascendentalmente, è quindi aspetto indissociabile dal concetto dell’esperienza e della stessa conoscenza, diciamo, ‘soggettiva-oggettiva’, e rappresenta infine, nel nostro trovarci nel mondo, il sentimento della riflessione e della comprensione all’interno dello stesso concreto soggettivo-oggettivo senza di cui non si darebbe conoscenza, né esperienza di nessun tipo.

Parimenti la ’ragione pura’ non è il vessillo di un soggetto-pensiero assoluto e non assomiglia minimamente alla cosiddetta e forse non mai esistita ’ragione sovrana’. Al contrario, ciò che Kant stesso ha chiamato una volta Anthropologia transscendentalis sembra essere una specie di ’Critica della comune ragione umana’, il cui statuto trascendentale non può tuttavia essere esplicitato perché proprio tale ragione comune è condizione della possibilità della stessa ragione pura, la sua pietra di paragone. Che è, poi, la natura della facoltà di giudizio.

E sarà anche il caso di ricordare che al vero e proprio sensus communis aestheticus, principio di tale facoltà, che rappresenta trascendentalmente la soggettività e su cui si fonda la conformità a scopi, Kant associa strettamente il cosiddetto sensus communis logicus, le cui massime, pur non essendo "parti della critica del gusto", possono tuttavia “servire come chiarimento dei suoi principî”. E da quella soggettività trascendentale, non certo da una soggettività vuota, che nascono le massime (cioè: i principî soggettivi) più alte della cosiddetta “Auflklarung”, dell’illuminismo: “1. Pensare da sé; 2. Pensare mettendosi al posto di ciascun altro; 3. Pensare sempre in accordo con se stessi” (§ 40, p.130), cioè non un soggettivismo che metta alla pari giudizi e pregiudizi, ma il programma di una comunicabilità universale dei concetti e dei giudizi, quindi il compito di comprendere nella “socievolezza del giudizio” (espressione che ricorre nella Riflessione appena citata), per quanto è possibile, i pregiudizi oltre i pregiudizi, verso una verità che ha per sfondo un ‘incondizionato’ ideale.

Ma questo ’incondizionato’ rappresenta per caso il mito opposto di una verità oggettiva che azzeri definitivamente ogni pregiudizio? Certamente no, se si pensa che proprio dall’esame delle difficoltà che esso pone nasce la critica della ragione pura e la sua dialettica. L’incondizionato di cui si parla e che continuamente affiora nella terza Critica è altra cosa. Poiché il compito stesso del pensare sarebbe impossibile senza un qualche riferimento all’incondizionato e alla totalità, quale sfondo inesponibile e inconoscibile del condizionato e del particolare, e proprio ai fini di una comprensione e di una conoscenza del condizionato e del particolare, il pensare l’incondizionato e la totalità sarà sensato solo dal punto di vista di chi sta innanzitutto nel condizionato e nel particolare soggettivo-oggettivo.

Riflessione e comprensione (o la ’filosofia’ in genere) non possono non essere quindi, mediante l’analogia, uso di concetti determinati in vista di concetti condizionanti e incondizionati che li ricomprendono e sono per se stessi necessariamente indeterminati, la determinatezza di quelli provenendo dall’esperienza determinata solo in quanto questa già contiene un’istanza incondizionata per se stessa indeterminata. “Infatti ci rendiamo subito conto che alla natura nello spazio e nel tempo manca del tutto l’incondizionato, e quindi anche quella grandezza assoluta che pure è richiesta dalla ragione più comune” (p. 104, corsivo nostro). (Per esempio, non è questa forse l’intuizione che sta alla base della nozione di indeterminatezza semantica del linguaggio e del suo essere di volta in volta determinato pragmaticamente: un’intuizione che non solo non promuove un banale relativismo, come capita a molti altri, ma anzi tende a cogliere, nella comprensione del linguaggio, la sua determinatezza e insieme la sua ideale., e pur paradossale, totalità indeterminata?).

* Emilio Garroni - Hansmichael Hohenegger, Introduzione a: I. Kant, Critica della facoltà di giudizio, Einaudi, Torino 1999, pp. LXXVIII-LXXX - senza le note.

Federico La Sala (giugno-agosto 2010)


Sul tema, nel sito e in rete, si cfr.:

LE DUE METÀ DEL CERVELLO. Il linguaggio del cambiamento

? UNA CATTOLICA, UNIVERSALE, ALLEANZA "EDIPICA"!!! IL MAGGIORASCATO: L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, L’ALLEANZA DELLA MADRE CON IL FIGLIO, REGNA ANCORA COME IN TERRA COSI’ IN CIELO 
-  DONNE, UOMINI E VIOLENZA: "Parliamo di FEMMINICIDIO". 


?KANT, FREUD, E LA BANALITÀ DEL MALE. PER LA CRITICA DELLA RAGIONE ATEA E DEVOTA. Un breve saggio (in pdf, scaricabile) - di Federico La Sala, con pref. di Riccardo Pozzo. 


-  RATZINGER ’A SCUOLA’ DEL VISIONARIO SWEDENBORG. Una nota di Leonard Boff e una di Immanuel Kant

-  CARISMA, COSTITUZIONE, E POLITICA: AL DI LA’ DELLA TRAPPOLA ATEA E DEVOTA. Una importante provocatoria riflessione di Lidia Ravera


"UN UOMO PIÙ UNA DONNA HA PRODOTTO, PER SECOLI, UN UOMO"Franca Ongaro Basaglia, Donna, in Enciclopedia, 5, Torino, Einaudi, 1978, p. 89.

LE DUE METÀ DEL CERVELLO. Il linguaggio del cambiamento


LE DUE META’ DEL CERVELLO (Alfabeta, 1980) 
  
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> CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE -- Il Femminismo e la rivoluzione sessuale: un bilancio (di Elena Tebano)
5 settembre 2016, di Federico La Sala 


CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico. 


LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89).


DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant 


FEMMINISMO

Le donne, il piacere: ?cosa è successo

La pillola, legale in Italia da 45 anni, ha rivoluzionato la sessualità femminile. Ma la strada è ancora lunga, tra conquiste ed errori . Quanto ha contribuito il movimento femminista alla liberazione sessuale? Ne parleremo in Triennale l’11 settembre

di Elena Tebano (Corriere della Sera, 05.09.2016)

La sessualità femminile in Italia ha una data di nascita ufficiale (e recente): 1971. È il 16 marzo di 45 anni fa quando la contraccezione smette di essere un reato - contro la stirpe, per altro: la Corte Costituzionale dichiara illegittimo l’articolo 553 del Codice penale introdotto dal Fascismo che puniva chiunque incitasse all’uso degli anticoncezionali. La pillola, comparsa nelle borse delle donne già dagli Anni 60, diventa legale e permette alle italiane di far sesso per il piacere di farlo senza rischiare di avere figli che non vogliono.

L’estate di quello stesso anno Carla Lonzi, raffinata (e oggi spesso dimenticata) teorica del femminismo, pubblica «La donna clitoridea e la donna vaginale» per la casa editrice del gruppo Rivolta Femminile. Sessantaquattro pagine in cui sostiene che il vero orgasmo è quello che si ottiene con la stimolazione del clitoride e non quello che deriva dalla penetrazione, e afferma che la cultura maschile ha intrappolato le donne in un mito per molte irraggiungibile. Una distinzione che fornisce un grimaldello psicologico alla lotta delle donne: il clitoride «diventa l’organo in base al quale “la natura” autorizza e sollecita un tipo di sessualità non procreativa», scrive Lonzi, che denuncia «nella colonizzazione sessuale la condizione di base dell’indebolimento e dell’assogettamento della donna». La critica della sessualità e la ricerca di una sua espressione autentica diventano uno dei cardini del movimento femminista, articolate e rivissute quotidianamente nei gruppi di autocoscienza. È una rivoluzione copernicana.

La negazione del desiderio (femminile)

«Prima del femminismo una donna per bene non doveva provar piacere: doveva adeguarsi a quello maschile e magari diventare madre. Se perseguiva il proprio piacere era considerata perduta. La generazione di mia madre parlava del sesso come un fastidio inevitabile che si poteva superare perché ci si voleva bene - racconta Barbara Mapelli, studiosa e scrittrice che a quella stagione ha preso parte -. Per noi, che avevamo tutte tra i 20 e i 30 anni e avevamo già avuto figli, era ovvio partire da lì: ci rendevamo conto che la sessualità socialmente e culturalmente imposta negava il nostro desiderio».

Quarantacinque anni sono poca cosa nella storia dell’umanità, eppure quei tempi non potrebbero sembrare più lontani. Che cosa resta adesso di quel tentativo? Il movimento femminista ha davvero contribuito alla liberazione sessuale delle donne? E c’è ancora bisogno di una riflessione sulle forme e i modi della sessualità? Se da un lato nessuno (almeno in Italia e in Occidente) può più mettere in discussione il diritto delle donne al piacere nel sesso, dall’altro sembrano ormai altrettanto inaccettabili alcuni eccessi di quegli anni. «Il nostro errore - spiega ancora Mapelli - è stato pensare che con il pensiero si possano immediatamente mutare i comportamenti. Noi li cambiavamo ma così finivamo per esasperarli e perdevamo autenticità».

La prestazione anche nel sesso

Oggi è dunque scomparsa l’idea che esista un tipo più vero (o libero) di orgasmo. Ed è sparita anche quella - sostenuta dalle teoriche radicali americane degli Anni 70 Catharine MacKinnon e Andrea Dowrkin - che le donne nel sesso vengano inevitabilmente ridotte a oggetti del piacere maschile, una reificazione che le priverebbe di umanità e da lì finirebbe per definire tutta la condizione femminile. Su questo tema ha scritto pagine bellissime la filosofa Martha Nussbaum che in un saggio del 1995 «Persona oggetto» (pubblicato in Italia due anni fa da Erickson) spiega come in condizioni di parità e di rispetto reciproco uno degli aspetti «meravigliosi» del sesso sia trattarsi a vicenda come oggetti di desiderio e piacere e perdere l’autosufficienza e il controllo che caratterizzano gli altri ambiti della nostra esistenza.

Ma se le donne godono di maggiore libertà non significa che la sessualità sia «finalmente» libera o autentica. Il problema è soprattutto quello che Roberto Todella, sessuologo e presidente del Centro interdisciplinare per la ricerca e la formazione in sessuologia chiama «modello prestazionale» su cui uomini e donne tendono a valutare se stessi e ciò che fanno a letto. «L’attenzione al piacere, anche da parte delle donne, è diventata centrale, ma sempre più spesso viene misurata sull’immaginario della pornografia con la sua insistenza su posizioni, intensità, ruoli stereotipati - dice Todella -. In questo scenario la donna è sempre disponibile e sembra godere qualunque cosa le venga fatta, l’uomo deve essere prima di tutto forte, prestante, impositivo. Se il sesso diventa imitazione di un repertorio precostituito, però, non è più un’esperienza, non passa attraverso la conoscenza di sé e si deforma per aderire a un copione scritto da altri. Smette di rappresentarci».

Desideri e sexy shop

Una tendenza evidentissima secondo Yasmin Incretolli, scrittrice 22enne che in «Mescolo tutto» (Tunuè, 2016) ha raccontato anche la centralità del sesso (spesso mal vissuto) nella sua generazione. «La rivoluzione sessuale ormai è sdoganata - afferma -, ma spesso il sesso viene vissuto come se fosse un mantra, in modo ritualistico ed estremizzato».

Anche perché manca una vera educazione alle sessualità a scuola e da parte di molti genitori: «L’insegnante per i maschi è Internet, la pornografia. I maestri delle ragazze sono i ragazzi che si scelgono: anche per loro c’è un nesso con il porno, filtrato però dai gusti del loro compagno, che è anche peggio. Il sesso dovrebbe essere scoperta di sé, non un’ospitata nel mondo maschile».

Non è un caso che tra i temi dei nuovi femminismi ci sia la riappropriazione in chiave emancipatoria della pornografia: «I movimenti del post-porno hanno dimostrato che è possibile una pornografia diversa, che non riproduca le medesime strutture di potere della società che mette a nudo, in cui l’uomo sta sopra e la donna sotto, in tutti i sensi», dice Barbara Bonomi Romagnoli, autrice di «Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio» (Eir, 2014).

È solo uno dei tentativi delle nuove generazioni femministe di riprendere la questione sessuale, «che rimane rilevante e viene declinata da vari punti di vista - rileva Bonomi Romagnoli -, dalle ragazze del Sexishock che nel 2001 mettono al centro del loro discorso politico la parola “desiderio” e aprono il primo sexy shop autogestito da donne per donne in Italia, ai femminismi più radicali che pongono in maniera problematica la questione dell’identità sessuale, sostenendo che è fluida e non classificabile una volta per sempre.

Il femminismo d’altronde non può non occuparsi di sesso, perché di fatto un sesso ha ancora potere su un altro, perché si continua a voler dettare norme sulle sue pratiche (vedi il «fertilityday») e perché le relazioni e i rapporti sociali ci sono a partire dai rapporti di forza fra i generi. Affinché siano sane è necessario che la sessualità attenga alla consapevolezza e autodeterminazione dei singoli». Con una consapevolezza nuova rispetto agli Anni 70: la ricerca di una sessualità più autentica è una liberazione non solo per le donne ma anche per gli uomini

L’APPUNTAMENTO IN TRIENNALE

Elena Tebano affronterà l’argomento al Tempo delle Donne cercando di rispondere alla domanda: Quanto ha contribuito il movimento femminista alla liberazione sessuale delle donne? Oggi il loro piacere è davvero più diffuso e riconosciuto nelle relazioni come nella cultura comune?

L’appuntamento è al Triennale Lab, domenica 11 settembre, alle ore 11.30

LA DONNA CLITORIDEA AI TEMPI DI YOUPORN

Il Femminismo e la rivoluzione sessuale: un bilancio

Con Barbara Mapelli, coautrice di Infiniti amori (EDS), Barbara Bonomi Romagnoli, autrice di Irriverenti e libere (EIR), e Yasmin Incretolli, autrice di Mescolo tutto (Tunuè)

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> CREATIVITÀ. -- Che cosa significa utilizzare il proprio cervello critico? Un’anticipazione dall’intervento al «Festival della mente» (di Lamberto Maffei)
3 settembre 2016, di Federico La Sala 

Breve elogio della ribellione in salsa umanistica

Un’anticipazione dall’intervento di oggi al «Festival della mente» di Sarzana. Che cosa significa utilizzare il proprio cervello critico? Le giovani generazioni si trovano davanti a scelte difficili da decifrare. Occorre scommettere sulla «terapia» della scuola

di Lamberto Maffei (il manifesto, 03.09.2016)

A Sarzana il Festival della mente 2016 apre il programma con alcuni versi di una poetessa che mi è cara, Alda Merini: «voglio spazio per cantare crescere/ errare e saltare il fosso/ della divina sapienza». Con desideri simili anche io auspico un piccolo spazio, quello della ribellione, contro la corruzione, la disonestà, le guerre, le ingiustizie sociali, l’uso del linguaggio per ingannare il prossimo, la vendita delle armi, e contro coloro che, come loro fossero superuomini dotati di cervelli e corpi diversi, sfruttano e riducono a servi altri uomini.

La prima riflessione, banale ma necessaria è che gli uomini condividono gli stessi organi, la stessa organizzazione del sistema nervoso, gli stessi recettori: tu ed io siamo uguali a tutti gli altri. Risultano perciò inaccettabili alla logica prima ancora che all’etica i privilegi di chi nasce ricco e ha goduto delle facilitazioni di un ambiente adeguato, ma anche di amicizie, di favori più o meno leciti. La loro condizione di privilegio si mantiene grazie alla esistenza dei molti che invece di privilegi non ne hanno e con la loro opera rendono possibile i loro salari stratosferici e perfino i loro comportamenti offensivi con cui ostentano la loro ricchezza per mostrare il loro potere e diversità, manifestazioni volgari che gridano vendetta davanti a Dio.

Ricordo a proposito alcune parti dell’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti di Italo Calvino: «C’era un paese che si reggeva sull’illecito (...) Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Dovevano rassegnarsi all’estinzione?»

L’onesto è relegato alla posizione di una sottospecie di fessi non degni di salire nella casta dei furbi. Il cervello, il buon senso, la critica, l’onestà sono in rivolta. La mia non è una ribellione violenta, perché la violenza genera violenza, ma è un richiamo all’uso del cervello pensante e critico, è la rivolta della ragione contro quel’1 per cento della popolazione che possiede più ricchezze del restante 99 per cento (rapporto Oxfam 2016). Ho raccolto queste riflessioni in un mio piccolo libro Elogio della ribellione uscito per Il Mulino.

In questo spirito di inquietudine e di rivolta rifletto su alcuni aspetti del mondo moderno, sulla globalizzazione, sul rapido invasivo sviluppo delle tecnologie che hanno procurato vantaggi ma anche problemi.

Le tecnologie della comunicazione hanno creato un nuovo tipo di solitudine, che possiamo chiamare paradossale perché causata da un eccesso di stimoli, da una saturazione di tutti i recettori, in particolare uditivi e visivi, che induce un’attività frenetica del cervello, levando spazio alla riflessione e ostacolando la libertà del pensiero intasato dalle entrate sensoriali come le connessioni in rete o la Tv. È la solitudine di un cervello che, solo in una stanza, invia e riceve notizie unicamente attraverso messaggeri informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri. Il cervello troppo connesso è solo, perché rischia di perdere gli stimoli dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda.

La mia preoccupazione di vecchio insegnante è rivolta principalmente ai giovani, per i quali le nuove tecnologie hanno oltrepassato la soglia di strumenti utilissimi per diventare «cervello», neuroni senza i quali non si può più pensare, producendo così una pericolosa restrizione dello spazio della libertà di ragionamento e della fantasia. Lo spazio del pensiero lento è stato invaso dal pensiero rapido.

Per me, neurofisiologo, che cerca di ragionare sui meccanismi cerebrali che stanno alla base di questo cambiamento, ciò non è sorprendente. La plasticità del cervello, cioè la sua capacità di cambiare funzione e anche struttura anatomica in dipendenza degli stimoli ricevuti è massima nei giovanissimi. Basta ricordare che le sinapsi, elementi essenziali del funzionamento cerebrale, numerosissime intorno ai due-tre anni cominciano a diminuire dopo l’adolescenza in maniera sempre più veloce e questa diminuzione è il substrato della vecchiaia del cervello.

La grande plasticità dei giovani ha assorbito naturalmente i messaggi del nuovo mondo e ne è rimasta ingolfata. Probabilmente la generazione degli adulti è responsabile per non aver dato, come educatori gli antidoti contro queste «droghe» pericolose. È interessante ricordare che Steve Jobs, per evitare il sorgere di una dipendenza, aveva proibito ai suoi bambini l’uso degli strumenti da lui stesso inventati. Il cervello dei giovanissimi può essere manipolato: ne è esempio l’educazione dei bambini di alcuni gruppi islamici che induce giovanissimi a pianificati gesti di suicidio.

La nostra scuola non è riuscita a incanalare tempestivamente la rivoluzione tecnologica nella sua pur forte tradizione formativa, rinforzando l’educazione al ragionamento critico, al dubbio su tutto e su tutti. Scriveva Voltaire: «Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola.

Solo gli imbecilli sono inadeguati che spesso mirano al sonno cerebrale, e le altre forme di comunicazione della rete che insieme a messaggi importanti e civili portano disinformazione e possono al limite diventare strumenti pericolosi in mano a delinquenti e terroristi.

Come terapia io non vedo che la scuola e nella scuola l’insegnamento delle materie umanistiche, e per materie umanistiche intendo tutte quelle guidate dalla curiosità, incluse la matematica che è puro pensiero, e tutte le discipline che, rimandando all’esperimento, educano all’argomentazione e al ragionamento. Purtroppo questo è oggi reso difficile dal progressivo degrado della scuola pubblica, della ricerca: insegnanti e ricercatori che preparano il futuro di un paese sono stati privati della loro dignità di funzione. 


SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:

LA COSCIENZA A POSTO. Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti 
-  L’URLO DI ITALO CALVINO (1980). PER L’ITALIA E PER LA COSTITUZIONE

INSEGNAMENTO E COSTITUZIONE: CHI INSEGNA AI MAESTRI E ALLE MAESTRE A INSEGNARE?!

 CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.

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> CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- GOLIARDA SAPIENZA (1924-1996).
30 agosto 2016, di Federico La Sala 

GOLIARDA SAPIENZA (1924-1996) *

Il 30 agosto 1996 moriva Goliarda Sapienza, scrittrice, attrice, sceneggiatrice, artista siciliana vissuta a Roma.

Figlia della sindacalista Maria Giudice (la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino), Goliarda cresce a contatto dell’ambiente anarchico siciliano, in un clima di assoluta libertà da vincoli sociali, tra gli insegnamenti della madre, che era stata la prima a incitare le donne nelle piazze a lottare per i propri diritti. Il padre ritenne opportuno non farle nemmeno frequentare la scuola, per evitare che la figlia fosse soggetta a imposizioni e influenze fasciste.

“Il bambino è il primo operaio sfruttato, dipende dai grandi e sempre per un tozzo di pane, si abbassa a “divertire”, leccare le mani dei padroni, si lascia accarezzare anche quando non ne ha voglia”.

In mezzo agli imprevisti di una vita spesso in povertà, verrà segnata anche dall’esperienza del carcere che ispirerà “L’Università di Rebibbia”.

Le dinamiche di potere, i rapporti fra le persone e quelli con le istituzioni, il confronto con sé stessi, esasperato e reso drammatico dalla solitudine. Ha attraversato quei corridoi bui, lunghi, angusti lontanissimi dal mondo e che però lo rappresentano in pieno... Il paradosso di una società che pretende di rieducare alla vita civile attraverso la detenzione.

“Desideriamo spesso il silenzio, ma quello della vita è sempre sonoro, anche in campagna, al mare, anche nel chiuso della nostra stanza. Qui dove mi trovo il non rumore è stato ideato per terrorizzare la mente che si sente ricoprire di sabbia come in un sepolcro”.

Molti suoi lavori, tra cui il suo romanzo più celebre, “L’arte della gioia” furono pubblicati postumi dove ebbero successo dapprima in Francia e poi in Italia.

E’ stata una perdita importante per il Movimento Femminista degli anni ’60, ’70 e ’80 non poter leggere queste opere riscoperte solo dopo la sua morte che trasudano un femminismo così poco dogmatico, e meravigliosamente sui generis. Resta il compito a noi, che quei libri li abbiamo potuti leggere, farne pratica femminista quotidiana.

“Allora il dolore, l’umiliazione, la paura non erano, come dicevano, una fonte di purificazione e beatitudine. Avevo quella parola per combattere. E col mio esercizio di salute, nella cappella col rosario fra le dita ripetevo: io odio. Questa fu da quel giorno la mia nuova preghiera. E pregando studiai. Cercai nei libri il significato di quella parola”.

“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. 
-  Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali... e poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione. 
-  Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel “mio” contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima”.

* FONTE: DINAMOpress, 30.08.2016. 


 Sul tema, nel sito, si cfr.:

lL "LOGO" DELLA SAPIENZA, L’UMANITA’, E L’ACQUA. PAESE IMPAZZITO

CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.

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> LA SOCIETÀ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico. --- L’Islam, il cristianesimo e la polemica sul burkini (di Vito Mancuso)
26 agosto 2016, di Federico La Sala 


LA RISATA DI KANT: SCHOPENHAUER (COME RATZINGER) A SCUOLA DEL VISIONARIO SWEDENBORG.


KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


 L’Islam, il cristianesimo e la polemica sul burkini

di Vito Mancuso (la Repubblica, 26.08.2016)

LA QUERELLE sul divieto del burkini e la polemica sulle suore in spiaggia ha avuto di certo il merito di richiamare la comune radice di cristianesimo e islam in ordine alla questione dell’abbigliamento cui devono essere tenuti i corpi delle donne. Ha avuto quindi una felice intuizione l’imam di Firenze, Izzedin Elzir, nel pubblicare sulla sua pagina facebook, come commento, una foto di alcune religiose al mare?

Per giudicare basta leggere ciò che al riguardo ordinava san Paolo (in questo articolo mi si scuseranno le lunghe citazioni, ma credo sia importante): «Voglio che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli» (Prima lettera ai Corinzi 11,3-10, versione ufficiale Cei).

Qui san Paolo dice tre cose precise: 1) che la donna è sottoposta all’uomo, così come l’uomo è sottoposto a Cristo, e Cristo è sottoposto a Dio, secondo una netta gerarchia ascendente; 2) che la donna non solo è sottoposta ma è addirittura finalizzata all’uomo, nel senso che è stata creata per l’uomo, di cui è chiamata a essere la “gloria”; 3) che la donna deve coprire la sua testa in segno di accettazione dell’autorità cui è sottoposta.

L’islam ripresenta la medesima impostazione. La superiorità dell’uomo rispetto alla donna è affermata chiaramente dal Corano: «Gli uomini sono un gradino più in alto» (sura 2,228, trad. di Ida Zilio-Grandi). Nella stessa prospettiva la sura 4 intitolata Le donne afferma: «Gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni di voi sugli altri e perché essi donano parte dei loro beni per mantenerle. Le donne buone sono devote a Dio e sollecite della propria castità così come Dio è stato sollecito di loro, e quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti e poi battetele, ma se vi ubbidiranno non cercherete pretesti per maltrattarle, Dio è grande e sublime » (4,34).

Quanto alla finalizzazione della donna rispetto all’uomo, così scrive il Corano: «Agli occhi degli uomini è stato abbellito l’amore dei piaceri, come le donne, i figli e le misure ricolme d’oro e d’argento, e i cavalli di razza, e il bestiame e i campi» (3,14). Ed è sufficiente pensare alla concezione islamica del paradiso in cui donne giovani e belle saranno sempre a disposizione dei credenti maschi, per ritrovare confermata tale innegabile centralità maschile.

Da qui, come già per san Paolo, per il Corano discende il tipo di abbigliamento cui deve conformarsi il corpo femminile: «Profeta, di’ alle tue moglie e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si coprano con i loro mantelli; questo sarà meglio per distinguerle dalle altre donne affinché non vengano offese, ma Dio è indulgente e compassionevole » (33,59).

Appare quindi chiaro che, sia per il cristianesimo sia per l’islam, l’abbigliamento femminile comandato non è una semplice questione di tradizione né tanto meno di gusto, ma suppone una precisa concezione del rapporto uomo-donna all’insegna della subordinazione di quest’ultima.

Non è certo un caso che in Occidente l’affermazione della piena parità giuridica uomo-donna abbia avuto come conseguenza la mutazione dell’abbigliamento femminile da cui è scomparso ogni segno di subordinazione, compreso il velo in testa a cui, stando alle severe disposizioni di san Paolo, erano tenute tutte le donne in chiesa fino a solo qualche decennio fa.

Dietro il burkini quindi, e in genere dietro ogni tipo di velatura più o meno ampia (con fascia, scialle, foulard, velo semplice, velo totale incluso il viso), c’è l’idea che la donna sia inferiore all’uomo e a lui sottomessa. Per questo a mio avviso non ha torto il premier francese Manuel Valls ad affermare che il burkini «è la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna » e che quindi «non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica». E dato che la parità uomo-donna è anche un nostro valore, io penso che quel costume, e in genere l’abbigliamento che esso traduce, non sia compatibile neppure con il nostro paese.

È semplicistico dire che alla libertà di andare in spiaggia con il bikini deve corrispondere quella di andarvi con il burkini: nel primo caso infatti si assiste a un movimento di liberazione del corpo, mentre nel secondo di asservimento. E la libertà, se la si intende seriamente, non è mai solo astratta, cioè fare quello che si vuole, ma sempre concreta, cioè fare quello che è giusto e fa bene, e non ci sono dubbi che la liberazione del corpo sia un bene, anche per la liberazione della mente che ne consegue.

Il cristianesimo e l’islam, così come l’ebraismo e le altre religioni, sono quindi uno strumento di oppressione? Lo possono essere, non ci sono dubbi, c’è la storia a dimostrarlo, come del resto la storia mostra che possono diventare anche strumento di liberazione se vissuti correttamente: una liberazione dall’oppressione sociale (si pensi alla teologia della liberazione in America Latina) e una liberazione dal proprio egocentrismo e dalle proprie cattiverie, si pensi alla storia della santità e della mistica.

Il punto essenziale è comprendere che siamo inseriti tutti in un processo di cui nessuno, neppure ovviamente la laicità francese, detiene il punto di vista assoluto e alla cui evoluzione tutti sono chiamati a contribuire.

Diceva il grande teologo Raimon Panikkar che «le religioni si devono convertire ». È vero: le religioni si devono convertire all’idea di non rappresentare il punto di arrivo dell’umanità, ma di essere uno strumento a servizio del bene e della giustizia, i quali sono i veri punti di arrivo cui continuamente tendere.

L’imam di Firenze ha accostato le suore cristiane alle donne musulmane, ma ha dimenticato che le suore rappresentano un gruppo particolare di donne che ha liberamente scelto di vivere in povertà, castità e obbedienza, e il cui abbigliamento richiama il loro stile di vita alternativo. Sono ben lontane però dal rappresentare tutte le donne occidentali, le quali hanno altrettanto liberamente orientato se stesse secondo ben altri stili di vita e di abbigliamento.

L’islam, che non ha suore, in un certo senso tende a rendere un po’ suore tutte le donne che vi aderiscono. Il che però non è compatibile con l’idea di donna cui l’Occidente è giunto. E di questo i musulmani e le musulmane che vogliono vivervi dovrebbero, a mio avviso, prendere atto.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE -- OLIMPIADI RIO 2016: Cento metri di libertà, la saudita Kariman Abuljadayel ha già vinto (di Alberto Caprotti).
17 agosto 2016, di Federico La Sala 

La storia

Cento metri di libertà, la saudita Kariman ha già vinto

di ALBERTO CAPROTTI,

INVIATO A RIO DE JANEIRO *

Kariman è lì, un po’ incerta. Ai blocchi dei cento metri. Le altre esibiscono braccia lucide, sguardi aggressivi, body sgargianti. Lei invece è una tartarugona impacciata, che non sa dove mettere piedi e mani. Addosso lo hijab d’ordinanza. Tutto nero, da capo a piedi, senza sponsor ovviamente, senza scritte. La sola ad essere coperta, a non mostrare le gambe, a chinare gli occhi.

Si chiama Kariman Abuljadayel, la sua bandiera è quella dell’Arabia Saudita. E a guardarla viene in mente che, piaccia o meno, è lei il simbolo del futuro, della donna musulmana che si mette a correre. Ma anche del passato, che ti permette di arrivarci ai Giochi ma vietandoti di vestirti come le altre, negandoti la cultura, l’informazione.

Non era una batteria importante la sua: la terza dei 100 metri donne. Quella delle meno attrezzate, diciamo così. Kariman parte lenta, passi pesanti, un fagotto nero che resta indietro. A metà pista è ultimissima, poi rimonta, fuori dall’inquadratura della tv. Bisogna alzare gli occhi dallo schermo per trovarla: quando la Wingfield, che è di Malta, lei pure terzo mondo della velocità, taglia il traguardo prima, Kariman è quasi 5 secondi dietro. Un secolo su questa distanza. Ma non arriva ultima: risale, e si lascia di poco alle spalle la Tewaaki, atleta del piccolo stato del Kiribati.

Geografie lontane, donne di un altro mondo. Quelle saudite, Kariman e altre tre, a Rio ci sono venute solo grazie a un invito speciale da parte del Cio. Le norme religiose in Arabia Saudita non consentono alle donne di praticare sport e, quindi, partecipare a eventi di qualificazione. L’unico modo per competere alle Olimpiadi è su invito del Comitato olimpico, che richiede da alcuni anni che ogni delegazione abbia almeno una donna. I sauditi hanno accettato, controvoglia. Assicurando che in nessun caso saranno violate le leggi religiose. «Continueremo ad agire in accordo con le norme governative e religiose. E così faranno anche le nostre atlete», hanno comunicato alla vigilia dei Giochi. Fissando tre condizioni: indossare un adeguato abbigliamento per la religione, l’approvazione da parte del marito della loro presenza; non entrare in contatto con gli uomini.

Questo c’è dietro quella corsa impacciata e splendida. Che anche per questo ha un senso enorme. Peccato solo che chi gareggiava con lei, non l’ha capito. Tagliato il traguardo, nessuna si è fermata ad abbracciare Kariman. Sarebbe stato favoloso se anche le altre avessero perso qualche istante con un fagotto che non correrà mai veloce, ma che è stata costretta da un governo fatto da uomini, a non partecipare in maniera indipendente alla vita. Avrebbe voluto dire che questa atletica è anche capace di ricordare i traumi, le difficoltà, le arretratezze del mondo. E di farsene carico, almeno per cento metri di strada.

* Avvenire, 13/08/2016 (ripresa parziale - senza foto).

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- BURKA, BURKINI, E LA DIGNITA’ DELEL DONNE (di Donatella Di Cesare)..
17 agosto 2016, di Federico La Sala 

Burka e burkini

 Coprire una donna vuol dire calpestare la dignità di tutte

Una comunità dove manca lo sguardo femminile, dove il volto è consegnato alla irrealtà, non può non essere sminuita e lesa. Proprio questo non si può accettare: l’esclusione dallo spazio pubblico

di Donatella Di Cesare (Corriere della Sera, 17.08.2016)

Si chiama burkini la versione meno castigata del burka, concepita per le donne musulmane che vanno in spiaggia. Si vede qualcosa in più: i piedi, le mani, parte del volto. Sarebbe troppo definirlo un costume da bagno. Il nome fa pensare ovviamente al bikini. E forse non è azzardato vedere nel burkini una risposta identitaria ai due pezzi conquistato a fatica dalle donne occidentali: voi vi scoprite - noi ci lasciamo coprire.

Può darsi che un burkini sia anche bello. Alcuni sono perfino colorati. E c’è chi non ha mancato di ironizzare sulla forte carica erotica di quei drappeggi che, una volta nell’acqua, fanno trapelare le forme del corpo. Viene in mente l’immagine di Ursula Andress quando, nel film 007 Licenza di uccidere, esce dal mare con la muta da sub. Non è un classico dei fantasmi maschili? Come la t-shirt bagnata. Perché questa ipocrisia?

Certo è, però, che l’immagine di una donna in burkini sulla spiaggia può inquietare e irritare per numerosi motivi. Non stupiscono, dunque, le ordinanze emesse dai sindaci che lo hanno vietato, prima a Cannes, poi a Villeneuve-Loubet, sulla Costa Azzurra. Vietare, si sa, è sempre un gesto odioso. Ma a poco più di un mese dalla strage di Nizza il burkini viene percepito da molti francesi come una provocazione inopportuna che potrebbe contribuire a esasperare gli animi. Da un canto la nudità disarmata dei bagnanti, che nonostante tutto vanno in spiaggia, dall’altro quel costume-armatura che copre, fin quasi a nascondere, la donna che lo indossa.

Alla provocazione si aggiunge inoltre il segno di un’appartenenza ostentata in un modo che, nella Francia repubblicana, non può non apparire indisponente (ma lo sarebbe anche da noi). Un costume integrale che richiama immediatamente l’integralismo. Questa è la differenza rispetto ad altri simboli religiosi, dalla kippàh alla croce, che vengono invece consentiti. Si intuiscono, poi, i motivi di sicurezza, sia perché non sarebbe difficile nascondere armi, sia perché basterebbe un paio di occhiali da sole per rendere completamente irriconoscibile l’identità.

È allora difficile comprendere le proteste sollevate da quelle organizzazioni, a cominciare dalla Ligue des Droits de l’Homme e dal Collectif contre l’islamophobie en France, che vorrebbero leggere nel divieto del burkini un caso di razzismo islamofobo. Stanno difendendo il diritto delle donne o non, piuttosto, il dovere che è loro imposto dagli uomini? La risposta viene dalle immagini di Manbij, la città siriana appena liberata, dove le donne si strappano gioiosamente il velo del burka, lo calpestano o lo danno addirittura alle fiamme. In questo periodo, inquietante e drammatico, in cui da uno sfondo di violenza, a stento immaginabile, riemergono le ragazze rapite da Boko Haram, l’abbraccio tra una donna velata e una soldatessa curda è, in tutto il suo contrasto paradigmatico, il sigillo di una speranza a cui non vogliamo rinunciare.

Resta la questione del burka, che la Francia ha vietato nel 2010 e su cui, invece, la Germania si mostra titubante rinviando per ora ogni decisione. Non si tratta solo di sicurezza. Né di diversi stili di vita.

Piuttosto è il corpo della donna che, secondo l’ottica integralista, non deve comparire pubblicamente, perché è «carne scoperta», esposta, e potrebbe provocare, fuorviare gli uomini. Tanto più insopportabile è il velo che abolisce il volto della donna. Una donna coperta dal burka è protetta, difesa, venerata? O non è forse mortificata? Esclusa soprattutto dalla reciprocità del «faccia a faccia»?

A essere danneggiata non è solo la donna, la cui dignità viene calpestata, ma tutta la comunità che sul «faccia a faccia» reciproco si fonda. Una comunità dove manca lo sguardo delle donne, dove il loro volto è consegnato alla irrealtà, non può non essere sminuita e lesa. Proprio questo non si può accettare: l’esclusione delle donne dallo spazio pubblico.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE -- Insegnare l’antropologia nelle scuole (di Marino Niola)
13 agosto 2016, di Federico La Sala 


ANTROPOLOGIA come ANTROPOLOGIA o come "ANDROPOLOGIA" E "ANDRAGATIA"?! L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE (E DEL FIGLIO), DI "MAMMASANTISSIMA":


CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.


CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE.


LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89).



Miti d’oggi

Insegnare l’antropologia nelle scuole, arma contro fondamentalismo e razzismo

di Marino Niola (la Repubblica, Venerdì, 12.07.2016)

Insegnare l’antropologia culturale nelle scuole per sconfiggere integralismo, radicalismo e razzismo. Lo hanno chiesto alle Istituzioni della Ue i rappresentanti delle associazioni antropologiche europee che si sono riuniti nei giorni scorsi a Milano rispondendo all’appello delle due sigle italiane, Anuac e Aisea. È singolare che in un mondo sempre più globalizzato e multiculturale, dove forme di vita, tradizioni, identità e religioni diverse convivono gomito a gomito, manchi totalmente nelle nostre scuole una qualsiasi educazione alla differenza. Che sarebbe invece il presupposto indispensabile per costruire un dialogo interculturale pacifico.

Insomma conoscenza contro diffidenza. E contro violenza. Che spesso nascono dall’ignoranza reciproca. E dalla paura dell’altro. È paradossale, secondo Cristina Papa, presidente dell’Anuac, che in uno scenario del genere la scuola, che avrebbe il compito di formare i cittadini di domani, non preveda l’insegnamento dell’antropologia, l’unica scienza che studia proprio le differenze, ma anche le compatibilità tra culture, modi di vita, usi e costumi dei diversi popoli. E che oggi sarebbe fondamentale sia per i ragazzi europei sia per i migranti di seconda e terza generazione che, sempre più spesso, reagiscono negativamente all’impatto con il paese ospitante. Col risultato, che è sotto i nostri occhi, di rinchiudersi nella propria apartheid identitaria. E di radicalizzare la propria origine, o la propria religione, trasformandole in un’arma a disposizione del fondamentalismo. È indispensabile che la scuola e l’università colmino questo anacronistico ritardo formativo. E facciano della competenza antropologica la chiave di volta di un nuovo umanesimo.

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> KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico. -- Chi era veramente Maria Maddalena? (di Cristina Uguccioni).
23 luglio 2016 


CANOVA E IL VATICANO: LE GRAZIE, AMORE E PSICHE Una gerarchia senza Grazie (greco: ????te? - Charites) e un papa che scambia la Grazia ("Charis") di Dio ("Charitas") con il "caro-prezzo" del Dio Mammona ("Caritas"). Materiali per riflettere


 UNA CATTOLICA, UNIVERSALE, ALLEANZA "EDIPICA"!!! IL MAGGIORASCATO: L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, L’ALLEANZA DELLA MADRE CON IL FIGLIO, REGNA ANCORA COME IN TERRA COSI’ IN CIELO DONNE, UOMINI E VIOLENZA: "Parliamo di FEMMINICIDIO".


COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.


 Chi era veramente Maria Maddalena?

Per volere di papa Francesco il 22 luglio, per la prima volta, si celebra la festa di santa Maria Maddalena, che sino a oggi era memoria obbligatoria. La storia di questa donna nelle parole dei Vangeli e nei commenti di Gianfranco Ravasi, Carlo Maria Martini, Cristiana Dobner e Timothy Verdon

Noli me tangere - Giotto *


Lo scorso 3 giugno la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato un decreto con il quale, «per espresso desiderio di papa Francesco», la celebrazione di santa Maria Maddalena, che era memoria obbligatoria, viene elevata al grado di festa. Il Papa ha preso questa decisione «per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata», ha spiegato il segretario del Dicastero, l’arcivescovo Arthur Roche. Ma chi era Maria Maddalena, che Tommaso d’Aquino definì «apostola degli apostoli»?

Magdala

Nei Vangeli si legge che era originaria di Magdala, villaggio di pescatori sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea (Pesce salato). Qui, negli anni Settanta del Novecento è stata condotta un’estesa campagna di scavi dai francescani dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme: è venuta alla luce una vasta porzione del tessuto urbano comprendente, fra gli altri, una grande piazza a quadriportico, una villa mosaicata e un completo complesso termale. Con successivi scavi i francescani hanno riportato alla luce anche importanti resti di strutture portuali. In un’area adiacente, di proprietà dei Legionari di Cristo, una campagna di scavi avviata nel 2009 ha invece permesso di rinvenire la sinagoga cittadina, una delle più antiche scoperte in Israele: per la sua posizione, sulla strada che collega Nazaret e Cafarnao, si ritiene che probabilmente sia stata frequentata da Gesù.

Gli equivoci sull’identità

Maria Maddalena fa la sua comparsa nel capitolo 8 del Vangelo di Luca: Gesù andava per città e villaggi annunciando la buona notizia del regno di Dio e c’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità e li servivano con i loro beni. Fra loro vi era «Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni». Come ha scritto il cardinale Gianfranco Ravasi, «di per sé, l’espressione [sette demoni] poteva indicare un gravissimo (sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, perdurante sino a oggi, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica precedente - il capitolo 7 di Luca - si narra la storia della conversione di un’anonima “peccatrice nota in quella città”, che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli». Così, senza nessun reale collegamento testuale, Maria di Magdala è stata identificata con quella prostituta senza nome.

Ma c’è un ulteriore equivoco: infatti, prosegue Ravasi, l’unzione con l’olio profumato è un gesto che è stato compiuto anche da Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione (Gv 12,1-8). E così, Maria di Magdala «da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea».

La liberazione dal male

Afflitta da un gravissimo male, di cui si ignora la natura, Maria Maddalena appartiene dunque a quel popolo di uomini, donne e bambini in molti modi feriti che Gesù sottrae alla disperazione restituendoli alla vita e ai loro affetti più cari. Gesù, nel nome di Dio, compie solo gesti di liberazione dal male e di riscatto della speranza perduta. Il desiderio umano di una vita buona e felice è giusto e appartiene all’intenzione di Dio, che è Dio della cura, mai complice del male, anche se l’uomo (fuori e dentro la religione) ha sempre la tentazione di immaginarlo come un prevaricatore dalle intenzioni indecifrabili.

Sotto la croce

Maria Maddalena compare ancora nei Vangeli nel momento più terribile e drammatico della vita di Gesù. Nel suo attaccamento fedele e tenace al Maestro Lo accompagna sino al Calvario e rimane, insieme ad altre donne, ad osservarlo da lontano. È poi presente quando Giuseppe d’Arimatea depone il corpo di Gesù nel sepolcro, che viene chiuso con una pietra. Dopo il sabato, al mattino del primo giorno della settimana - si legge al capitolo 20 del Vangelo di Giovanni - torna al sepolcro: scopre che la pietra è stata tolta e corre ad avvisare Pietro e Giovanni, i quali, a loro volta, correranno al sepolcro scoprendo l’assenza del corpo del Signore.

L’incontro con il Risorto

Mentre i due discepoli fanno ritorno a casa, lei rimane, in lacrime. E ha inizio un percorso che dall’incredulità si apre progressivamente alla fede. Chinandosi verso il sepolcro scorge due angeli e dice loro di non sapere dove sia stato posto il corpo del Signore. Poi, volgendosi indietro, vede Gesù ma non lo riconosce, pensa sia il custode del giardino e quando Lui le chiede il motivo di quelle lacrime e chi stia cercando, lei risponde: «“Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”» (Gv 20,15-16).

Il cardinale Carlo Maria Martini al riguardo commentava: «Avremmo potuto immaginare altri modi di presentarsi. Gesù sceglie il modo più personale e il più immediato: l’appellazione per nome. Di per sé non dice niente perché “Maria” può pronunciarlo chiunque e non spiega la risurrezione e nemmeno il fatto che è il Signore a chiamarla. Tutti però comprendiamo che quell’appellazione, in quel momento, in quella situazione, con quella voce, con quel tono, è il modo più personale di rivelazione e che non riguarda solo Gesù, ma Gesù nel suo rapporto con lei. Egli si rivela come il suo Signore, colui che lei cerca».

Il dialogo al sepolcro prosegue: Maria Maddalena, «si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18).

La maternità della Maddalena

«La Maddalena è la prima fra le donne al seguito di Gesù a proclamarlo come Colui che ha vinto la morte, la prima apostola ad annunciare il gioioso messaggio centrale della Pasqua», osserva la teologa Cristiana Dobner, carmelitana scalza. «Ella esprime la maternità nella fede e della fede ossia quella attitudine a generare vita vera, una vita da figli di Dio, nella quale il travaglio esistenziale comune ad ogni uomo trova il suo destino nella risurrezione e nell’eternità promesse e inaugurate dal Figlio, «primogenito» di molti fratelli (Rom 8,29). Con Maria Maddalena si apre quella lunga schiera, ancor oggi poco conosciuta, di madri che, lungo i secoli, si sono consegnate alla generazione di figli di Dio e si possono affiancare ai padri della Chiesa: insieme alla Patristica esiste anche, nascosta ma presente, una Matristica.

La decisione di Francesco è un dono bello, espressione di una rivoluzione antropologica che tocca la donna e investe l’intera realtà ecclesiale. L’istituzione di questa festa, infatti, non va letta come una rivincita muliebre: si cadrebbe stolidamente nella mentalità delle quote rosa. Il significato è ben altro: comprendere che uomo e donna insieme e solo insieme, in una dualità incarnata, possono diventare annunciatori luminosi del Risorto».

Nella storia dell’arte: la mirofora

Maria Maddalena, nel corso dei secoli, è stata raffigurata principalmente in quattro modi: «Anzitutto - afferma monsignor Timothy Verdon, docente di storia dell’arte alla Stanford University e direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze - è spesso ritratta come una delle mirofore, le pie donne che la mattina di Pasqua si recarono al sepolcro portando gli unguenti per il corpo del Signore. Fra loro la Maddalena è riconoscibile per il fatto che, a partire dalla fine del Medioevo, viene raffigurata con lunghi capelli sciolti, spesso biondi: questo fa capire che gli artisti, secondo una tradizione affermatasi in Occidente (e non condivisa nell’Oriente cristiano), la identificavano con la donna peccatrice che aveva asciugato i piedi di Gesù con i propri capelli. I capelli lunghi sono quindi un’allusione a questo intimo contatto e alla condizione di prostituta: le donne per bene non andavano in giro con i capelli sciolti».

La penitente

Nell’arte del tardo Medioevo Maria Maddalena compare anche come penitente perché - spiega Verdon - secondo una leggenda ella era una grande peccatrice che, dopo la conversione e l’incontro con il Risorto, era andata a vivere come romitessa nel sud della Francia, vicino a Marsiglia, dove annunciava il vangelo: «Il culto della Maddalena penitente ha affascinato molti artisti, che l’hanno considerata il corrispettivo femminile di Giovanni Battista. In genere viene raffigurata con abiti simili a quelli del Battista oppure è coperta solo dai capelli. La bellezza esteriore l’ha abbandonata, il volto è segnato dai digiuni e dalle veglie notturne in preghiera, ma è illuminata dalla bellezza interiore perché ha trovato pace e gioia nel Signore. La statua della Maddalena penitente di Donatello, scolpita per il Battistero di Firenze, è un autentico capolavoro».

L’addolorata

Sovente la Maddalena è ritratta anche ai piedi della croce: una delle opere più significative, a giudizio di Verdon, è un piccolo pannello di Masaccio (esposto a Napoli) nel quale la Maddalena è ritratta di spalle, sotto la croce, le braccia protese a Cristo, i lunghi capelli biondi che cadono quasi a ventaglio su un enorme mantello rosso: «Un’immagine di forte drammaticità. Non di rado il dolore composto della Vergine è stato contrapposto a quello della Maddalena, quasi senza controllo. Si pensi ad esempio, alla Pietà di Tiziano, nella quale la donna avanza come volesse chiamare il mondo intero a riconoscere l’ingiustizia della morte di Gesù, che giace fra le braccia di Maria; oppure si pensi al celebre gruppo scultoreo di Niccolò dell’Arca, nel quale fra le molte figure la più teatrale è proprio quella della Maddalena che si precipita con la forza di un uragano verso il Cristo morto».

Chiamata per nome 

Vi sono inoltre molte raffigurazioni dell’incontro con il Risorto: «Esemplari e magnifiche sono quelle di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, e del Beato Angelico nel convento di san Marco», conclude Verdon. «Maria Maddalena ha vissuto un’esperienza di salvezza profonda per opera di Gesù: quando si sente chiamata per nome in lei si accende il ricordo dell’intera storia vissuta con Lui: c’è tutto questo nell’iconografia della scena che chiamiamo “Noli me tangere”».

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fonte: Vatican Insider, articolo di Cristina Uguccioni del 20/07/2016 (senza foto)

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- DALL’ECO DELLE SIBILLE, LA VOCE DELLA PROFEZIA (di Chiara Magaraggia)
19 luglio 2016 


MICHELANGELO E LA SISTINA (1512-2012). I PROFETI INSIEME ALLE SIBILLE PER LA CHIESA UN GROSSO PROBLEMA 
-  DOPO 500 ANNI, PER IL CARDINALE RAVASI LA PRESENZA DELLE SIBILLE NELLA SISTINA E’ ANCORA L’ELEMENTO PIU’ CURIOSO. Materiali sul tema, per approfondimenti


FILOSOFIA, ANTROPOLOGIA, E STORIA. UOMINI E DONNE, PROFETI E SIBILLE, OGGI... 
-  IL "SOGNO" DI MICHELANGELO: "DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE". Sibille e profeti: sulle tracce di Benjamin - di Nicola Fanizza



DALL’ECO DELLE SIBILLE, LA VOCE DELLA PROFEZIA

di Chiara Magaraggia*

FOTO. Perugino, Profeti e Sibille, Aula dell’Udienza, Collegio del Cambio di Perugia


Sono le creature più misteriose della storia della salvezza: non sono nominate nella Bibbia, non sappiamo quante siano,vengono dalla notte dei tempi, vengono dai quattro angoli del mondo allora conosciuto, vengono da quei confini inconoscibili in cui storia e leggenda si fondono, in cui mondo pagano e mondo cristiano si saldano. Sono donne, sono sapienti e sono la voce del Verbo. La loro parola è capace di scrutare segni di secoli remoti e leggerli in un’ottica di salvezza futura; la loro immagine è da sempre legata al rotolo o al libro, in cui questa parola un tempo oscura e misteriosa si imprime, diventando finalmente chiara solo nella pienezza dei tempi.

Creature affascinanti, le Sibille: un tempo vergini dotate di virtù profetiche ispirate dal dio Apollo, nel mondo cristiano le profetesse di Cristo, le facce femminili della profezia.

FOTO. Le Sibille


E’ vero che la Sacra Scrittura ci presenta alcune profetesse: Maria sorella di Mosè, Debora, Anna. Nessuna di loro, però, ha conseguito la popolarità delle Sibille, né ha avuto la loro fortuna. L’arte cristiana si è impossessata di loro a piene mani, la poesia e la musica hanno loro riservato una posizione privilegiata in pagine rimaste immortali.

“Dies irae, dies illa / solvet saeculum in favilla / teste Davide cum Sibylla”. La celebre sequenza duecentesca attribuita a Tommaso di Celano, in cui, con immagini di forte impatto emotivo e figurativo, viene rappresentata la grandiosa scena del Giudizio Universale - il terribile giorno in cui il mondo e il tempo saranno ridotti in cenere - collega la profezia biblica di Davide con quella di origine classica delle Sibille: pagani e cristiani, uomini e donne, ovunque abbia alitato lo spirito di Dio, hanno profetizzato “dies illa”, quel giorno. Dalla musica raccolta degli antichi monasteri alla sublime solennità dell’ultimo Mozart fino alla travolgente grandiosità di Verdi, ovunque il Requiem con la sequenza del “Dies irae” ha scandito la colonna musicale di secoli e secoli, così che, come scrive Dante nell’ultimo canto del Paradiso “al vento nelle foglie lievi si perde la sentenza di Sibilla” (Par. 33, vv. 65-66).

Amatissime nell’arte di ogni tempo, con i loro volti dai mille lineamenti a seconda dei luoghi, delle epoche, dei contesti, della sensibilità degli artisti, fanno capolino dai posti più impensati. Potremmo quasi affermare che le mutevoli Sibille incarnino l’immagine stessa della donna, che si trasforma senza sosta per rendere continuamente nuova l’antica attesa dell’avvento di Dio nel mondo. Ci vengono incontro leggiadre e piene di grazia in un luogo veramente particolare: il Collegio del Cambio di Perugia, affrescato, negli ultimi anni del Quattrocento dal pittore umbro Perugino, forse con la collaborazione del giovane allievo Raffaello.

Un luogo davvero inconsueto: la sede ufficiale dei cambiavalute perugini, in cui si stabiliva il valore delle monete del tempo per renderle più competitive negli scambi commerciali e in cui si tentava di controllare la diffusione del prestito ad usura. Una piccola Borsa rinascimentale. Ma perché proprio qui, nel tempio degli affari, si sono dipinte le Sibille?

La lunetta peruginesca della Sala dell’Udienza (la stanza in cui si prendevano le decisioni più importanti), sullo sfondo di un verde, luminoso paesaggio umbro ci mostra due distinti gruppi di personaggi: da un lato sei Profeti (Isaia, Mosè, Daniele, Geremia, Davide, Salomone) dal volto grave e ispirato, dall’altro le sei Sibille (Eritrea, Persica, Cumana, Libica, Tiburtina, Delfica) dai visi dolci, botticelliani e gli sguardi assorti di chi più che sul presente, è concentrato sul futuro; i capelli sono acconciati secondo i dettami del tempo, gli abiti leggeri, sobri, dalle delicate sfumature cromatiche, i piedi atteggiati a passo di danza, le mani dai gesti “parlanti”. Profeti e Sibille sono avvolti da filatteri con brani allusivi alla prima e all’ultima venuta di Cristo. Il Padre Eterno benedicente, circonfuso da una mandorla dorata, sovrasta i due gruppi.

Nella parete opposta della Sala, Perugino dipinge le Virtù di cui uomini e donne devono rivestirsi: la venuta di Cristo, dunque, dovrà originare nuove creature, dotate di quelle virtù che sole possono guidarci nella realizzazione concreta del progetto divino.

In questo affresco, dipinto in pieno Umanesimo, è celebrata la dignità dell’uomo: il pittore l’ha qui rappresentato così come Dio l’ha creato, maschio e femmina, senza distinzioni di provenienza, biblica o pagana, anche nella profezia. Ognuno è inserito nel progetto divino, ne è non solo testimone, ma attore e responsabile in prima persona. Sembrano riecheggiare qui le splendide parole con cui in questi stessi anni Giovanni Pico della Mirandola ha tessuto forse il più bell’elogio alla dignità e al libero arbitrio dell’essere umano: “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale perché sia tu stesso, quasi libero e sovrano, a plasmarti secondo la tua libera decisione: potrai annullarti in terra come le creature brute, potrai sollevarti fino alle cose più alte che sono divine”. Così un mestiere come quello del cambiavalute, inviso nel Medioevo perché a contatto col denaro considerato materiale impuro e ora rivalutato nell’ottica dei nuovi tempi e delle profonde trasformazioni, esercitato con prudenza, con giustizia, con sobrietà, guidato dalla fede, dalla speranza, dalla carità, sarà nella società strumento di cambiamento positivo per tutti e perciò degno della benedizione divina.

FOTO. Sibilla Cumana, Jan Van Eyck, Gand, Cattedrale di San Bavone


Dal centro dell’Italia alla ricca città di Gand. Siamo nelle Fiandre del primo Quattrocento, una delle aree più ricche dell’Europa: i mercanti, i banchieri, i borghesi attivi nei piccoli liberi centri stanno creando un mercato economico dove transitano merci di ogni tipo, con investimenti e profitti che segnano l’alba del capitalismo europeo. Fasto e splendore in breve rendono splendide Bruges, Gand, Anversa. E proprio a Gand opera il maggiore pittore del Rinascimento nordico: Jan Van Eyck. Per la cattedrale di San Bavone egli realizza un grandioso polittico in 20 pannelli in legno di quercia, in cui, attraverso 250 figure dai colori squillanti, sviluppa la storia della Redenzione dal peccato originale al trionfo finale di Cristo. E lì, sopra la scena dell’Annunciazione, avvolta in vesti sontuose, la Sibilla Cumana dà il suo vaticinio: “Verrà il tuo Re dei secoli futuri”. Parole che precedono e sottolineano il sottostante annuncio dell’angelo a Maria. Ciò che colpisce nella Sibilla fiamminga è lo splendido copricapo trapuntato da una reticella di candide perle e il verde mantello di pesante velluto con le maniche e il collo di preziosa pelliccia. E’ la moda con cui le ricche dame del nord si riparavano dai geli invernali. Colpiscono quel volto intenso e meditativo, quelle mani dai gesti così femminili: una sul grembo, come farà Maria, a sottolineare che quel Re verrà proprio da un corpo di donna, l’altra sorregge l’abito, nel gesto di alzarsi in piedi, stupita, ancora una volta come Maria, da un annuncio tanto solenne. Eppure la Sibilla sembra comunicarci dell’altro col suo viso pensoso: quel re non nascerà avvolto in velluti e pellicce, né sarà coccolato da banchieri e mercanti. Chi lo accoglierà? E come?

FOTO. Sibilla Libica, Siena, Cattedrale


Il dialogo dai quattro confini del mondo si fa stringente e drammatico. Le risposte ci riportano ancora in Italia, nella città di Siena. La Cattedrale dedicata all’Assunta domina la città del Palio dal colle più alto. Ci accoglie con la facciata dai bianchi marmi, ci apre la porta guidando gli occhi verso la splendida vetrata multicolore con cui Duccio di Buoninsegna celebra Maria. Ma ciò che subito attira l’attenzione è lo straordinario pavimento, che in 56 grandi tarsìe di marmi bianchi, neri, colorati compone con un originale programma teologico la storia del tempo, dell’uomo, della salvezza. E’ come se il fedele si mettesse lui stesso in cammino per arrivare, col suo fardello di dolori, di speranze, di errori a Cristo che dall’altare tutti accoglie, sotto la luminosa custodia di Maria. Può qui mancare la voce delle Sibille? Le loro figure occupano i 10 riquadri delle navate laterali, con un effetto di bianche statue classicheggianti, ciascuna con la propria profezia. Ma, sorpresa, la prima Sibilla, quella Libica “di cui parla Euripide” ha il viso, le mani, i piedi neri. L’immagine è di assoluta novità: è una delle prime raffigurazioni di un personaggio femminile di pelle nera nella storia della salvezza e nell’arte in senso generale. Da una donna nera viene una delle profezie più drammatiche, che risponde in modo spiazzante ai dubbi della Sibilla fiamminga. Mostra nelle pagine del volume aperto alla sua destra la scritta latina che annuncia: “Ricevendo pugni tacerà”, che si collega alla tabella sorretta da un vaso fiorito a cui s’attorcigliano due serpenti: “Capiterà in mani malvagie. Daranno a Dio schiaffi a piene mani. Misero e vergognoso recherà speranza ai miseri”. Che sia proprio una donna nera, da sempre negletta, da sempre umiliata e battuta, a pronunciare la profezia della Passione è un fatto sconvolgente. E’ un’immagine che perfora i secoli e che per noi, oggi, assume un significato ulteriormente nuovo. Nella certezza consolante che dopo la Passione c’è la Resurrezione.

FOTO. La Sibilla Cumana di Michelangelo nella Cappella Sistina


Certo, fra tutte le Sibille, l’immaginario di tutti non può non volare a Roma, nella Cappella Sistina, lo scrigno del genio di Michelangelo. Come i cicli in mosaico delle antiche basiliche, quello della Sistina è l’esempio più alto dell’arte al servizio della parola: un credo per immagini capace di tradurre in forme concrete, comprensibili a tutti, le verità che per tanto tempo erano appannaggio solo dei sapienti. Occorreva però che, accanto ad artisti pur grandi (Perugino, Botticelli, ecc.) che avevano affrescato le pareti laterali se ne aggiungesse un altro capace di imprimere unità e organicità al ciclo. Siamo nel 1508: Michelangelo riceve da papa Giulio II l’incarico di affrescare la volta, un lavoro immane (680 mq di superficie). Sette anni di lavoro massacrante, solo con i suoi tormenti e la sua immaginazione, con i pennelli e i colori ad ideare le nove scene della Genesi, dalla Separazione delle tenebre dalla luce al Diluvio e all’Ebbrezza di Noè, simbolo di un’umanità ineluttabilmente schiava degli istinti, degli errori, della perdizione. Occorreva far irrompere la speranza, riecheggiando le parole di Paolo: Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo trionfo?

Ed ecco, nel cornicione che affianca le nove scene, le figure dei Profeti e delle Sibille: tutti ispirati da Dio, ma in modo diverso, hanno il presentimento della Redenzione: se i primi la prevedevano con certezza, le Sibille, dal confuso orizzonte del mondo pagano, hanno saputo farsi interpreti del perpetuo anelito al rinnovamento dell’uomo, al di là delle tenebre. Sembrano compresse in troni troppo piccoli, le Sibille di Michelangelo, esponenti di un’umanità quasi asessuata, primordiale, colta nel momento di un improvviso risveglio, quasi una faticosa percezione della profezia, che suscita faticose, titaniche torsioni, in uno sforzo immane per uscire da una materia che sembra opprimerle: lo sforzo tutto michelangiolesco di una verità nascosta, di uno spirito incatenato che si dibatte per liberarsi e sprigionarsi.

La Sibilla Cumana della Sistina è agli antipodi della ricca signora dipinta da Van Eyck: non c’è grazia, non c’è femminilità in quelle forme gigantesche e mascoline della corporatura, in quel braccio poderoso che sorregge il libro, che sembrano contrastare con i tratti marcati e rugosi di un volto di vecchia. Le vesti sono disadorne, essenziali, spoglie; una sacca appesa al sedile sembra suggerire che non è propria dell’uomo la stabilità, che siamo tutti eterni pellegrini nel tempo della salvezza. Eppure, a questa donna così fuori dai canoni della femminilità ideale, è affidata, partendo dalle parole del poeta latino Virgilio, la profezia della nascita di un bambino generato da una vergine, che avrebbe aperto agli uomini un’era di pace e di felicità. Virgilio, primo secolo avanti Cristo, si salda idealmente alle parole del più antico Isaia, che, non a caso, Michelangelo ha affrescato proprio accanto alla Cumana: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che si chiamerà Emmanuele”. La grazia di Perugino, l’eleganza pensosa di Van Eyck, la pelle nera di Siena, la vecchiaia quasi deforme di Michelangelo: ritratti di donne di mondi diversi, capaci di andare oltre, di guardare lontano... in ognuna di esse possiamo trovare qualcosa di noi. Tanti accordi che si uniscono in un’unica grande voce. La voce delle Sibille capace di vincere di mille secoli il silenzio.

* Chiara Magaraggia

*FONTE. Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro cuore di Maria (ripresa parziale - senza immagini).

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> CREATIVITÀ --- Quando la cura è condivisione. La malattia, lo spunto per mettere in discussione la società tecnologica attuale (di Giovanni Ziccardi).
15 luglio 2016, di Federico La Sala 

Il cancro e l’hacking della medicina (e della conoscenza)

 Quando la cura è condivisione

di Giovanni Ziccardi (Il Mulino, 12 luglio 2016)

Rammento con lucidità il giorno in cui, alcuni anni orsono, Salvatore Iaconesi pubblicò su un sito web una lastra del suo cervello colpito da un tumore e diffuse un video, su YouTube, nel quale annunciava al mondo di avere il cancro.

C’eravamo incontrati spesso, negli ultimi dieci anni, a diverse conferenze e incontri hacker. Conoscevo bene la sua attenzione per la tecnologia, le sue competenze informatiche e la sua passione per la programmazione e per il codice, nonché le sue battaglie per l’apertura delle informazioni e del confronto scientifico e per l’estremizzazione della performance artistica.

Il pensiero andò subito non solo a lui ma anche a Oriana, la sua ragazza che spesso lo accompagnava, anche lei raffinata studiosa di comunicazione e appassionata di tematiche da sempre care alla comunità hacker e artistica nazionale e internazionale.

Oggi, nel libro La Cura (Codice Edizioni, 2016), Salvatore Iaconesi e Oriana Persico narrano di questa vicenda (ma non solo) in oltre 300 pagine di testo fitto e molto curato, aggiungendo innumerevoli particolari e «retroscena» a un fatto che molti di noi hanno seguito da lontano e ai margini, come amici, spesso frenati, nel domandare notizie o aggiornamenti, da quel pudore tipico che si manifesta quando si ha a che fare con persone care colpite dal cancro.

La Cura è un testo molto profondo, sia nella lettura sia nel necessario processo di comprensione ma, al contempo, assume spesso la forma di affascinante diario che non può che appassionare, commuovere o suggestionare anche il lettore non avvezzo a temi informatici.

Si tratta di un’opera scritta volontariamente «a strati» e a moduli, un universo di satelliti che possono essere affrontati in sequenza o letti senza un ordine, a caso, a seconda dell’interesse di chi legge. Nelle pagine si trova una grande storia d’amore ma anche un atto di omaggio al mondo dell’hacking e dell’apertura delle informazioni e del codice, una critica feroce ad alcune prassi (e istituzioni) mediche ma anche righe sincere di ringraziamento a medici e personale che hanno reso il malato più umano.

Salvatore e Oriana sono, per chi li conosce bene, menti molto articolate. Affrontano ogni problema, ogni questione, ogni punto sezionandolo e analizzandolo in ogni sua faccia, rendendolo pubblico e porgendolo alla discussione, spingendolo sempre al limite, tra tecnologia e performance artistica, sino a «esaurirlo» e a offrirlo all’interlocutore o al lettore in mille pezzi ma tutti interessanti e connessi tra loro. Lo stesso avviene in queste pagine, dove anche i passaggi più lineari sono resi interessanti dall’approfondimento e dal confronto.

Data la competenza degli autori, il titolo non deve ingannare: «la cura» non si riferisce a un libro che sveli una fantomatica cura per il cancro, o che voglia promuovere terapie, o che lasci spazio a teorie mediche alternative. Gli autori sanno benissimo, avendolo provato sulla loro pelle, quanto sia delicato il tema, e lo trattano sempre «in punta di piedi», con una pacatezza, una cautela nella scelta dei termini e una libertà assoluta nell’approccio che sono veramente degni di nota. Al contempo, però, prendono spunto dalla malattia in senso stretto per esporre i mali della società e per illustrare strategie (anche informatiche) per combatterli.

I temi affrontati sono decine, visti da diversi punti di vista (quello in prima persona di Salvatore, quello della sua amata Oriana, quelli contenuti in documenti scientifici, incontri e informazioni condivise o reperite in Internet), e non li voglio anticipare qui.

Ho, però, apprezzato alcuni aspetti che rendono La Cura non un «semplice» diario di una malattia, ma una piccola opera d’arte (o, meglio, una piccola performance artistica) con ambizioni molto più ampie.

La prima sensazione è che questo contrasto, in tutte le pagine, tra «apertura» e «chiusura», tra open e close, tra codice aperto e codice chiuso, tra segreto e pubblico, tra questioni discusse nelle stanze private o regalate, al contrario, al pubblico confronto, sia il cuore del libro.

Il cancro è tema, e malattia, che porta quasi naturalmente alla chiusura, alla non condivisione, anche e soprattutto nei rapporti umani. L’approccio di Salvatore e Oriana nel combattere la malattia puntando, invece, sull’apertura (apertura che parte, si pensi, dai formati dei dati attraverso i quali diffondere le informazioni mediche di Salvatore per permettere una sorta di «scrutinio globale e mondiale» di una cartella clinica) è indice chiaro di un approccio hacker che anche nella malattia, e non solo nella cultura o nel lavoro, può raggiungere grandi risultati.

La malattia diventa «condivisa» e pronta per essere sconfitta grazie anche alla raccolta incessante d’informazioni e a una selezione accurata delle stesse. Ma questa apertura, secondo Iaconesi e Persico, per essere efficace deve riguardare ogni aspetto della nostra società: le relazioni di ogni giorno, la burocrazia, le istituzioni, la quotidianità, i centri di potere, la salute e il suo «mercato», il benessere, l’amore, la solidarietà, la politica e l’ambiente. Una tecnologia che permetta non solo di comprendere meglio la società in cui viviamo, ma anche di vivere meglio tutti insieme.

Il secondo punto interessante, nel libro, riguarda il mondo della medicina e delle cure «visto dall’interno» da due soggetti da sempre attenti ai meccanismi sociali e che si trovano loro malgrado, improvvisamente, a doversi relazione e convivere con un «mondo» cui non solo non erano abituati, ma che non conoscevano affatto.

Qui esce l’idea di hacking o, meglio, di «cavallo di Troia». Il cercare dall’interno (della malattia, o dell’ospedale, o di un ufficio) i punti deboli e gli aspetti del sistema che si possono migliorare e, attraverso la condivisione delle informazioni, il tentare di migliorare il sistema, di correggere le imperfezioni, anche scrivendo nuovo codice informatico. Tra le tante «imperfezioni» che Salvatore e Oriana evidenziano, mi sembra che la disumanizzazione del paziente, il renderlo spesso un numero o un codice oggetto di un protocollo, e i rapporti «burocratizzati» dei familiari con i medici, siano gli aspetti più critici.

Il percorso verso «la cura» inizia quando Salvatore domanda la sua cartella clinica digitale, con tutti i dati degli esami preliminari. La richiesta della cartella clinica digitale è già pensata per poi renderla pubblica, per darla in pasto all’intelligenza collettiva della rete e per avviare un confronto. Nella convinzione, sempre, che la malattia non colpisca soltanto il malato ma anche tutti coloro che lo circondano e quindi, in definitiva, tutta la società.

Le parti di approfondimento che ho più apprezzato, forse perché un po’ distanti dalle mie competenze, sono quelle relative all’evoluzione della medicina e al suo rapporto con la tecnologia che arrivano a prospettare veri e propri nuovi approcci al «processo medico» e alle enormi quantità di dati che rilasciamo durante la nostra vita anche con riferimento alla nostra salute, e che possono essere utilizzate per il nostro benessere. Molto spazio è poi dedicato, opportunamente, all’idea di open data e al suo rapporto con la medicina moderna.

I vari «strati» informativi del libro s’intersecano alla perfezione, consentendo anche approfondimenti mirati su alcuni argomenti tecnici o sociologici più ostici.

La malattia, in tal senso, diventa lo spunto per mettere in discussione tanti aspetti della società tecnologica attuale che, tramite l’apertura delle informazioni e l’hacking, può essere costantemente migliorata. Sempre, ricordano i due autori, con il necessario apporto di tutti i cittadini.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE -- L’eccellenza del Nietzsche italiano (di Federico Vercellone)
11 luglio 2016, di Federico La Sala 


FILOSOFIA, E TEOLOGIA POLITICA DELLA’ "ANDRO-PO-LOGIA" ATEA E DEVOTA....

 LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” CONCEPITO COME “UOMO SUPREMO”. Note per una rilettura della “Storia universale della natura e teoria del cielo”


LA RISATA DI KANT: SCHOPENHAUER (COME RATZINGER) A SCUOLA DEL VISIONARIO SWEDENBORG. 


FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA. 



 L’eccellenza del Nietzsche italiano

di Federico Vercellone (La Stampa, 10.07.2016)

Tra le poche cose che vanno relativamente bene in Italia c’è la filosofia. Nonostante il totale disinteresse della classe politica nei confronti della ricerca, l’Italian Theory emerge con ottimi risultati anche sul piano internazionale.

La filosofia italiana del secondo Novecento è segnata nel suo percorso dalla presenza influente della grande filosofia classica tedesca. È una vicenda che si avvia da lontano, perlomeno dalla grande rilettura di Hegel prodotta dal neo-hegelismo napoletano e da Benedetto Croce. Successivamente, grazie a Luigi Pareyson, emerge l’altro versante dell’idealismo tedesco, Fichte e Schelling, oltre a Goethe e ai romantici e a Nietzsche, nel quadro di un progetto filosofico volto a superare l’eredità neo-idealistica.

Proprio Nietzsche costituisce un punto di svolta. La grande impresa dell’edizione critica presso Adelphi delle Opere di Nietzsche, avviata nel 1964, a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, apre un nuovo capitolo di notevole significato anche sul piano internazionale. È un capitolo che contribuisce a portare alla ribalta alcuni tra i più significativi filosofi italiani, da Massimo Cacciari a Emanuele Severino a Gianni Vattimo.

Su questo passaggio così significativo si sofferma Emilio Carlo Corriero in un volume ponderoso, equilibrato ed esaustivo uscito ora da Aragno, Il Nietzsche italiano. Il punto di avvio fondamentale, in un quadro per altro estremamente composito in relazione alla ricezione di Nietzsche, è l’idea di Crisi della ragione dibattuta in un volume del 1979 comparso da Einaudi a cura di Aldo Giorgio Gargani. Venuti meno i fondamenti della ragione classica, Nietzsche costituisce un indispensabile punto di riferimento per cogliere i tratti di un tempo di crisi dei fondamenti. Fare i conti con la «morte di Dio» e con il venir meno dei valori trascendenti comporta una rivoluzione del pensiero e dei modi di vita che mette in gioco aspetti fondamentali della nostra civiltà con implicazioni notevoli sul piano della convivenza civile, della morale pubblica, e della nostra provenienza religiosa dal mondo cristiano.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- LE "REGOLE DEL GIOCO" DELL’OCCIDENTE: "LA CITTA’ DIVISA" - "Stasis. La guerra civile come paradigma politico". Note.
19 giugno 2016, di Federico La Sala 


LA CITTA’ DIVISA [1997]: Questo libro è il capolavoro di Nicole Loraux [(1943-2003], la grande antichista francese da poco scomparsa. Esso tenta di ripensare da capo la polis greca, questo modello prestigioso di tutta la tradizione politica occidentale. La scoperta della Loraux è che a fondare la città greca, a fungere da paradigma alla democrazia, non sono né la libertà, né l’unità, né la comunità, ma qualcosa come un paradossale legame attraverso la divisione. 
-  Si tratta, cioè, di ripensare Atene sotto il segno della “stasis”, della guerra intestina, che divide e insanguina non solo la città, ma anche, l’”oikos”, la famiglia - o, piuttosto, circola, in un movimento incessante, dalla famiglia alla città, dai fratelli rivali ai cittadini nemici. 
-  La guerra civile non è, però, soltanto rottura e anomia, ma costituisce il legame politico segreto che anima e segna profondamente la vita e le istituzioni della democrazia greca, dal giuramento all’amnistia, dalla vendetta alla riconciliazione. -Una città divisa deve essere, infatti, capace non solo di ricordare, ma anche di dimenticare, di ricomporre attraverso l’oblio (l’amnistia) l’unità perduta. E a poco a poco, come in ogni grande libro di storia, l’analisi del passato permette di guardare in una nuova luce le divisioni e i conflitti, la memoria e la smemoratezza della società in cui viviamo. (Neri Pozza Editore, 2006) 
-  LA CITTA’ DIVISA: INDICE. Introduzione, di Gabriella Pedullà - Prefazione - La città divisa: sopralluoghi - I. L’oblio nella città - II. Ripoliticizzare la città - III. L’anima della città - Sotto il segno di Eris e di alcuni suoi figli - IV. Il legame della divisione - V. Giuramento, figlio di Discordia - VI. Dell’amnistia e del suo contrario - VII. Su un giorno vietato del calendario ateniese - Politiche della riconciliazione - VIII. La politica dei fratelli - IX. Una riconciliazione in Sicilia - X. Della giustizia come divisione - XI. E la democrazia ateniese dimenticò il “kratos” - Ringraziamenti - La guerra nella famiglia

LE "REGOLE DEL GIOCO" DELL’OCCIDENTE E IL DIVENIRE ACCOGLIENTE DELLA MENTE.


FILOSOFIA, E TEOLOGIA POLITICA DELLA’ "ANDRO-POLOGIA" ATEA E DEVOTA.... 
-  LA RISATA DI KANT


KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico


CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE.




Giorgio Agamben - Stasis. La guerra civile come paradigma politico, [1]

di Mauro Balestrieri *

Nell’opera complessiva del filosofo italiano Giorgio Agamben emerge con singolare nettezza l’articolato e celeberrimo progetto che va sotto il nome di Homo sacer. È questa un’opera densa e articolata, avviatasi verso la metà degli anni ‘90 con l’omonimo saggio (Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, 1995) e definitivamente conclusasi di recente con il volume L’uso dei corpi (Neri Pozza, 2014). Eppure, nella mente e nella penna dell’Autore sembra permanere ancora lo spazio per un’ulteriore incursione nel politico - un’incursione, forse, tra le più problematiche e complesse finora affrontate dall’intellettuale italiano. È questo il caso del recentissimo saggio Stasis. La guerra civile come paradigma politico, che raccoglie i contributi di due conferenze tenutesi presso l’Università di Princeton nel 2001; etichettato con la dicitura Homo sacer, II, 2 il testo si frappone tra il precedente Stato di eccezione ed il successivo Il Regno e la Gloria.

A un primo sguardo, i temi del nuovo volume appaiono collegati e opposti nel medesimo frangente. Da un lato, si assiste a un breve esame critico della nozione greca di stasis, che sinteticamente va a indicare la guerra civile combattuta all’interno di una stessa comunità politica tra fratelli e concittadini. Dall’altro, trova invece spazio un originale e innovativo studio sull’opera più nota del filosofo inglese Thomas Hobbes (Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil, 1651), ossia su quella costruzione filosofico-giuridica che ergendosi al di sopra della moltitudine sociale scongiura per l’appunto il rischio del conflitto sociale.

Ciò che va fin d’ora notato, tuttavia, è che l’approccio prescelto dall’Autore non è tanto quello di chiosare le note affermazioni che tradizionalmente si ripetono negli studi di settore, né quello di elaborare ex novo una teoria della guerra civile. L’interesse scaturente dalle pagine del breve scritto nasce dal desiderio di tracciare un nuovo filone critico sotteso allo studio della cd. stasiologia, e di sopperire in tal modo alla lacunosità del dibattito filosofico e giuridico attuali.

Secondo Agamben, ciò che manca oggi è propriamente uno studio ragionato e consapevole sul conflitto civile, ossia un tentativo di pensare filosoficamente la crisi e lo scontro. Un tentativo, deve aggiungersi, che ben al contrario si attualizza nel desiderio compulsivo di gestire, risolvere e se possibile anticipare il caso serio, al fine di evitarne ogni possibile problematicità. Proprio alla luce di questa ansia di risoluzione, il dato intellettuale tristemente si smarrisce: a riprova di ciò stanno tanto l’assenza di testi giuridici e politologici di riferimento, quanto la crisi stessa del termine guerra civile, sintagma che nell’ambito internazionale si riduce oramai a fattispecie invocante il mero intervento regolativo degli organismi internazionali. Ecco dunque che di fronte alle civil (o, come sembra ormai consuetudine etichettarle, uncivil) wars non si elabora più una teoria volta alla loro comprensione, bensì si mira a un management delle medesime, ossia a un articolato sistema di iniziative che si esplicita nelle plurime attività «della gestione, della manipolazione e dell’internazionalizzazione dei conflitti interni» (p. 11).

Per colmare questa sorprendente mancanza, il breve saggio di Agamben si incarica di mostrare due eclatanti manifestazioni storiche di tale paradigma, ricorrendo alla tradizione politica della Grecia classica e al pensiero filosofico di Thomas Hobbes. La convinzione che muove l’Autore in questo particolare percorso è infatti che entrambi i momenti rappresentino «le due facce di uno stesso paradigma politico, che si manifesta da una parte nell’affermazione della necessità della guerra civile e, dall’altra, nella necessità della sua esclusione» (p. 12). Tale opposizione, in altri termini, è il segno concreto di una loro intima vicinanza, che il consueto stile espositivo agambeniano chiarisce nelle sue plurime implicazioni.

Prima di tutto, il doppio e opposto significato del termine stasis, che va ad indicare tanto il concetto di immobilità, stabilità e mantenimento dello status quo, quanto quello di sedizione, rivolta e infine rivolgimento politico. Nella sua prima accezione, il termine giunge fino ai nostri giorni nelle forme note di stato ed istituzione (entrambi derivando, come lo stesso termine stasis, dal radicale “-sta” del verbo greco hìstemi). Nel suo secondo senso, il lemma sembra invece essersi dissipato, permanendo solo come antica vox media di un paradigma politico più ampio e quasi sotterraneo.

Attraverso un’analisi delle sue molteplici ricorrenze sia in Tucidide sia in Platone, Agamben arguisce che in realtà l’emblematica indeterminatezza della voce ricade di fatto in una forma di ambiguità concettuale, in base alla quale la guerra civile esulerebbe tanto dall’oikos (ossia dal focolare domestico), quanto dalla pòlis (ossia dalla collettività urbana). Essa sarebbe quindi la zona di indifferenza tra lo spazio impolitico della famiglia e quello politico della città: «nel sistema della politica greca, la guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città, e la città si depoliticizza in famiglia» (p.24).

In definitiva, la stasis opera come un reagente che rivela l’elemento politico nel caso estremo, ossia come una soglia di politicizzazione che determina di per sé il carattere politico o impolitico di un certo essere. Ulteriore conseguenza è che questa stessa indeterminatezza concettuale si riverbera nel formante giuridico, così come mostrato dall’istituto penalistico dell’amnistia. Se infatti il prendere parte alla guerra civile era nell’antica Grecia politicamente necessario, a conclusione del conflitto interveniva comunque la pacificazione sociale, che attraverso le forme dell’oblio (amnistia - da amnestèo - indica appunto la dimenticanza) sanava retroattivamente la partecipazione attiva dei suoi componenti. In questo senso, la stasis non è qualcosa che semplicemente deve essere rimosso, ma è «l’indimenticabile che deve restare sempre possibile nella città e che, tuttavia, non deve essere ricordato attraverso processi e risentimenti» (p. 29).

Nella Grecia classica, possiamo allora concluderne, non si dà una sostanza politica omogenea, ma un manifestarsi irregolare e continuo di correnti tensionali e instabili, esprimentesi in ultimo grado nelle forme della politicizzazione e della depoliticizzazione, ossia nella commistione belluina della famiglia e della città.

Ora, è precisamente per sconfiggere questo scenario mortifero e abissale che Hobbes costruirà il suo Leviatano, quell’immenso automa o “Dio mortale” composto da una moltitudine di piccole figure umane tradizionalmente intese come sudditi.

Com’è facile scorgere esaminando i due diversi frontespizi dell’opera (l’uno vede rappresentati i sudditi con il viso rivolto verso il lettore; l’altro, coevo al primo, li coglie al contrario di spalle), gli esserini che compongono l’immenso meccanismo artificiale si uniscono saldamente gli uni agli altri. La spiegazione traslata è che ciò avviene per mezzo del loro reciproco accordo, che consente metaforicamente di compattarli dando luogo a quell’ideale corpo politico (body political) così caro al pensatore inglese.

Proprio la nozione di corpo politico, però, si presta alle più dure contestazioni: data la sua sfuggente consistenza, per Hobbes il popolo esiste solo nell’istante in cui si riunisce per nominare un leader o un’assemblea rappresentativa - ma in questo stesso istante svanisce improvvisamente. Il corpo politico, in altri termini, è qualcosa di altro e di impossibile, destinato continuamente a comporsi e subitaneamente a dissolversi nella costituzione del governo effettivo.

È in questo preciso passaggio che Agamben ricerca un’affinità con il summenzionato meccanismo di esclusione/inclusione visto a proposito della guerra civile nella Grecia antica: «se il popolo, che è stato costituito da una moltitudine disunita, si dissolve nuovamente in una moltitudine, allora questa non soltanto preesiste al popolo/re, ma, come multitudo dissoluta, continua a esistere dopo di questo [...] La moltitudine non ha un significato politico, essa è l’elemento impolitico sulla cui esclusione si fonda la città; e, tuttavia, nella città vi è soltanto la moltitudine, perché il popolo è già sempre svanito nel sovrano» (p. 55).

Hobbes, rendendosi conto di tale aporia, oblitera il paradosso della moltitudine/corpo politico risolvendolo, com’è noto, con il ricorso immediato al pactum subiectionis. Ma se ciò ha il pregio di spezzare il circolo che dalla guerra civile conduce alla riconfigurazione della multitudo dissoluta, permane quale operazione problematica e nient’affatto ultimativa - un’operazione che lascia scoperto l’enorme problema di una possibile ripresentazione dello stato di natura e quindi del conflitto generalizzato.

Senza dubbio, è in questi termini che fino a oggi è stato pensato il fine ultimo del Leviatano: la posticipazione indefinita del conflitto civile. Il covenant alla base della sua formazione agirebbe, si sostiene, quale forza frenante rispetto all’avvento della discordia intestina, ossia quale meccanismo giuridico in grado di disinnescare a priori la fine dei tempi rappresentata dal collasso politico. In fondo, si può anche dire, il Leviatano fa paura proprio per questa ragione: se come si è visto la multitudo dissoluta può effettivamente frammentarsi in ogni istante e generare quindi un nuovo conflitto, lo Stato deve continuativamente incutere timore, un timore rivolto all’impedimento immediato di ogni sua concreta demolizione.

Con un doppio ribaltamento, Agamben costruisce invece la propria conclusiva argomentazione accentuando la dimensione messianica e decisamente escatologica dell’intero pensiero hobbesiano. In tal senso il filosofo inglese, in accordo con il messaggio evangelico, configurerebbe il Leviathan quale “capo” di un political body, con ciò adoperando la nota immagine paolina che predica Cristo stesso quale “capo” dell’ekklesìa, ossia dell’assemblea dei fedeli.

Se Cristo è il capo del corpo dell’assemblea, allora il Leviathan è il capo del corpo politico. Questo rispecchiamento profano del messaggio paolino conduce però a una precisa conseguenza: «nello stato attuale, Cristo è il capo del corpo dell’assemblea, ma, alla fine dei tempi, nel Regno dei cieli, non vi sarà più distinzione fra la testa e il corpo, perché Dio sarà tutto in tutti [...] Ciò significa che alla fine dei tempi la finzione cefalica del Leviatano potrebbe essere cancellata e il popolo ritrovare il suo corpo. La cesura che divide il body political - soltanto visibile nella finzione ottica del Leviatano, ma di fatto irreale - e la moltitudine reale, ma politicamente invisibile, sarà alla fine colmata nella Chiesa perfetta» (p. 72).

Un nuovo messaggio sembra allora profilarsi quale cifra complessiva di questa antica filosofia: lo Stato (di matrice hobbesiana) non ha affatto la funzione e il ruolo di una forza frenante o catecontica. Esso non vuole in alcun modo posticipare la fine dei tempi, ma al contrario avvicinarla escatologicamente, in modo da rendere reali l’avvento del Regno e la consumazione dei tempi. Buffamente, lo Stato-Leviatano - che nell’immaginario di tutti predicava la garanzia per la pace e la sicurezza dei sudditi - partecipa invece a una visione apocalittica del potere, in cui l’avvento catastrofico del Giorno del Signore è la lettera conclusiva dell’intera esperienza politica occidentale.

Diverse tradizioni sembrano allora confrontarsi nell’immagine storica di questa figura: da un lato quella terrifica di uno Stato assoluto e indomabile, che ingloba senza esitazione le anime di chi tenta di impossessarsene (come sottolinea vividamente Bodin nella sua Daemonomania). Dall’altro, quella cabalistica e messianica che intravede al contrario il grande monstrum scomparire nel festivo banchetto delle sue carni.

Ma se la storia del pensiero politico sembra confinare tali interpretazioni all’archeologia del pensiero storico, una terza e parimenti inquietante forma di manifestazione è stata ben presente nella concezione dello Stato moderno. Una concezione che vedeva il Leviatano quale meccanismo artificiale e impersonale, in cui attraverso la generale neutralizzazione del politico si perveniva a una concezione del diritto quale strumento tecnico neutrale.

L’annoso conflitto tra legalità e legittimità, che oggi prende le forme degli imperativi tecnici e della logica economica, produce ancora manifestazioni assolutizzanti e dotate di un vero e proprio carattere normativo, quali è facile incontrare nelle forme atipiche della soft law e della governance mondiale. Tali istanze scompaginano le categorie giuridiche fondamentali, costruendo e decostruendo lo stesso simbolo del Leviatano, e agendo come operatori eccezionali in grado di (ri)fondare l’ordine politico mondiale.

È forse attraverso la secolarizzazione di questa remota provenienza che sembra giunta allora l’epoca della stasis globale - un’epoca, suggerisce Agamben, in cui la politica contemporanea ricerca il proprio senso teologico senza riuscire pienamente a coglierlo, perché preda di una dimenticanza remota e inquietante che rimonta alle origine stesse della propria costituzione. Il contributo di Agamben, pur nell’estemporaneità della sua trattazione, è allora un piccolo ma denso tassello di un’opera ancora da scrivere e, forse, ancora da pensare.

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Philosophy Kitchen, Recensioni / giugno 2015

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- MALEDETTO SIA COPERNICO! Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa (di L. Pirandello)
11 giugno 2016, di Federico La Sala 


UN “GOJ”: IL PRESEPE E LA NOTTE DI NATALE. 
-  La ‘risata’ di Pirandello contro la vecchia e zoppa "sacra" famiglia ’cattolica’!!



§ 2. Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa

di Luigi Pirandello *

L’idea, o piuttosto, il consiglio di scrivere mi è venuto dal mio reverendo amico don Eligio Pellegrinotto, che al presente ha in custodia i libri della Boccamazza, e al quale io affido il manoscritto appena sarà terminato, se mai sarà.

Lo scrivo qua, nella chiesetta sconsacrata, al lume che mi viene dalla lanterna lassù, della cupola; qua, nell’abside riservata al bibliotecario e chiusa da una bassa cancellata di legno a pilastrini, mentre don Eligio sbuffa sotto l’incarico che si è eroicamente assunto di mettere un po’ d’ordine in questa vera babilonia di libri. Temo che non ne verrà mai a capo. Nessuno prima di lui s’era curato di sapere, almeno all’ingrosso, dando di sfuggita un’occhiata ai dorsi, che razza di libri quel Monsignore avesse donato al Comune: si riteneva che tutti o quasi dovessero trattare di materie religiose. Ora il Pellegrinotto ha scoperto, per maggior sua consolazione, una varietà grandissima di materie nella biblioteca di Monsignore; e siccome i libri furon presi di qua e di là nel magazzino e accozzati così come venivano sotto mano, la confusione è indescrivibile. Si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose: don Eligio Pellegrinotto mi ha detto, ad esempio, che ha stentato non poco a staccare da un trattato molto licenzioso Dell’arte di amar le donne, libri tre di Anton Muzio Porro, dell’anno 1571, una Vita e morte di Faustino Materucci, Benedettino di Polirone, che taluni chiamano beato, biografia edita a Mantova nel 1625. Per l’umidità, le legature de’ due volumi si erano fraternamente appiccicate. Notare che nel libro secondo di quel trattato licenzioso si discorre a lungo della vita e delle avventure monacali.

Molti libri curiosi e piacevolissimi don Eligio Pellegrinotto, arrampicato tutto il giorno su una scala da lampionajo, ha pescato negli scaffali della biblioteca. Ogni qual volta ne trova uno, lo lancia dall’alto, con garbo, sul tavolone che sta in mezzo; la chiesetta ne rintrona; un nugolo di polvere si leva, da cui due o tre ragni scappano via spaventati: io accorro dall’abside, scavalcando la cancellata; dò prima col libro stesso la caccia ai ragni su pe ’l tavolone polveroso; poi apro il libro e mi metto a leggiucchiarlo.

Così, a poco a poco, ho fatto il gusto a siffatte letture. Ora don Eligio mi dice che il mio libro dovrebbe esser condotto sul modello di questi ch’egli va scovando nella biblioteca, aver cioè il loro particolar sapore. Io scrollo le spalle e gli rispondo che non è fatica per me. E poi altro mi trattiene.

Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala e viene a prendere una boccata [p. 6 modifica]d’aria nell’orticello che ha trovato modo di far sorgere qui dietro l’abside, riparato giro giro da stecchi e spuntoni.

-  Eh, mio reverendo amico, - gli dico io, seduto sul murello, col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr’egli attende alle sue lattughe. - Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico!

-  Oh oh oh, che c’entra Copernico! - esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia.

-  C’entra, don Eligio. Perchè, quando la Terra non girava...

-  E dàlli! Ma se ha sempre girato!

-  Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso, non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? ch’era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi, scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava, e l’uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sè e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d’oziosi particolari. Si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare?

-  Non nego, - risponde don Eligio, - ma è vero altresì che non si sono mai scritti libri [p. 7 modifica]così minuti, anzi minuziosi in tutti i più riposti particolari, come dacchè, a vostro dire, la Terra s’è messa a girare.

-  E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise... La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola... Teresina si moriva di fame... Lucrezia spasimava d’amore... Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi? Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perchè, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire - spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze - dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni; e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci, ormai, le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. [p. 8 modifica] Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi! Chi ne parla più?

Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che, per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l’uomo si distrae facilmente.

Questo è vero. Il nostro Comune, in certe notti segnate nel calendario, non fa accendere i lampioni, e spesso - se è nuvolo - ci lascia al bujo.

Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.

Ebbene, in grazia di questa distrazione provvidenziale, oltre che per la stranezza del mio caso, io parlerò di me, ma quanto più brevemente mi sarà possibile, dando cioè soltanto quelle notizie che stimerò necessarie.

Alcune di esse, certo, non mi faranno molto onore; ma io mi trovo ora in una condizione così eccezionale, che posso considerarmi come già fuori della vita; e dunque senza obblighi e senza scrupoli di sorta.

Cominciamo.

*

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal (1904)

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- "VISIONI". Il Libro Rosso di Ildegarda la donna che volò via dal Medioevo (di Silvia Ronchey)
4 giugno 2016, di Federico La Sala 


FILOSOFIA, ANTROPOLOGIA, E STORIA. UOMINI E DONNE, PROFETI E SIBILLE, OGGI:


«Al momento di diventare sciamani, si dice, gli uomini cambiano sesso. È così posta in rilievo la profondità del mutamento necessario. Il femminile come atteggiamento recettivo non abolisce però il maschile, gli propone un mutamento parallelo» (E. Fachinelli, La mente estatica, 1989). 


MICHELANGELO E LA SISTINA. I PROFETI INSIEME ALLE SIBILLE PER LA CHIESA UN GROSSO PROBLEMA... Materiali sul tema, per approfondimenti


IL "SOGNO" DI MICHELANGELO: "DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE". Sibille e profeti: sulle tracce di Benjamin 



ILDEGARDA.

Mistica, filosofa, poetessa, la badessa di Bingen visse nel XII secolo e illustrò le sue profezie che anticipano Jung

 Il Libro Rosso di Ildegarda la donna che volò via dal Medioevo

di Silvia Ronchey (la Repubblica, 04.06.2016)

IL LIBRO Visioni di Ildegarda di Bingen (Castelvecchi, a cura di Anna Maria Sciacca pagg. 457, euro 39


«Simon Pietro disse loro: Maria si allontani da noi, poiché le donne non sono degne della Vita! Gesù disse: ecco, io la trarrò a me per renderla maschio, perché anche lei divenga uno spirito vivo simile a voi maschi. Perché ogni femmina che diventerà maschio entrerà nel Regno dei Cieli». È il capitolo 121 del “Vangelo di Tommaso”, il più famoso dei testi gnostici ritrovati nel 1945 a Nag-Hammadi. L’insegnamento lasciato sepolto dal V secolo nell’apocrifo gnostico bizantino riaffiora in uno scenario medievale tedesco. Siamo all’inizio del XII secolo, in riva al Reno. La monaca benedettina siede davanti a uno scrittoio, sorretta dall’alto schienale di una sedia. È pronta a scrivere o trascrivere qualcosa: tiene in mano l’occorrente, due tavolette di cera nera a due colonne ciascuna. È nera anche la veste claustrale, su cui è drappeggiato un mantello marrone, e le maniche della cotta bianca stringono i polsi che reggono lo stilo. 
-  È lei stessa a ritrarsi così, nella miniatura in cui la grande ruota del firmamento scintilla di carminio e lapislazzulo, schiacciando in basso, in un piccolo riquadro illuminato, il minuscolo autoritratto dell’autrice. Il viso è rivolto verso la parte principale del foglio, che la sovrasta con la visione da cui traboccano “squame di fuoco lucido”, a ferirla «sotto forma di scintille».

Ildegarda, badessa di Rupertsberg presso Bingen nell’Assia, studiosa di scienze naturali, di medicina e di musica, nonché dello pseudo Dionigi Areopagita, scrittrice, compositrice, teurga, drammaturga, era dotata di talenti multiformi e affetta da violenti disturbi. «La forza delle visioni misteriose, segrete e stupefacenti » la tormentava da quando aveva cinque anni. Tacere ciò che vedeva e sapeva le aveva fatto trascorrere una giovinezza macerata nell’ansia e diventare col tempo sempre più «misera e debole, figlia di enormi sofferenze, tormentata da molte e gravi infermità corporali», come annota negli incipit dei suoi cosiddetti libri profetici, ora tradotti nella raccolta che consegna integralmente al lettore italiano le sue visioni: lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum (Ildegarda di Bingen, Visioni, a cura di Anna Maria Sciacca, prefazione di Enrico dal Covolo, Castelvecchi).

Dettate da una misteriosa voce e da lei solo compitate, per essere a loro volta trascritte con l’aiuto del vecchio monaco segretario Volmar, le visioni di Ildegarda sono affiancate in due manoscritti - quello di Wiesbaden, perito nell’incendio del 1945 e sopravvissuto solo in copia, e quello della Biblioteca Governativa di Lucca, identificato da Tritemio e ancora oggi consultabile in originale - dalle formidabili esplosioni di forma e colore delle miniature, che risalgono all’autrice e illustrano dal vero i paesaggi di una frastagliata geografia dello spirito. 
-  Nel nastro policromo dell’illustrazione scorrono incessanti le schegge visive, “appuntite, piccole e grandi”, di una tradizione universale, si dilatano “sfere d’ombra e cerchi di luce”, roteano mandala, si serrano labirinti, si schiudono meandri, e le geometrie astratte si popolano di figure ermetiche e di presenze animali. Un bestiario che si è tentato invano di interpretare, accostandolo ora a quello dell’Apocalissi di Giovanni, ora al medioevo fantastico delle cattedrali tedesche, ora ai bestiari, agli erbari, alle tabulae della tradizione tardoantica, o perfino alle allegorie della Commedia dantesca o al Libro rosso di Jung.

«Nel millecentoquarantunesimo anno dall’Incarnazione di Gesù Cristo, quando avevo quarantadue anni e sette mesi», si legge nella prefazione allo Scivias, «un globo di fuoco abbacinante, proveniente dal cielo aperto, invase tutto il mio cervello e pervase il mio cuore e il mio petto come una fiamma che non ustiona, ma scioglie nel suo calore immenso». 
-  Ildegarda udì una voce chiamarla homo: «L’uomo che ho voluto e ho scosso per mio arbitrio e capriccio con meraviglie più grandi dei segreti degli antichi», diceva la voce, «l’ho steso a terra, perché non si rialzasse in esaltazione di spirito. Il mondo non ha prodotto in lui né gioia né diletto, né progresso nelle cose che gli erano sue, perché l’ho privato di qualsiasi aggressività e ostinazione, facendolo rimanere timoroso e spaventato, senza alcuna sicurezza di sé, in preda al senso di colpa». Fu così che Ildegarda si consentì di consegnare alle parole e alle immagini ciò che fino ad allora non aveva «manifestato a nessuno, ma serbato per tutto il tempo in silenzio». 
-  Impiegò dieci anni a trascrivere ciò che in quei «momenti rovinosi del suo cuore » lei, uomo, vedeva e sentiva non «secondo l’intelligenza dell’inventio umana e nemmeno secondo la volontà di comporre umanamente, ma secondo il tenore della parola così come è voluta, mostrata, descritta» da un’entità più grande e profonda «che sa, vede e dispone ogni cosa nel segreto dei suoi misteri»: secondo la visione «non del cuore o della mente, ma dell’anima», còlta «non in sonno né in estasi», ma «da sveglia, con occhi e orecchie umani», e però “interiormente”, in “luoghi scoperti” dentro di sé. È in questo modo che Ildegarda diventò maschio e realizzò il comandamento gnostico del Vangelo di Tommaso.

Nel secolo di Federico Barbarossa, che consigliò e sfidò, e di Bernardo di Chiaravalle, con cui corrispose e che la ammirò, ingaggiò le gerarchie ecclesiastiche cattoliche con tale coraggio e tanta abilità da non venirne mai considerata eretica, ma anzi eletta a autorità dottrinale e ascoltata nei sinodi. Le sue prediche risuonavano a Treviri, a Colonia, a Liegi, a Magonza, a Würzburg, a Metz; i suoi drammi e poemi sacri nelle chiese di tutta Europa. 
-  Era detta la Sibilla del Reno anche per la chiaroveggenza che esercitava in politica, quando imperatori e papi le si rivolgevano a consulto, di persona o nelle lettere ancora oggi conservate dal suo prezioso epistolario.

La scrittura “maschile” di Ildegarda è solo uno degli esempi di quella grande e formidabile tradizione femminile, fino a poco tempo fa misconosciuta o marchiata dal sigillo della pura irrazionalità, che è la letteratura delle mistiche. Ildegarda è solo un combattente, anche se indubbiamente di alto grado, nell’esercito di donne colte e sofisticate, dal carattere libero e dalla prosa superba, che da Eloisa a Margherita Porete, da Angela da Foligno a Brigida di Svezia, da Caterina da Siena a Maria Maddalena de’ Pazzi, da Margherita Maria Alacoque a Veronica Giuliani alle due Terese, d’Avila e di Lisieux, ha sfidato le oppressioni della cultura dominante. Donne che furono giudicate anoressiche, isteriche, forse epilettiche, ma attraverso le quali l’intelligenza e l’indipendenza femminili hanno sfidato secoli di oscurità. 
-  «È donna chi non ha l’intelletto maschio che sradica dalla sua memoria tutte le passioni, che sono femmine, chi non sa servirsi di quella sola collera, che è potenza dell’anima distruttrice dei pensieri», aveva scritto nel quarto secolo Evagrio Pontico nelle sue Centurie (47). 
-  In questo senso, quella delle sante mistiche è il più grande esempio, forse, di letteratura autenticamente maschile.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- ITALIA. I tre anniversari del 2 giugno (di Carlo Smuraglia - ANPI).
1 giugno 2016, di Federico La Sala 


 FILOSOFIA, ANTROPOLOGIA, E STORIA. UOMINI E DONNE, PROFETI E SIBILLE, OGGI... 
-  IL "SOGNO" DI MICHELANGELO: "DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE". Sibille e profeti: sulle tracce di Benjamin


 I tre anniversari del 2 giugno

di Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi

Da tempo contestiamo che il 2 giugno possa risolversi in una parata militare o poco più. Abbiamo, nel tempo, accentuato il connotato di anniversario fondamentale per la vita del Paese; in seguito, abbiamo collegato al 2 giugno il tema della Costituzione, dando luogo anche a manifestazioni molto partecipate, d’ intesa con la CGIL.

Quest’anno, è impossibile celebrare il 2 giugno senza ricordare che nel 2016 si concentrano ben tre anniversari: la Repubblica, il voto alle donne e la nascita della Costituente. Tre anniversari che imprimono un carattere particolarmente significativo ad una Festa che, per noi, ha sempre avuto un’importanza del tutto particolare. A fronte di un interrogativo che alcuni si sono posti, se il 2 giugno abbia rappresentato il punto di arrivo della crisi che portò il Paese fuori dal fascismo e dalla guerra, oppure il primo passo di un nuovo possibile cambiamento, ho personalmente ritenuto - sempre - che il tema fosse mal posto, perché in realtà, la vera fase conclusiva del periodo della dittatura fu l’8 settembre, che segnò anche l’inizio della fase di riscatto. Il 2 giugno fu il giorno della scelta decisiva, influenzata solo in parte dal comportamento dei Savoia: la scelta se restare ancorati ai modelli del periodo prefascista, oppure avviare con determinazione il cammino, magari non facile, verso una democrazia, in cui i cittadini assumessero finalmente il ruolo - chiave, attraverso la partecipazione.

Per chi ha partecipato alla Resistenza, una simile scelta non aveva alternative, perché in realtà ciò che si era voluto, tutti, era la fine della dittatura e la nascita di un sistema democratico, che andasse oltre, anche rispetto all’esperienza del periodo liberale.

Molti di noi, il 2 giugno 1946, non ebbero dubbi, sembrandoci impossibile non trarre le conseguenze logiche e necessarie dell’esperienza che avevamo vissuto e dei sogni che avevamo coltivato. Del resto, nelle famose ”aree libere”, quando vi fu la possibilità concreta di sperimentare la democrazia, talora in forma poco più che primitiva, la definizione a cui si pensò, fu quella di “repubblica partigiana”. La Repubblica fu, dunque, per molti, la speranza di un futuro diverso, nel quale non ci fosse più posto per qualsiasi forma di autoritarismo e tanto meno di “sudditanza” dovendo il popolo diventare, finalmente, il vero protagonista della scena politica.

Non a caso, del resto, nel 1946, si decise, finalmente, di riconoscere alle donne il diritto di votare e di essere elette; ed anche questo era frutto di un’aspirazione certo lontana nel tempo (i movimenti femministi risalgono alla fine dell’800 ed alla parte iniziale del ‘900), ma consolidata con l’irruzione delle donne sulla scena politica, negli anni della seconda guerra mondiale e soprattutto tra il 1943 e il 1945, con l’assunzione di inedite responsabilità e compiti, come staffette, come partigiane, come protagoniste della Resistenza non armata, infine come componenti dei “gruppi di difesa della donna”.

È nel 1946 che si concretizza quello che per molto tempo era stato il sogno impossibile e che ora, dopo la Resistenza, appariva come imprescindibile, al di là di ogni pregiudizio e di ogni timore. E non è un caso, che sempre nel 1946, e proprio a seguito del voto del 2 giugno, fu eletta l’Assemblea Costituente, si diede vita - cioè - al percorso che doveva creare le condizioni di vita e di rapporti politici e sociali (anch’essi sognati nella Resistenza e finalmente avviati alla realizzazione ) creando la struttura di quella che diventerà poi la nostra Costituzione, destinata a durare nel tempo.

Per tutto questo, oggi il 2 giugno non può essere festeggiato solo come l’anniversario di una scelta, pur decisiva, ma deve essere considerato nel contesto di tutti gli anniversari che si celebrano nel 2016, perché fra di essi vi è un legame strettissimo e indissolubile (Repubblica, voto alle donne, Costituente), riconducibile ad un’unica matrice, la Resistenza ed alla volontà di riscatto del popolo italiano.

Forse, nella mente dei vincitori del voto del 2 giugno, vi fu solo in parte questa consapevolezza complessiva; forse si coltivavano perfino speranze eccessive, al limite delle illusioni. Ma intanto il dado era tratto, con la forma di Stato, col riconoscimento del diritto universale di voto, con le basi gettate - con la Costituente - per una Costituzione radicalmente innovativa, che fosse di rottura netta col passato, ma anche di premessa ed impegno per un futuro socialmente, politicamente e democraticamente diverso.

Tutto questo significa, dunque, oggi, il 2 giugno; e come tale lo festeggeremo, anche se attraversiamo una fase non facile ed anche se è in atto uno scontro proprio sulla Costituzione. Ma siamo intenti a “celebrare” la ricorrenza, non tanto sulla base del ricordo storico, quanto e soprattutto sulla base della conoscenza e della riflessione: per capire meglio chi siamo e da dove veniamo e per guardare ad un futuro che potrà essere ancora incerto, ma non potrà mai prescindere dalle scelte di settant’anni fa e di ciò che hanno rappresentato e rappresentano tuttora nella vita e nei sentimenti del nostro Paese.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi

* ANPI, 31 Maggio 2016

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. -- DONNE E UOMINI, POLITICA. «Il contratto sessuale». Note sui lavori di A. Buttarelli, L. Lerro, e C. Pateman.
16 maggio 2016, di Federico La Sala 


UOMINI E DONNE: ANTROPOLOGIA E STORIOGRAFIA FILOSOFICA: "DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE" 
-  LA RINASCENZA DEL SOGGETTO. SULLE TRACCE DI BENJAMIN, AL DI LA’ DELL’EDIPO.


MICHELANGELO E LA SISTINA (1512-2012). I PROFETI INSIEME ALLE SIBILLE PER LA CHIESA UN GROSSO PROBLEMA 
-  DOPO 500 ANNI, PER IL CARDINALE RAVASI LA PRESENZA DELLE SIBILLE NELLA SISTINA E’ ANCORA L’ELEMENTO PIU’ CURIOSO. 


DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant (e altri materiali).



Blog, Maschile/Femminile, DONNE E UOMINI, POLITICA 29 settembre 2013

Sovrane e libere dal potere

di Marina Terragni *

Annarosa Buttarelli, Sovrane. La libertà femminile al governo (il Saggiatore, pp. 238, € 18,00)


Ogni anno a Kathmandu, Nepal, nel corso di una solenne cerimonia, la dea-bambina Kumari è chiamata a rilegittimare con la sua superiore autorità il potere del Presidente della Repubblica laica.

Non è raro che sia una fanciulla a incarnare l’idea di una sovranità più alta di ogni potere. Una vergine, ovvero non ancora compromessa con l’ordine simbolico maschile, capace di un’autorità che non è dominio e di una potenza che non è violenza. Come la «nostra» Maria, come Agata e le altre sante celebrate con processioni e «cannalore».

Nel suo ardente Sovrane la filosofa Annarosa Buttarelli ragiona su quest’altra idea di sovranità, ben più antica della potestas che ha orientato l’assolutismo monarchico e la democrazia rappresentativa. Idea che i riti, prevalentemente maschili, custodiscono e a un tempo esorcizzano: finita la festa, gabbate le sante, che sono rimesse a tacere.

Si tratta, invece, di onorare il debito con le «sovrane» lasciandole parlare, e fare. Di intraprendere un nuovo inizio della convivenza umana che tenga conto della differenza femminile.

Si tratta di «ripartire dalle origini dei processi e, se queste origini si rivelassero infauste, trovare la forza e l’intelligenza necessaria per crearne altri differenti». Cominciando con il «togliere definitivamente dalla rimozione ciò che è accaduto del 403 a. C. ad Atene», anno e luogo di nascita della democrazia: ciò che lì fu rimosso è il «due» che siamo, uomini e donne ritenute «parenti acquisite» e rinchiuse nel privato. Non aver tenuto conto dei corpi e dei pensieri delle donne, e della fonte della loro autorità, è ragione di ogni altra ingiustizia, che non può essere sanata se non confidando in una «conversione trasformatrice».

Nel saggio, scritto con arendtiano "amor mundi" e l’intento di orientare l’azione politica qui e ora, molti esempi di sapienza al governo: Cristina di Svezia, Elisabetta I d’Inghilterra, Ildegarda di Bingen. Inaspettatamente, anche la derelitta Antigone: sovrana, lei? E di che cosa? In lei il principio di sovranità si mostra purissimo nell’amore radicale per una verità che esiste «da sempre: la vita con le sue leggi e la sua trascendenza, le relazioni di cui abbiamo bisogno per vivere e la condizione umana calata in un cosmo che impone spesso un suo ordine». Antigone non contro la legge, ma sopra - sovrana -, nell’ordine di ciò che è «eterno, universale e incondizionato» (Simone Weil), immersa nel mistero della «struttura che connette», come la chiamerà Gregory Bateson, e da cui la politica di oggi sembra prescindere.

La logica inclusiva della parità e delle quote, scrive Buttarelli, è poca cosa: la posta in gioco «non sono i posti di potere», ma «la decisa dislocazione della sovranità dal potere». In particolare, le donne si mostrano estranee al concetto di rappresentanza, per affidarsi alla pratica delle relazioni reali. Portare la sapienza al governo significa portarvi questa competenza relazionale e attenersi in ogni atto al primato della vita.

Due esempi di questo governare che non è rappresentare: la vicenda delle operaie tessili di Manerbio, Brescia, che tra gli anni Ottanta e Novanta affrontarono la crisi della fabbrica rifiutando la rappresentanza sindacale e portando l’amore - tra loro stesse, per i loro prodotti, per chi li comprava - al tavolo di trattativa. E quella di Graziella Borsatti, sindaca a Ostiglia, Mantova, tra il 1991 e il 2004, che saltando l’astrazione della rappresentanza e mettendo in campo relazioni concrete, fece della sua giunta e di tutta la città una «comunità governante», orientata dal proposito di «disfare il potere e agire il benessere»: primum vivere.

Presentando Sovrane al Festivaletteratura di Mantova, Stefano Rodotà ha parlato di «fondazione di un pensiero» e ha ammesso di avere «imparato molto». Gli rispondono idealmente, invitando a una nuova politica da subito, le parole con cui Buttarelli chiude il saggio: «Se il meglio è accaduto a Brescia e a Ostiglia può accadere ancora, oggi e ogni volta che sarà necessario».

(pubblicato oggi su La Lettura-Corriere della Sera)


LO PSICOANALISTA E LA CITTA’ Riflessioni sulla vita contemporanea

SOVRANE E PUTTANE

di MASSIMO RECALCATI (Psychiatry-on-line)

Due libri recenti e molto diversi tra loro offrono ritratti opposti della femminilità: nel primo, titolato Sovrane, edito da Il Saggiatore, Annarosa Buttarelli - filosofa e femminista - s’impegna a ricuperare le tracce di una pratica femminile del governo, mentre nel secondo, quello di Lucrezia Lerro, già nota per romanzi di un certo successo come Certi giorni sono felice o Il rimedio perfetto - titolato La confraternita delle puttane, edito da Mondadori, emerge un universo di disperazione e di morte dove il destino delle donne appare segnato da una solitudine senza speranza.

Si tratta di due testi che sembrano meditare attorno a quel rifiuto della femminilità messo a tema da Freud. Un destino di rimozione colpisce il femminile non solo nella società patriarcale, ma nelle vicissitudini più profonde della vita psichica, sottraendogli ogni diritto di cittadinanza. È precisamente contro questa rimozione che Annarosa Buttarelli lotta a viso aperto. Ecco la posta in gioco del suo lavoro: è possibile dare voce a una filosofia e a una pratica femminile della democrazia che si emancipi dalla «storia monosessuata maschile delle istituzioni politiche d’Occidente?». Domanda che - secondo l’autrice - si rende necessaria constatando come «tutte le cose “maschie” sono oggi in agonia o già morte - Stato, famiglia dell’uomo che porta a casa il pane, matrimonio esclusivo tra uomo e donna, democrazia rappresentativa, polis, solidarietà di classe, salari, divisione privato-pubblico». Esiste una narrazione solo maschile della sovranità che s’incarna nell’autorità del pater familias come nella democrazia rappresentativa e che esalta l’universale della Legge contro il particolare della vita.

Diversamente, la sovranità femminile si esercita «non contro ma sopra la Legge» prendendosi cura della vita nella sua particolarità.

È il concetto stesso di rappresentanza che viene qui messo in discussione. Non si tratta di riabilitarne la funzione, ma di cogliere nella sua crisi attuale l’apertura ad un’altra pratica di governo. Nelle donne - continua il ragionamento della Buttarelli - esiste una sensibilità affettiva che intende il governare non come rappresentanza di un’altra volontà - della Nazione, dello Stato, del popolo - ma come esercizio di una cura fondata sul «primato assoluto della relazione». Dall’Antigone di Zambrano, alla regina Elisabetta, da Hannah Arendt a Carla Lonzi, dalla dea bambina Kumari alla scrittrice Anna Maria Ortese, da Chiara di Assisi alla sindaca di Orsiglia Graziella Borsatti, l’autrice convoca i testimoni di questa «democrazia senza rappresentanza» capace di dare luogo a un economia non vincolata all’assillo dell’utilee del profittoea una vita politica non preoccupata di unificare le differenze quanto piuttosto di esaltarle. Ne scaturisce un libro che può essere un contributo importante nell’attuale dibattito politico impegnato a ripensare le ragioni della nostra vita insieme.

Il testo di Lucrezia Lerro ci offre invece un’altra visione del femminile che completa, come in un contrappunto tragico, il libro della Buttarelli: dalle sovrane alle puttane. Si tratta di un romanzo scritto con il consueto stile asciutto e ricco di una poesia che scaturisce dall’attenzione al dettaglio delle cose e al peso delle parole. Ambientato in un claustrofobico paesino del profondo Sud nel corso degli anni Ottanta, dove domina il fantasma maschilista che vuole le donne «tutte puttane», ritrae le ambizioni di giovani donne dalle condizioni sociali umili, esposte ai miti consumistici di quegli anni, prive di prospettive se non quelle di farsi sposare da qualche soldato della vicina postazione militare della Nato o dai giovani più benestanti del paese.

Tuttavia questa rincorsa alla propria sistemazione che sfiora il cinismo più disperato e l’abbrutimento di sé, cela il vero tema del libro che è quello del fallimento dell’eredità. È il destino afflitto e sconfitto delle madri e dei padri a non trasmettere nulla alle loro figlie. Le sovrane lasciano qui il posto al loro rovescio: all’apatia e alla distruzione di sé. Schiacciate dall’arroganza e dall’ignoranza machista queste madri sembrano plasmarsi sul fantasma che le umilia. Lerro entra con grande sensibilità nelle pieghe del rapporto devastante tra madre e figlia. È la rassegnazione delle madri a non permettere la trasmissione del sentimento della vita e del desiderio. Tutto appare come un grande e spettrale aborto: la vita appassita trasmette morte senza vita. Com’è possibile per una figlia non replicare l’infelicità materna? Non lasciarsi contagiare dall’apatia e dalla tendenza alla flagellazione? Non credere che la sola cosa che conti in una donna sia «farsi sposare»? Nella dedica, come un gesto liberatorio, si legge: «A mia madre che non mi ha impedito di partire». Essa ci rivela il dono più grande della genitorialità: sapere perdere i propri figli, saper stare dalla parte dei loro sogni.


Storie congetturali che raccontano l’inaudito

SAGGI. «Il contratto sessuale» di Carole Pateman pubblicato per Moretti&Vitali. I fondamenti nascosti della società moderna in un libro che dopo quasi trent’anni fa ancora discutere

di Alessandra Pigliaru (il manifesto, 14.05.2016)

Dare conto di ciò che Carole Pateman ha prodotto in relazione al pensiero politico moderno è decisivo. Al centro di numerose discussioni pubbliche, sia accademiche come docente al dipartimento di Scienze Politiche dell’università della California, sia politiche per le sue caustiche critiche alla democrazia liberale, tra i molti volumi e interventi che ha scritto nel corso della sua lunga vita soltanto uno è stato tradotto in italiano. Unico però, in tanti sensi - di cui il primo è l’aver costituito un punto di non ritorno. Si tratta di The sexual contract, pubblicato nel 1988 (Stanford U.P.) e tradotto per la prima volta in Italia nove anni dopo (Editori riuniti). Ormai nel dimenticatoio dei tanti «fuori commercio», è allora più che lodevole la sua recente ristampa.

Il contratto sessuale (Moretti&Vitali, pp. 339, euro 21, traduzione di Cinzia Biasini, collana «Pensiero e pratiche di trasformazione») è pietra miliare della teoria politica contemporanea, così scrive Olivia Guaraldo nell’ottima introduzione di questa nuova edizione, inquadrando il lavoro che Carole Pateman ha condotto non solo sotto il rilievo del dibattito femminista, ma anche nel senso di inaggirabilità che ha assunto nella scolarship internazionale da parte di chi si occupa di contrattualismo. A osservare la diversità di ricezione in Italia e all’estero, non potrà sfuggire che in altri paesi del mondo le ristampe sono proseguite costanti in questi decenni.

L’inganno iniziale

La discontinua ricezione de Il contratto sessuale ne perimetra tuttavia la circolazione, tracciando il terreno in cui hanno attecchito le tesi di Pateman, ovvero quasi esclusivamente nell’ambito della riflessione del pensiero della differenza sessuale (di cui l’esito più recente in merito è Sovrane, di Annarosa Buttarelli per Il Saggiatore). Avere l’occasione di rileggere un testo simile significa oggi ribadire con forza intanto la tesi iniziale, e cioè che esiste un momento precedente al contratto sociale - così chiaro nello stesso titolo - che non è stato compreso dai teorici sei-settecenteschi (Hobbes, Locke, Rousseau e poi lo stesso Kant) quando si sono prodigati dapprima a stabilire l’esistenza di quel patto secondo loro originario - e poi a descrivere con minuziosa tenacia le forme della vita associata. Tornare a Pateman non è solo consigliabile a chi desidera rispolverarne il tenore teorico-pratico.

Assistere allo svelamento dell’inganno iniziale vuol dire stanare il rimosso, misurarsi con una radicalità che può costruire un ragguardevole equipaggiamento per leggere il presente. La storia «congetturale» a cui si affida Pateman serve certo all’avanzamento rivoluzionario della sua tesi; al contempo e per converso, dispone anche la cifra di ciò che è stato «il racconto più autorevole dell’età moderna».

Molti sono allora gli elementi da rimarcare della conquistata libertà civile. Intanto non è universale, visto che il contratto originario istituisce sia la libertà che il dominio, bensì ha un attributo maschile e dipende dal diritto patriarcale.

E se massiccia è stata la decostruzione operata da Pateman intorno alla radice democratica moderna, individualista e proprietaria, la narrazione ha a che fare con la genesi del diritto politico inteso come «diritto patriarcale o diritto sessuale, ossia in quanto potere che gli uomini esercitano sulle donne»; da qui viene proposta la tesi secondo cui il contratto sessuale si mantenga su un patto tra fratelli, un «fratriarcato». Seguendo la lezione di Adrienne Rich, anche Pateman si posiziona nella certezza che esista una «legge del diritto sessuale maschile». Tale diritto è, sostanzialmente, quello coniugale.

Assunzioni materiali

Eppure, se nella separazione tra contratto sociale e contratto sessuale si viene a delineare una precisa rappresentazione (il primo è tangente alla sfera pubblica e il secondo alla sfera privata), ignorando la metà della storia si cade facilmente in equivoco. Alla fine degli anni ‘80, cioè quando Pateman scrive, ha in mente di fare luce sulle strutture istituzionali di Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti per chiarire come, attraverso l’interezza della storia del contratto originario, si verifichino comunanze patriarcali insospettabili.

In questa direzione, l’autrice analizza diversi tipi di contratto, da quello di matrimonio, disossato in verità da numerosi contributi soprattutto da parte di teoriche femministe, a quello di lavoro, come anche quello che viene a definirsi tra prostituta e cliente. Tutte assunzioni che andrebbero discusse, e che infatti lo sono state possibilmente piegandole ai vari contesti, transitori e pur sempre materiali. Se i contratti presi in esame sono connotabili da iter che ne prevedono regolamentazioni o proibizioni da parte della legge, è chiaro come si tratti di particolari forme ascrivibili alla proprietà che si ritiene ciascuno e ciascuna abbiano sulle proprie persone. Ciò nonostante, «il contratto sessuale è il mezzo attraverso il quale gli uomini trasformano il proprio diritto naturale sulle donne nella sicurezza civile patriarcale».

Contingenze complesse

A restituire gradi di attualità che il testo non solo conserva ma intuisce con puntuale efficacia, il riferimento è a una clausola su cui Pateman si sofferma alla fine del settimo capitolo e che è da tenere presente nel contratto sessuale: la maternità surrogata, definita «una nuova forma di accesso e di uso del corpo femminile da parte degli uomini».

Questo per dire come il dibattito intorno alla «surrogazione», fosse il caso di tenerlo a mente quando imperversa spesso non privo di strumentalità e costruzione di blocchi identitari, aveva assunto già alla fine degli anni ‘80 una declinazione cruciale. Il caso sollevato da Pateman accenna alla celebre sentenza disposta dalla corte del New Jersey (1986 ma in due fasi e l’una contraddittoria rispetto l’altra) passata poi alla storia come «il caso Baby M.» in cui la «madre surrogante» cambiò idea e decise di non separarsi più dalla bambina. Se il carattere vincolante dello statuto giuridico di questi contratti poneva infatti delle questioni complesse in uno scenario come quello in cui già diverse erano le agenzie aperte per la surrogazione, venivano già dettagliati numeri rispondenti a profitti precisi, differenziando circa il legame tra accordi commerciali o non commerciali con la relativa soglia di legalità e liceità o meno secondo i paesi.

Ciò che viene messa a tema è però la domanda iniziale, quella secondo cui a essere in gioco sia una semplice prestazione. Da un punto di vista contrattuale infatti è puramente accidentale che la prestazione attenga o meno a questo o a quell’oggetto, così come trascurabile è il fatto che ciò che viene prodotto sia un bambino, una bambina. Su questo punto, come per altri su cui Pateman si sofferma, Il contratto sessuale è un volume ancora incandescente che vale la pena di essere rimeditato.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- jUDITH, LA SORELLA DI SHAKESPEARE: LA LEZIONE DI VIRGINIA WOOLF.
29 marzo 2016, di Federico La Sala 


"UN UOMO PIU’ UNA DONNA HA PRODOTTO, PER SECOLI, UN UOMO" (Franca Ongaro Basaglia).

JUDITH, LA "SORELLA MERAVIGLIOSAMENTE DOTATA" DI SHAKESPEARE. LA LEZIONE DI VIRGINIA WOOLF: *


[...] Ad ogni modo non potevo non pensare, mentre guardavo le opere di Shakespeare nello scaffale, che almeno in questo il vescovo aveva avuto ragione; sarebbe stato impossibile, completamente e interamente impossibile che una donna scrivesse nell’epoca di Shakespeare le opere di Shakespeare. Immaginiamo, giacché ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo. -Molto probabilmente Shakespeare studiò - poiché sua madre era ricca - alla grammar school; gli avranno insegnato il latino - Ovidio, Virgilio e Orazio - e qualche elemento di grammatica e di logica. Era, come si sa un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto avrebbe voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po’ più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l’ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava al sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina. 
-  Intanto sua sorella,così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non diciamo leggere Orazio e Virgilio. A volte prendeva un libro, magari un libro di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all’umido in cucina e di non perdere tempo tra libri e carte. Questi ammonimenti saranno stati netti, benché affettuosi, poiché si trattava di persone agiate, che sapevano come debbono vivere le donne, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che ella fosse la figlia diletta di suo padre. Forse riusciva a riempire di nascosto qualche pagina, su nell’attico; ma poi aveva cura di nasconderle o di bruciarle. 
-  A ogni modo, non appena arrivata alla pubertà, ella era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio era per lei una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. Poi, cambiando tono, la pregò di non fargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una bella collana, oppure una bella gonna, diceva, con le lacrime agli occhi. Poteva forse disubbidirgli? Poteva forse spezzargli il cuore? Eppure la forza del suo talento la spinse al gesto inconsueto. 
-  Una sera d’estate Judith fece fagotto con le sue cose, scese dalla finestra e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia, il più vivo senso della musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta dal teatro. Bussò alla porta degli attori;voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. L’amministratore, - un uomo grasso, dalle labbra spesse - proruppe in una gran risata. Disse qualcosa sui cani ballerini e sulle donne che volevano recitare; nessuna donna, disse, poteva essere attrice. Egli accennò invece ... ve lo potete immaginare. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. D’altronde non poteva mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte. 
-  Eppure il genio di Judith la spingeva verso la letteratura; ella desiderava cibarsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne studiare i loro costumi. Infine (poiché era molto giovane, e di viso assomigliava molto a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e la fronte curva) Nick Greene, l’attore-regista, ebbe pietà di lei; Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto - chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero e intrappolato nel corpo di una donna? - si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle. 
-  Così più o meno, sarebbe andata la storia, immagino, se ai tempi di Shakespeare una donna avesse avuto il genio di Shakespeare [...].


Cos’altro posso fare per incoraggiarvi a far fronte alla vita? Ragazze, dovrei dirvi - e per favore ascoltatemi, perché comincia la perorazione - che a mio parere siete vergognosamente ignoranti. Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà ad una razza barbara. 
-  Come vi giustificate? È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nell’industria, nel commercio, nell’amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state deserto. 
-  Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo. 
-  C’è del vero in quel che dite - non lo nego. Ma nello stesso tempo devo ricordarvi che fin dal 1866 esistevano in Inghilterra almeno due colleges femminili; che, a partire dal 1880, una donna sposata poteva, per legge, possedere i propri beni; e nel 1919 - cioè più di nove anni fa - le è stato concesso il voto? Devo anche ricordarvi che da ben dieci anni vi è stato aperto l’accesso a quasi tutte le professioni? 
-  Se riflettete su questi immensi privilegi e sul lungo tempo in cui sono stati goduti, e sul fatto che in questo momento devono esserci quasi duemila donne in grado di guadagnare più di cinquecento sterline l’anno, in un modo o nell’altro, ammetterete che la scusa di mancanza di opportunità, di preparazione, di incoraggiamento, di agio e di denaro non regge più. Inoltre gli economisti ci dicono che la signora Seton ha avuto troppi figli. Naturalmente dovete continuare a far figli, ma, così dicono, solo due o tre a testa, non dieci o dodici come prima [...]. 


Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella; ma voi non cercatela nella biografia del poeta scritta da Sir Sidney Lee. Lei morì giovane, e ahimé non scrisse neanche una parola. È sepolta là dove si fermano gli autobus, di fronte alla stazione di Elephant and Castle. 
-  Ora, è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva. 
-  Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne ed ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi. 
-  Poiché io credo che se vivremo ancora un altro secolo - e mi riferisco qui alla vita comune, che è poi la vita vera e no alle piccole vite isolate che viviamo come individui - e se riusciremo, ciascuna di noi, ad avere cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé; se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente quello che pensiamo; se ci allontaneremo un poco dalla stanza di soggiorno comune e guarderemo gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; e così pure il cielo, e gli alberi, o qualunque altra cosa, allo stesso modo; se guarderemo oltre lo spauracchio di Milton, perché nessun essere umano deve precluderci la visuale; se guarderemo in faccia il fatto - perché è un fatto - che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, riprenderà quel corpo che tante volte ha dovuto abbandonare. Prendendo vita dalla vita di tutte quelle sconosciute che l’avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà. 
-  Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena.


Virginia Woolf, "Una stanza tutta per sé", in: Romanzi e Altro, "I Meridiani" - Mondadori, pp. 761-763, e, pp. 831-833.



SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:

FILOSOFIA E PSICOANALISI. E. Fachinelli, Sulla spiaggia (1985): La mente estatica (1989). Il libro, nella dedica, è "per Giuditta".... 
-  LA DECAPITAZIONE DI OLOFERNE E LA FINE DELLA CLAUSTROFILIA. UN OMAGGIO A ELVIO FACHINELLI. Una nota sull’importanza della sua ultima coraggiosa opera

-  DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant (e altri materiali)

-  CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA.

-   CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. - LA LEZIONEDI VIRGINIA WOOLF. La mente più creativa? È quella androgina (di Elena Brenna)
3 aprile 2016, di Federico La Sala 


ANTROPOLOGIA E CONOSCENZA: FREUD, FACHINELLI, E LA MENTE ACCOGLIENTE:

«Al momento di diventare sciamani, si dice, gli uomini cambiano sesso. È così posta in rilievo la profondità del mutamento necessario. Il femminile come atteggiamento recettivo non abolisce però il maschile, gli propone un mutamento parallelo» (E. Fachinelli, La mente estatica, 1989). (federico la sala)



 La mente più creativa? È quella androgina, parola di Virginia Woolf (e degli psicologi)

di Elena Brenna ("spunti di mezzanotte", 12 maggio, 2015)

«Una mente che è puramente maschile non può creare, tanto quanto non può farlo una mente che sia puramente femminile»


Androgino è un termine che trova la propria origine nel greco. E non è poi così difficile intuirne le parole che gli danno vita e il loro significato. Basti pensare alla medicina che si occupa del corpo maschile e a quella che si occupa del corpo femminile: andrologia e ginecologia. Andròs e gyné, uomo e donna. Ma che cos’è l’androginia? Personalmente, mi piace pensarla come quell’insieme di caratteristiche di un essere umano che trascende la rigida definizione dei generi.

I Sonic Youth cantavano “Androgynous mind, androgynous mind. Hey hey are you gay? Are you God? God is gay, and you were right”. Era il 1994, probabilmente il decennio meno androgino della storia del Novecento. Ma qui non si parlerà di stile, anche se oggi l’androginia sembra essere diventata una moda. Forse, ma poco importa. Quel che conta, in fondo, è il risultato. E il risultato è abituare certe mentalità ad accettare la natura umana, quella natura umana che sono convinte di conoscere ed identificare in due distinte sessualità, ma che in verità è assai più complessa. Complessa, varia, multipla e bella in modo assurdo.

E non sarà certo un caso se è proprio la mente androgina ad essere la più creativa. Un concetto che Virginia Woolf espresse già nel 1929 nel saggio Una stanza tutta per sé, una lucida riflessione sulla condizione femminile. Che l’androginia psicologica sia essenziale alla creatività non è però solo un’idea nata dalla mente della scrittrice inglese: anche gli studi psicologici, come quelli condotti da Mihaly Csikszentmihalyi, lo dimostrano.

Ma facciamo un passo per volta e torniamo a Virginia Woolf, che nel suo saggio scriveva:

Quando vidi la coppia entrare nel taxi, la mente sentì come se, dopo essere stata divisa, fosse tornata di nuovo insieme in una fusione naturale. La ragione ovvia sarebbe che è naturale per i sessi co-operare. Si ha un istinto profondo, se irrazionale, in favore della teoria secondo cui l’unione di uomo e donna porta alla massima soddisfazione, la felicità più completa. Ma la vista delle due persone che salivano sul taxi e la soddisfazione che mi diede, mi fece anche domandare se ci sono due sessi nella mente che corrispondono ai due sessi nel corpo e se questi richiedono anche di essere uniti perché si ottenga la completa soddisfazione e felicità. E sono andata avanti, in modo dilettantesco, a fare uno schizzo della mappa dell’anima, in modo che in ognuno di noi presiedano due poteri, uno maschile, uno femminile; e nel cervello maschile, l’uomo predomina sulla donna e nel cervello femminile, la donna predomina sull’uomo. Il normale e confortevole stato dell’essere si ha quando entrambi vivono insieme armoniosamente, quando co-operano spiritualmente. Se uno è uomo, la parte femminile del suo cervello deve ancora avere effetto; e anche una donna deve avere un rapporto con l’uomo che c’è in lei.


Forse Coleridge voleva dire questo quando disse che una grande mente è androgina. È quando questa fusione prende luogo che la mente è pienamente fertilizzata e usa tutte le sue facoltà. Forse una mente che è puramente maschile non può creare, tanto quanto non può farlo una mente che sia puramente femminile, penso. [...] Coleridge voleva dire, forse, che la mente androgina è risonante e permeabile; che trasmette emozione senza impedimenti; che è naturalmente creativa, incandescente e assoluta. In effetti, si torna indietro alla mente di Shakespeare come esempio di androgino, della mente uomo-femminile... E se fosse vero che non pensare specialmente o separatamente del sesso è uno dei gettoni della mente pienamente sviluppata, quanto più difficile è conquistare quella condizione ora più che mai... Nessuna età può essere stata acutamente cosciente del sesso come la nostra...


Quasi 70 anni dopo il saggio di Virginia Woolf, anche lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, autore di studi sulla felicità e sulla creatività e celebre per aver ideato il concetto di flusso, ha espresso la stessa opinione nel libro Creativity: The Psychology of Discovery and Invention:

In tutte le culture, gli uomini sono portati ad essere “mascolini” e ad ignorare e reprimere quegli aspetti del loro temperamento che la cultura considera come “femminili”, mentre ci si aspetta dalle donne che facciano lo stesso. Gli individui creativi in parte evadono questa stereotipizzazione rigida dei ruoli di genere. Quando ai giovani vengono fatti fare test della mascolinità/femminilità, più e più volte si è scoperto che le ragazze creative e talentuose sono più dominanti e dure rispetto ad altre ragazze, e i ragazzi creativi sono più sensibili e meno aggressivi dei loro compagni maschi.


L’androginia mentale, è chiaro, non va confusa con l’omosessualità:

L’androginia psicologica è un concetto molto più ampio che si riferisce all’abilità di una persona di essere allo stesso tempo aggressiva e protettiva, sensibile e rigida, dominante e remissiva, a prescindere dal genere. Una persona psicologicamente androgina a tutti gli effetti duplica il proprio repertorio di risposte e può interagire con il mondo in termini di un più ricco e vario spettro di opportunità. Non è una sorpresa che gli individui creativi sono più propensi a non avere solo le forze del loro genere ma anche quelle dell’altro.


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> LA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- JUDITH SHAKESPEARE. I maestri del disprezzo per le donne (di Daniela Monti)
8 giugno 2016, di Federico La Sala 


 I maestri del disprezzo per le donne

di Daniela Monti (Corriere della Sera, 08.06.2016)

Nel 1929 Virginia Woolf, nel saggio Una stanza tutta per sé, inventa una storia: quella di Judith, ipotetica sorella di William Shakespeare, stessa genialità, stessa irrequietezza, stessa voglia di fare del fratello. Per seguire il proprio talento, Judith si istruisce come può, leggendo il poco che trova per casa (ma appena i genitori se ne accorgono, le tolgono i libri e le mettono in mano delle calze da rammendare), rifiuta il matrimonio spezzando il cuore al padre, scappa per inseguire il sogno di fare teatro e viene accolta da un impresario che la schernisce e da un agente teatrale che, impietosito, la mette incinta. Alla fine, non trova altra via di uscita che uccidersi.

Mentre il talento del fratello è celebrato, il suo non vale niente: ha sfidato l’ordine naturale delle cose che la vuole debole, inferiore, indegna di ricevere un’istruzione e, insieme, selvaggia e ingestibile, una a cui mettere fin da subito il guinzaglio; si è illusa di potersi esprimere da donna e artista, senza neppure ricorrere all’espediente di camuffarsi da uomo, che pure è una strada battuta; ha sbagliato tutto, è andata fuori ruolo e infatti non c’è nessuno disposto ad ascoltarla. Così Judith «giace sepolta a un certo incrocio, lì dove ora gli autobus si fermano nei pressi di Elephant and Castle». Potessimo posare una lapide mortuaria, sopra ci sarebbe scritto: coraggiosa e ingenua Judith Shakespeare, vittima di due millenni di pregiudizi contro le donne.

Perché quello contro il genere femminile, «a conti fatti, appare come il più antico, radicato, diffuso pregiudizio che la vicenda umana è stata in grado di produrre», scrive Paolo Ercolani nel suo Contro le donne (Marsilio, pp. 318, e 17,50), resoconto dettagliato di come, dalle origini della società occidentale, scrittori, filosofi, intellettuali abbiano alimentato un dibattito «tutto fra uomini» - le donne sembrano assenti dalla filosofia, se non come oggetto del discorso dei filosofi maschi - «per arrivare a stabilire l’inferiorità inemendabile e irrecuperabile dell’essere femminile». I grandi filosofi greci, i padri della Chiesa, gli illuministi, i rivoluzionari, i filosofi idealisti, persino quel campione della causa femminile che fu John Stuart Mill: un’operazione culturale a senso unico che affonda le radici nella presunta «deficienza fisica» delle donne per poi esportare tale mancanza in altri campi, quelli dell’etica, della morale, dell’organizzazione politica della società.

Fu nell’Atene democratica, «tanto esaltata dalla tradizione occidentale, che si diffuse il costume di imporre alle donne il velo di fronte a situazioni pubbliche e a uomini scapoli, al contrario di quello che accadeva a quel tempo in Persia o in Siria», scrive Ercolani, aprendo il fronte della globalizzazione del pregiudizio, il quale, come le malattie contagiose, è riuscito a infettare culture lontane e all’apparenza inconciliabili, stringendole in un unico blocco misogino.

E loro, le donne? «Molto spesso sono le donne stesse a sminuirsi rispetto al maschio, in una sorta di autofobia indotta da secoli di indottrinamento», scrive Ercolani. Il femminismo, che pure è una delle grandi narrazioni della modernità, resta ai margini del lungo excursus, diventando esso stesso un bersaglio quando «negando l’esistenza di una specificità femminile (differente dal maschio) e prefigurando irrealistici scenari di individui a-sessuati ha finito con il fare da sponda al pensiero misogino».

La via d’uscita proposta sta nel ridefinire i canoni dell’identità e soggettività umana, al di là del «narcisismo di genere». Come scriveva Caterina Botti nel suo Prospettive femministe (Mimesis), «fino a relativamente poco tempo fa l’assenza delle donne dalla filosofia non era considerata una questione degna di nota. Oggi invece lo è».


SUL TEMA, IN RETE, SI CFR.:

LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. Un omaggio a Kurt H. Wolff e a Barrington Moore Jr.


DAL "CHE COSA" AL "CHI" ... DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant


CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE.


IL "SOGNO" DI MICHELANGELO: "DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE". Sibille e profeti: sulle tracce di Benjamin


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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- Il prestito dell’utero in bilico tra il mercato dei corpi e la donazione (di Sarantis Thanopulos).
12 marzo 2016, di Federico La Sala 


LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO.


 CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE. 


CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. 



Il prestito dell’utero e la prostituzione

Verità nascoste. Nella gravidanza surrogata il fantasma del concepimento verginale è ovviamente attivo, ma nelle donne surroganti manca, di regola, la serialità dell’offerta che confermerebbe il potere condizionante del fantasma

di Sarantis Thanopulos (il manifesto, Alias, 12.03.2016)

L’equiparazione del prestito dell’utero con la prostituzione rischia di dare una lettura semplificata a una questione complessa. La prostituzione ha due risvolti diversi, per quanto interconnessi. Il suo sfruttamento (che crea un plusvalore per lo sfruttatore) la pone sul piano dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Quest’ultimo è espressione di uno spostamento delle relazioni di scambio dalla parità dei soggetti sul piano del desiderio alla loro ineguaglianza sul piano del bisogno materiale, che le costituisce come rapporti di potere. Più le relazioni di scambio diventano relazioni di potere, quindi di sfruttamento, più l’appagamento del desiderio diventa un miraggio e il piacere tende a essere scarica pura dell’eccitazione, sollievo più che esperienza di trasformazione sensuale, emotiva e mentale.

Lo sfruttamento dell’operaio esclude l’impiego diretto del corpo sessuale che è, invece, l’oggetto da sfruttare nel campo della prostituzione. Tuttavia, in entrambi i casi l’uso del corpo, della donna come dell’uomo, è centrato sulla sua componente maschile. La componente femminile diventa periferica fino ad essere inibita, silenziata nella prostituzione. Più la componente femminile del corpo - sciogliersi, coinvolgersi, lasciarsi andare, aprirsi- si marginalizza, più la componente maschile- concentrarsi, disciplinarsi, coordinarsi, dirigersi- si irrigidisce, perdendo la sua creatività e la sua forza espressiva. Diventa lo strumento di un agire meccanico, esecutivo. Lo sfruttamento della prostituzione illumina la natura profonda dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo: esso trae il massimo vantaggio dal totale eclissarsi del corpo femminile.

L’altro risvolto della prostituzione, la sua realizzazione come lavoro autonomo, senza padroni, mostra la velleità della pretesa di usare liberamente il proprio corpo in dissociazione dallo scambio di doni nella relazione amorosa: la donazione reciproca del proprio coinvolgimento e della propria vulnerabilità da parte degli amanti. Il sesso a pagamento fa del denaro la protesi inerte con cui si ripara la mutilazione del tessuto vivo della femminilità, che consente lo scambio di doni. Se lo sfruttamento della prostituzione spiega il meccanismo dello sfruttamento del corpo del lavoratore, la prostituzione senza sfruttatori fa capire che la mercificazione delle relazioni umane trae il suo consenso da una riparazione disumanizzante, ma percepita come salda, compatta. Questa riparazione è mediata inconsciamente dal fantasma della “madre virginale”: il permanere del corpo femminile nel commercio erotico in superficie, che garantisce la sua inaccessibilità al piacere profondo.

Nella gravidanza surrogata il fantasma del concepimento verginale è ovviamente attivo, ma nelle donne surroganti manca, di regola, la serialità dell’offerta che confermerebbe il potere condizionante del fantasma. Le motivazioni inconsce soggiacenti al prestito dell’utero vanno cercate altrove. Nella delegittimazione del desiderio di disporre pienamente della propria creatività. Nel desiderio di donare ai propri genitori la genitorialità: offrire loro un altro figlio come riparazione per il fatto di averli delusi o, nella direzione opposta, dare loro una seconda opportunità, visto che sono stati deludenti. Il compenso finanziario, che è anche una forma surrettizia di legittimazione, non sarebbe sufficiente da sé, in assenza di questo tipo di motivazioni.

Il prestito dell’utero non è prostituzione, non è vendita di eccitazione: si trova in bilico tra il mercato dei corpi, che cerca di appropriarsene, e la donazione.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- Rete Donne, violenza è strutturale urge politica. Titti Carrano, ci vogliono programmi scolastici.
8 marzo 2016, di Federico La Sala 


DONNE, UOMINI E VIOLENZA: "Parliamo di FEMMINICIDIO".



 Rete Donne, violenza è strutturale urge politica

16 mila si rivolgono ai centri antiviolenza. Titti Carrano, ci vogliono programmi scolastici *

I dati raccolti in tutta Italia dai 74 centri anti violenza che fanno capo a D.I.Re. sono in arrivo ma una cosa è certa, ’’ogni anno il numero delle donne che vi si rivolgono è costante, oltre 16 mila persone e questo significa che il fenomeno della violenza di genere è strutturale all’ interno della società e non è una questione d’emergenze come a volte viene rappresentato o percepito’’. Lo dice in un’ intervista all’ANSA Titti Carrano, presidente delle Donne in rete contro la violenza. ’’La violenza di genere è un fenomeno trasversale, colpisce a tutti i livelli economici, sociali, professionali e come è ovvio non è un tema solo italiano ma mondiale ma questo non significa arrendersi ai fatti, certamente c’è moltissimo da fare e che si può fare ma intanto deve essere chiaro che il fenomeno della violenza maschile contro le donne è profondamente radicato nella nostra cultura e che per invertire la tendenza si deve fare ai massimi livelli, innanzitutto con la politica attraverso interventi mirati e a lungo termine’’, prosegue la presidente dell’associazione. Le politiche legislative, secondo la Carrano, sono assolutamente insufficienti, ’’attualmente è più semplice legiferare sul corpo delle donne che sulla cultura che genera violenza, mentre è anche su quello che bisognerebbe lavorare’’.

Altro lavoro urgente, ’’se vogliamo far crescere generazioni diverse’’, riguarda la scuola e qui ’’il vuoto è grande’’, dice sconsolata la Carrano. ’’I centri antiviolenza fanno continuamente sul territorio singoli progetti di sensibilizzazione trovando spesso dirigenti scolastici e professori sensibili ma sono - spiega Titti Carrano - esperienze spot mentre servirebbero programmi scolastici ad hoc, educazione sessuale e di genere tra le materie, spazi di discussione, confronto e apprendimento perché questi nostri ragazzi e ragazze crescano con la consapevolezza che la relazione tra i sessi può basarsi sul rispetto’’. Intanto sul tema della scuola in questi giorni è partito Suffragette 2.0, un tour di Lorella Zanardo per dialogare con le giovani generazioni.

* ANSA, 07,03,2016

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- Gelosia, bellezza della vittima e altri inutili dettagli. #GiornalismoDifferente (di NarrAzioni Differenti)
5 febbraio 2016, di Federico La Sala 


UNA CATTOLICA, UNIVERSALE, ALLEANZA "EDIPICA"!!! IL MAGGIORASCATO: L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, L’ALLEANZA DELLA MADRE CON IL FIGLIO, REGNA ANCORA COME IN TERRA COSI’ IN CIELO:

USCIAMO DAL SILENZIO: UN APPELLO DEGLI UOMINI, CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE. Basta - con la connivenza all’ordine simbolico della madre!!! 


CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. 


#giornalismodifferente

Gelosia, bellezza della vittima e altri inutili dettagli

di NarrAzioni Differenti *

Più di un anno fa, simbolicamente il 25 Novembre, abbiamo lanciato la campagna #GiornalismoDifferente. Spinte dalla necessità e dall’urgenza di cambiamento abbiamo chiesto a giornaliste e giornalisti di modificare il loro linguaggio, perché, questo, è spesso violento al pari delle vicende di cronaca che intende documentare.

Questo cambiamento non c’è stato, la presa di coscienza non è avvenuta, sulla carta stampata e nei quotidiani online troviamo ancora linguaggi che alimentano la violenza di genere.

Non è il raptus, non è la gelosia, non è la depressione, è un complesso e radicato sistema socio-culturale-economico che determina violenze e femminicidi, sistema che rappresentazioni stereotipate, superficiali, giustificatorie non solo ri-producono ma producono. (...)

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- Aristotele e Fillide - la donna che volle cavalcare Aristotele (di Donatella Cianci).
28 gennaio 2016, di Federico La Sala 


A PARTIRE DA PLATONE E ARISTOTELE, L’INTERA TRADIZIONE FILOSOFICA ha sempre sostenuto “per diritto naturale che la materia obbedisca alla forma, il corpo all’anima, l’appetito alla ragione, i bruti all’uomo, la moglie al marito, l’imperfetto al perfetto, il peggiore al migliore, per il bene dell’uno e l’altro dei due”


CON KANT E FREUD, OLTRE. Un nuovo paradigma antropologico: la decisiva indicazione di ELVIO FACHINELLI 


CHI SIAMO NOI, IN REALTA’?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE.



Fillide, la donna che volle cavalcare Aristotele

di Donatella Cianci (Il Sole-24 Ore, Domenica, 21/07/2013)

Aristotele ha parlato dell’akrasia, della debolezza della volontà rispetto alla virtù rafforzata dall’etica e probabilmente ne aveva fatto esperienza nella sua quotidianità con le donne. Una leggenda poco nota, forse la più stravagante di tutta l’iconografia aristotelica, lo raffigura anziano e piegato, mentre si fa cavalcare sulle sue spalle da una giovane donna.

La ragazza probabilmente era Fillide, “primadonna” esempio della debolezza filosofica, come ricorda lo studioso Infurna in un volumetto pubblicato per i tipi di Carocci, il quale sottolinea che i primi a parlare di questa vicenda, in Occidente, son stati Jacques de Vitry e Henri d’Andeli, quest’ultimo in un poemetto dei primi del Duecento, nel quale si dice: «Quella donna è bella davvero. Mi piacerebbe vedere come sta addosso. Rendimi questo servizio! Se presto arriverò alla fonte, volentieri ti concederò di baciare all’istante la mia bocca». La donna desiderava “cavalcare” uno dei più importanti filosofi dell’Occidente e ci sarebbe riuscita, probabilmente mentre il giovane Alessandro (poi divenuto Magno) se la spassava a guardare quanto l’anziano maestro avesse perso il senno per quella sua follia d’amore.

Un prezioso e originale volumetto a cura di Marco Infurna (Henri d’Andeli, Il Lai di Aristotele, Carocci, 2005) ricostruiva le origini di questa storiella, forse di origine orientale, poi approdata in area francese. In Italia l’episodio è ricordato da Brunetto Latini nei Livres dou tresor, da Paolo Zoppo e da Enea Silvio Piccolomini, fonti che raramente si menzionano. Nel XIV secolo la leggenda è invece citata da Francesco da Barberino nel suo trattato Del reggimento e dei costumi delle donne.

In ambito iconografico, come mostra un’ampia ricerca non ancora pubblicata, le raffigurazioni sono centinaia, una molto nota è quella che si vede a San Gimignano.

Memmo di Filippuccio, Fillide e Aristotele - particolare dagli affreschi dal Palazzo Comunale di San Gimignano (Siena) - inizio XIV secolo.


Ma come mai l’episodio ha avuto una tale ricezione? Certamente l’eccitazione e la passione amorosa del severo filosofo colpì i più curiosi, tanto che Bedier, nel 1926, pensò che Aristotele fosse impazzito a causa del suo intenso lavoro. Invece, come ricordato anche ne Il lancio del nano da Armando Massarenti (Come smettere di fumare, Aristotele vs Platone), Aristotele era conscio e tollerante verso la debolezza umana, verso la passione, concetto ribadito in studi degli anni ’90 di ambito anglosassone, che evidenziano una discrepanza fra il livello normativo e l’effettivo agire.

Infurna non fa riferimento alle fonti greche, ma è interessante notare come nella biografia aristotelica spunti il nome di una certa “Erpillide”, che fosse proprio Fillide? Il retore Alcifrone scrisse che lo Stagirita si stava facendo dilapidare il patrimonio da quella ragazzina: «Sei diventato matto Eutidemo, non sai dunque chi è in realtà quel saggio dall’aria così arcigna, che vi espone tutti quei discorsi elevati, ma quanto tempo credi che sia passato da quando mi ha dato il tormento perché vuole uscire con me? Tra l’altro, si fa consumare il patrimonio da Erpillide, la sua favorita di Megara». Dalla donna probabilmente Aristotele ebbe anche un figlio. Il nome torna anche in Eusebio, nel lessico Suda e persino nel biografo dei filosofi, Diogene Laerzio.

Per saperne di più:

-  Henri d’Andeli, Il Lai di Aristotele, a cura di Marco Infurna, Firenze, Carocci, 2005; 
-  Raffaele di Cesare, Di nuovo sulla leggenda di Aristotele cavalcato: in margine ad una recente edizione del Lai d’Aristote di Henri de Andeli, Milano, Vita e Pensiero, 1956; 
-  Id., Due recenti studi sulla leggenda di Aristotele cavalcato, Milano, Università Cattolica del S. Cuore, 1957; 
-  Laura Dal Prà, Roberto Perini, Artigianelli, Il ciclo pittorico di Castel Pietra al tramonto dell’età cortese, Trento, Castello del Buonconsiglio. Monumenti e collezioni provinciali, 1992; 
-  Le vie del gotico: il Trentino fra Trecento e Quattrocento, a cura di Laura Dal Prà, Ezio Chini, Marina Botteri, Provincia autonoma di Trento, Servizio beni culturali, Ufficio beni storico-artistici, 2002.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- La ricerca di un Nuovo Umanesimo per la Società Ipercomplessa (di Piero Dominici)
14 gennaio 2016, di Federico La Sala 


CHI SIAMO NOI?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. 


CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. 


"X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA. DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE.


Umanesimo digitale

Il cambio di paradigma e la ricerca di un Nuovo Umanesimo per la Società Ipercomplessa

di Piero Dominici (Tech-economy, 14/01/2016)

Umanesimo Digitale intende affrontare, senza alcuna pretesa di esaustività, alcune questioni estremamente complesse che coinvolgono ambiti disciplinari differenti e richiamano la nostra attenzione sull’importanza di una prospettiva sistemica, oltre che multidisciplinare, nell’analisi di “oggetti” che dobbiamo imparare a vedere/riconoscere come “sistemi” (e non viceversa) e che sfuggono alla tradizionali categorie e definizioni; e, nel far questo, la nostra riflessione si pone i seguenti obiettivi: 
-  a) provare a definire i “confini” di questa ipercomplessità, caratterizzata da limiti sempre più impercettibili tra natura e cultura, naturale e artificiale, tra umano e non umano, prestando particolare attenzione al contesto globale di riferimento o, per meglio dire, al “nuovo ecosistema” (1996) - che abbiamo successivamente definito Società Interconnessa; 
-  b) formulare ipotesi e domande - peraltro, in una fase in cui tutti propongono soltanto risposte e soluzioni semplici a problemi che sono, evidentemente, complessi - rispetto alla possibilità di un Nuovo Umanesimo per questa civiltà ipertecnologica e del rischio (Beck); un Nuovo Umanesimo che - come affermato più volte in passato - parta proprio dal ripensamento complessivo del sapere (come sapere condiviso, Dominici 2003), dello spazio tra i saperi (e, ad un secondo livello, tra le competenze) e, soprattutto, dello spazio relazionale (libertà è responsabilità*- centralità dei processi educativi); che ponga la Persona*, e non la Tecnica, al centro del complesso processo di mutamento in atto; un Nuovo Umanesimo che non consista soltanto nella - per certi versi - scontata, oltre che antistorica, riaffermazione di certi valori (fondamentali) magari calati dall’alto, in un contesto storico globale completamente differente, segnato da un preoccupante “vuoto etico”(Jonas), da indifferenza e torpore morale, da incertezza e precarietà divenute ormai condizioni esistenziali; dal trionfo dell’individualismo, di nuove asimmetrie e dal conseguente indebolimento del legame sociale. 
-  Un Nuovo Umanesimo che deve necessariamente ridefinire certe categorie (umanità, identità, dignità, Persona, valore, diritti etc.) per poter ripensare l’essere umano nel mondo, all’interno di un rinnovato, oltre che complesso, rapporto con gli ecosistemi (torneremo anche sui “sistemi complessi adattivi”) e con innovazioni tecnologiche rivoluzionarie e, in molti casi, invasive.

Il cambio di paradigma...l’evoluzione culturale condiziona quella biologica

Oggi infatti, come mai in passato, la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio [1], rendendo ancor più evidente la centralità e la funzione strategica di un’evoluzione che è culturale e che va ad affiancare quella biologica, condizionandola profondamente e determinando dinamiche e processi di retroazione (si pensi ai progressi tecnologici legati a intelligenza artificiale, robotica, informatica, nanotecnologie, genomica etc.). 
-  In altre parole, nel quadro complessivo di un necessario ripensamento/ridefinizione/superamento della dicotomia natura/cultura, non possiamo non prendere atto di come i ben noti meccanismi darwiniani di selezione e mutazione si contaminino sempre di più con quelli sociali e culturali che caratterizzano la statica e la dinamica dei sistemi sociali. Sempre più difficile, oltre che fuorviante, provare a tenere separati i due percorsi evolutivi e, allo stesso tempo, sempre più urgente si fa la domanda di un approccio multidisciplinare alla complessità per l’analisi e lo studio di dinamiche (appunto) sempre più complesse, all’interno delle quali i piani di discorso e le variabili intervenienti si condizionano reciprocamente, mettendo a dura prova i tradizionali modelli teorico-interpretativi lineari.

E, ancora una volta, non si tratta di essere “pro” o “contro”, anzi occorre andare oltre la sterile, ma sempre presente e puntuale, polarizzazione del dibattito che ha logiche radicalmente differenti da quelle della produzione e condivisione di conoscenza (potere): dobbiamo acquisire consapevolezza di trovarci difronte ad una trasformazione antropologica (1996) che, mettendo in discussione gli stessi presupposti basilari di pensiero, teoria e prassi, evidenzia ancora una volta l’urgenza di un cambio di paradigma - più volte echeggiato già negli anni Novanta - e la ridefinizione delle stesse categorie concettuali.

Il contesto: la Società Ipercomplessa

Per ciò che concerne il contesto globale di riferimento, abbiamo avuto modo di definirlo nel seguente modo: «La società interconnessa è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; una tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). La tecnologia, i social networks e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco»[2].

La Società Interconnessa e l’economia della condivisione (1998), da una parte, e le tecnologie, dall’altra, comportano, a livello locale e globale, un cambiamento di paradigma senza precedenti, che coinvolge direttamente il modo di produzione, i rapporti sociali e di potere (gerarchie, assetti e asimmetrie), lo spazio del sapere, la cultura. Un cambiamento di paradigma che, anche a questo livello, ha profonde implicazioni non soltanto per i sistemi sociali e le organizzazioni complesse, ma per gli stessi attori sociali (individuali e collettivi). L’attuale ecosistema della comunicazione determina anche un cambiamento radicale di codici, culture, modalità di produzione e condivisione, gerarchie (disintermediazione/re-intermediazione) - lo ripetiamo, una vera trasformazione antropologica - dalle numerose implicazioni anche, e soprattutto, in termini di cittadinanza e inclusione, con ricadute notevoli ancora una volta su identità e soggettività in gioco. Il rischio è che un mutamento di tale portata, legato a molteplici variabili e concause, si riveli non un’occasione irripetibile di innovazione sociale e mutamento, bensì l’ennesima opportunità per élites e gruppi sociali ristretti.

Per questa civiltà ipertecnologica, oltre ad una rinnovata attenzione per le regole e i diritti, occorre un approccio sistemico alla complessità, in grado di evitare spiegazioni riduzionistiche e deterministiche e di far dialogare “saperi” e competenze troppo spesso tenuti separati (scuola e università strategiche). L’economia interconnessa richiede scelte strategiche e una nuova sensibilità etica per le problematiche riguardanti gli attori sociali, il sistema delle relazioni e lo spazio del sapere: occorre, cioè, una nuova cultura della comunicazione, orientata alla condivisione e all’intesa, in grado di incidere sui meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione. 
-  In tal senso, la ricomposizione di un contesto globale, che appare sempre più frammentario e disordinato - anche se occorre assolutamente definire strategie per oltrepassare le retoriche della “liquidità” - spetta alla comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza*(1998) e di mediazione dei conflitti, sinonimo di socialità, “strumento” complesso di superamento dell’individualismo, piattaforma di connessione, cooperazione e produzione sociale delle conoscenze.

L’obiettivo strategico (di lungo periodo) - come ripetuto più volte in passato - è la “vera” innovazione, quella sociale e culturale: un’innovazione in grado di realizzare sistemi sociali più aperti e inclusivi. A questo livello - lo ribadiamo con forza - la sfida all’ipercomplessità è una sfida in primo luogo conoscitiva, con teoria e ricerca/pratica che si alimentano vicendevolmente (!): una sfida che porta con sé un’assunzione di responsabilità, a livello individuale e collettivo: innovazione e inclusione non possono essere “per pochi”. Altrimenti termini come identità, diritti, cittadinanza, libertà, inclusione, meritocrazia, accesso, partecipazione, democrazia etc. saranno/si riveleranno parole “vuote”, funzionali soltanto a certe narrazioni sull’innovazione e sul digitale ed ad un certo discorso pubblico fin troppo conformista e omologante. 


-  [1] P. Dominici, Per un’etica dei new-media. Elementi per una discussione critica, Firenze Libri Ed., Firenze 1998; in questo lavoro, sono state riprese e ulteriormente definite, tra le altre, le seguenti definizioni: “nuovo ecosistema”, “trasformazione antropologica”, “individuo multimediale”, “economia e società della condivisione“, “nuove soggettività” e “nuovo umanesimo”. Temi e questioni che erano stati affrontati anche in precedenza (1996) e sulle quali ritorneremo con “Umanesimo Digitale”. 
-  [2] Cfr. P. Dominici, Dentro la Società Interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, FrancoAngeli, Milano 2014, p.9. Per ciò che concerne il concetto di “Società Ipercomplessa”, con relativa definizione operativa, è stato da me proposto alla metà degli anni Novanta e, successivamente, sviluppato in P. Dominici, La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo e la condivisione della conoscenza nella Network Society, Aracne, Roma 2005 e in La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento, Franco Angeli, Milano 2011 (Nuova ed.)

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- INCIVILTA’ DEL GENERE UmaNO: USCIRE DALLA ’PREISTORIA’.
10 gennaio 2016, di Federico La Sala 


USCIRE DALLA ’PREISTORIA’. Genere UmaNO: Donne e Uomini..... "Due Soli"(Dante)!!! 


UOMINI E DONNE. LA NUOVA ALLEANZA di "Maria" e di "Giuseppe"!!! AL DI LA’ DELL’ "EDIPO", L’ "AMORE CONOSCITIVO". SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITA’, OGGI. In memoria di Kurt H. Wolff.


LA VIOLENZA DEL TAPPO DELLO SPUMANTE. GLI UOMINI CONTRO LE DONNE: UN FEMMINICIDIO. 


DONNE, UOMINI E VIOLENZA: "Parliamo di FEMMINICIDIO". 


USCIAMO DAL SILENZIO: UN APPELLO DEGLI UOMINI, CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE. Basta - con la connivenza all’ordine simbolico della madre!!! (federico la sala)



 Inciviltà di genere

Colonia. Donne vittime e profittatori maschi dello scontro di civiltà

di Giuliana Sgrena (il manifesto, 10.01.2016)

Se fosse stato un attacco preordinato - ma non c’è nessuna prova per sostenerlo - sarebbe stato perfetto. Mentre tutta l’Europa si prepara militarmente e psicologicamente ad affrontare attentati terroristici la maggiore destabilizzazione arriva nella notte di capodanno in piazza. In diverse piazze della Germania - Colonia, Amburgo, Stoccarda - ma anche Zurigo ed Helsinki.

Una massa incontrollabile di maschi - di origini arabe o musulmane, forse anche richiedenti asilo, ma ci sono anche occidentali, ubriachi, armati di bottiglie, anche qualche molotov, coltelli e forza bruta - aggrediscono le donne, tutte quelle che si trovano di fronte, sulla strada, le picchiano, feriscono, stuprano, perfino derubano, la polizia non può, non sa, non ha i mezzi per intervenire. Tanto che ad Amburgo sono i buttafuori dei locali notturni a salvare le donne aprendo le porte dei locali che proteggono.

È un attacco molto diverso da quello che è avvenuto a Parigi - al quale è stato da alcuni media paragonato - non sono locali di musica, ristoranti o la sede di un giornale satirico - i simboli della laicità francese - ad essere colpiti, ma la piazza come luogo di incontro di tutti e le donne, che simbolizzano il nemico - il diavolo verrebbe da dire - per i sostenitori di una cultura misogina e patriarcale.

Non solo tra i musulmani, la barbarie è ovunque. Aggredire, violentare le donne vuol dire colpire un genere nella sua più profonda identità e intimità, vuol dire usare strumenti che sono purtroppo diventati usuali nelle guerre e non solo moderne.

Un attacco di questo tipo non spinge a uscire per dimostrare di essere ancora presenti - anche se c’è chi lo fa - nonostante le bombe e i kamikaze, si può rischiare una pallottola ma andare incontro a uno stupro è diverso.

Eppure ieri le donne sono scese di nuovo coraggiosamente in piazza contro le violenze subite e contro la destra anti-islam e i neonazisti, pronte ad accusare «i nemici, uguali dappertutto, del sessismo e del fascismo». Nonostante la gente resti attonita e, colpita psicologicamente, cancella la partecipazione al famoso carnevale di Colonia.

Se fosse stato un atto terroristico sarebbe riuscito perfettamente. Ma anche se fosse stato organizzato dalle bande naziste e xenofobe, del resto i terroristi - anche quelli dell’Isis - non hanno forse la stessa ideologia fascista? La destra tedesca vedrebbe in questi atti confermata la sua previsione: verranno i barbari e stupreranno le nostre donne. E anche se non è così, la destra più estrema ne sta già approfittando. Ma anche tutta quella che vuole il respingimento dei migranti e Angela Merkel pagherà sicuramente - in termini elettorali - la sua politica di accoglienza, anche se finora era riuscita a contenere le opposizioni. La sua reazione a questi fatti è stata infatti molto dura.

Le reazioni sono state ritardate dai rapporti edulcorati della polizia che ha peccato oltre che per il mancato intervento anche per l’eccesso di politically correct: i temi della migrazione, dei profughi, dell’islam e la violenza sono tabù in Germania.

È chiaro che se tra le bande che hanno attaccato le donne ci fossero stati anche profughi o richiedenti asilo saranno loro a pagare il prezzo più alto o comunque lo saranno soprattutto i prossimi profughi che cercheranno di approdare sul territorio europeo. Lo vediamo anche in Italia dove la legge per l’abolizione del reato di clandestinità - che doveva passare tra breve in parlamento - sarà con ogni probabilità rinviata, con il beneplacito di tutti, a non si sa quando.

Ancora una volta possiamo dire che le donne sono state le vittime di questo criminale assalto ma saranno i maschi sostenitori dello scontro di civiltà ad approfittarne.

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>L’UOMO A "UNA" DIMENSIONE - USCIRE DALLA ’PREISTORIA’. --- Società arabe. Le generalizzazioni non aiutano più. I giovani maschi non vogliono più essere dei Pascià (di Andra Backhaus - "Die Zeit")
31 gennaio 2016, di Federico La Sala 

Società arabe

I giovani maschi non vogliono più essere dei Pascià

Dietro le aggressioni a Colonia per molta gente c’è quel genere di “uomo arabo”, che anche al Cairo insulta, brancica, stupra le donne. Ma non è così semplice.

di Andrea Backhaus (Die Zeit online, Hamburg - 13 gennaio 2016) *

(traduzione dal tedesco di José F. Padova)

Il Presidente aveva portato fiori. Con viso rattristato Abdel Fattah al-Sisi fissò lo sguardo sulle telecamere disposte accanto al letto della giovane donna. “Sono venuto qui per dire a voi e a ogni donna egiziana che questo mi addolora”, sussurrò ai microfoni. Il giorno prima la donna era stata abusata e gravemente ferita da un’orda di uomini sulla piazza Tahrir, al Cairo. Con la sua visita in ospedale al-Sisi voleva dare un efficace segnale mediatico. La violenza sessuale non trova posto nel suo Paese, voleva significare il suo intervento nell’estate 2014. Era un tentativo di salvare l’immagine dell’Egitto. Infatti la situazione non potrebbe essere peggiore.

La piazza Tahrir, un tempo sinonimo di libertà e pace, oggi ha fama di luogo del terrore. Viene citata con frequenza in questi giorni, presumibilmente per dare agli avvenimenti di Colonia un quadro di riferimento culturale, e simbolicamente sta per violenza organizzata contro le donne, sia egiziane che straniere, ciò che avviene in Egitto da alcuni anni.

Questa violenza contro le donne è arrivata all’attenzione internazionale durante le sollevazioni contro l’allora presidente Hosni Mubarak. L’11 febbraio 2011, mentre gli egiziani festeggiavano le dimissioni di Mubarak, circa 200 uomini si gettarono sulla reporter sudafricana Lara Logan e la stuprarono “con le loro mani”, come raccontò più tardi la stessa Logan. Poco dopo la giornalista Mona Eltahawy fu abusata sessualmente da poliziotti e la reporter francese Caroline Sinz infastidita da un gruppo di uomini. Dopodiché il brutale sistema si è diffuso. Dozzine di donne, malgrado le loro proteste, furono braccate, circondate, spogliate e violentate da uomini.

Molti vedono negli abusi di Colonia un parallelo diretto. Il passo verso il rancore non è molto lontano. Anche se non è chiaro che cosa è accaduto precisamente nella notte di San Silvestro, chi ha aggredito le donne e perché, molti commentatori ostentano sicurezza: deve essere stato quel tipo di “uomo arabo” che anche al Cairo insulta, afferra e violenta le donne, perché là, nel “mondo musulmano”, gli uomini fanno proprio una cosa simile. Qui il discorso è sui macho, che non sanno fare altro se non umiliare le donne - e proprio donne velate, timorose, che più di ogni altra cosa vogliono restare invisibili. Ma non è così semplice. Né a Colonia né al Cairo.

La risposta alla domanda perché in Egitto e altrove avvengono aggressioni contro le donne si articola su diversi piani. Dagli studi fatti risulta che quasi tutte le egiziane intervistate dichiarano di essere state molestate almeno una volta, indifferentemente se fossero velate o no. Gli sviluppi della situazione dopo il 2011 hanno ricacciato indietro di secoli la lotta per l’emancipazione femminile, scrive il Direttore del Centro per i Diritti delle donne, Nehad Abdul-Komsan, nelle sue relazioni. L’oppressione è praticata da tutti i settori politici. E con ciò definisce quello che i corrispondenti occidentali non si curano volentieri di vedere: le aggressioni organizzate nell’Egitto frammentato costituiscono anche una dimensione politica. Molti attivisti sono convinti che lo Stato organizzi gli attacchi come misure di dissuasione.

Gli oppositori politici strumentalizzano i rapporti sugli episodi di violenza per dimostrare la superiorità delle loro tesi: i soprusi rispecchierebbero la degenerazione morale degli appartenenti all’esercito, tuonano i Fratelli musulmani. Gli islamici vorrebbero così vendicarsi delle donne scostumate, ritengono i sostenitori di al-Sisi. Del resto fu il generale al-Sisi che, dopo la caduta di Mubarak, introdusse i “test di verginità” sulle dimostranti, effettuati dalle forze armate e stigmatizzati come torture dai sostenitori dei Diritti umani. L’avvertimento per le donne era chiaro: pagate un prezzo, se volete dimostrare, quindi state lontane dalla sfera pubblica.

Le aggressioni ordinate dallo Stato sono la drastica espressione di un onnipresente discredito della donna. Lo schioccare delle dita [in segno di disprezzo] passando loro accanto, la mano sul sedere in metropolitana: tutto questo ha meno a che fare col sesso e molto più con la sensazione di avere il controllo, almeno in un ambito. Questo è un’altra dimensione che si finge di non conoscere. I giovani sono resi insicuri dai cambiamenti e frustrati per la crescente povertà e disoccupazione. Le tensioni sociali collidono con la levatura mentale di una società disuguale: l’idea che la donna sia subordinata all’uomo è ampiamente diffusa in Egitto. E non soltanto in Egitto.

 Quando la vittima stessa dovrebbe essere colpevole

In Marocco milioni di donne sono regolarmente vittime di violenza - anche di stupri in pubblico. Poiché la legge punisce il sesso extramatrimoniale, le stesse vittime di abuso sessuale sono spesso perseguite penalmente. Anche in Arabia Saudita accade che le donne, dopo uno stupro di gruppo, siano punite a frustate, poiché hanno avuto un rapporto sessuale fuori dal matrimonio. Negli Emirati Arabi Uniti le vittime di stupro sono prima di tutto condannate e poi - anche a causa della pressione internazionale - amnistiate. Le organizzazioni per i diritti delle donne stigmatizzano da anni che nelle società patriarcali non gli autori dei reati, ma le vittime sono soggette a punizione.

Quanto sia diffusa la convinzione che le donne provochino gli abusi si verifica in Egitto nella vita di ogni giorno. La perturbazione sessuale, così suona il mantra di molte madri e nonne, non esisterebbe in Egitto. Se si verifica, ne sono causa le ragazze: per i vestiti succinti, per i profumi seducenti.

Tabù

Questo incrementa l’estraneità fra i sessi. Infatti in Paesi come l’Egitto nella vita quotidiana uomini e donne possono liberamente incontrarsi molto raramente, perché i loro spazi vitali sono troppo separati gli uni dagli altri. Il sesso senza il contratto matrimoniale è impensabile, il matrimonio serve da fondamento della società. Tuttavia le cerimonie nuziali sono costose e quasi nessuno può permettersi pomposi festeggiamenti. Questo è problematico in un Paese nel quale manifestazioni d’amore pubbliche, contraccezione e aborti sono tabù, dove non vi è né informazione né educazione sessuale. E nel quale il tipico ruolo esige che le donne debbano essere arrendevoli e gli uomini [le] sovrastino.

Tuttavia questo si fonda meno sulla religione che sulla tradizione. In Egitto ci sono anche donne cristiane che escono di casa soltanto con il permesso del marito e tengono sempre coperta la loro persona. Anche in molte famiglie di religione copta l’emancipazione femminile e l’autodeterminazione sessuale fanno parte dei tabù più grandi.

Chiamata a una rivoluzione sessuale

Per questi motivi molte donne chiamano a una rivoluzione sessuale. A esempio, la giornalista egiziana-americana Mona Eltahawy, che si definisce e promuove come “musulmana laica, radicale, femminista”, definisce la violenza contro le donne come una forma di terrorismo. O la giornalista Shereen El Feki, che nel suo libro Sesso e cittadella scrive che lo sviluppo politico-sociale ristagnerebbe se l’approccio con la sessualità non fosse più libero. Negli Stati arabi il cambiamento deve essere anche sessuale.

Eppure il cambiamento si è stabilito. Le “donne arabe” non sono in assoluto oggetti che subiscono passivamente, come molti commentatori in questo Paese vogliono far credere. Nel mondo arabo le donne non sono soltanto vittime, ma anche soggetti che agiscono. Nei loro Paesi hanno sempre portato avanti movimenti di protesta. In Egitto, dopo la Prima guerra mondiale, le nazionaliste hanno combattuto contro gli occupanti inglesi. Dopo il colpo di Stato contro il re Faruk, negli anni ’50, le donne sono scese in strada e hanno chiesto parità dei diritti e giustizia sociale.

Nel 1956 avevano ottenuto lottando il diritto di voto, nel 1962 la prima donna entrava nel Parlamento. In Tunisia dal 1956 le donne hanno imposto il divieto della poligamia, il diritto di voto e il diritto al divorzio. E più tardi con la rivoluzione del 2011 si annunciò un profondo riordinamento: le donne lottarono qui con gli uomini per la loro dignità e libertà. Per le strade del Cairo e di Tunisi scandirono parole d’ordine contro i despoti, organizzarono sit-in, infiammarono le masse con slogan scottanti. Con enorme potenza d’urto le donne hanno catapultato le loro richieste nella percezione a livello mondiale.

 Anche gli uomini lottano per la parità dei diritti

Oggi si avverte il risveglio dappertutto, fra i sessi, ma anche fra le generazioni. Molte ragazze discutono oggi con i loro padri e fratelli di politica, naturalmente. Non si fanno imporre più dalla famiglia colui che dovrebbero sposare. Vogliono fare da sole le loro scelte. Oppure, come scrive la blogger egiziana Ghada Abdelaal nel suo Voglio sposarmi: “Noi non cerchiamo soltanto un compagno tranquillo o uno che protegga sua moglie, ma un uomo che prenda parte alla sua vita, che la rispetti e che lei possa rispettare.

Soprattutto le donne si difendono con grande veemenza contro la violenza sessuale, come mai accaduto prima. Le egiziane hanno condotto campagne su Facebook, scrivono articoli e dirigono campagne di protesta nelle loro città. Molte nuove iniziative cercano di fare luce, come Anti-sexual harassement o Shayfeencom (“Noi vi vediamo”). Sul sito Internet harassmap.org le donne possono indicare i luoghi nei quali sono state importunate. E molti giovani sostengono le donne, condividendo con le loro amiche i volantini, accompagnandole alle manifestazioni di protesta per proteggerle od organizzando flashmob contro la violenza sessuale.

Mai la separazione fra “femminile uguale a privato, maschile uguale a pubblico” è apparsa tanto superata. Infatti anche molti giovanotti battono su un nuovo ruolo tipico, nel quale non spetta più a loro la parte del pascià. Molti s’impegnano per la parità dei diritti. Uomini come il giovane egiziano Fathi Farid, che per collera contro le aggressioni alle donne ha fondato al Cairo il gruppo Shoft Ta7rosh (“Ho visto importunare sessualmente”) e che distribuisce incessantemente in strada fogli informativi sulla violenza sessuale. O che sale su un palco improvvisato e grida: “Importunare sessualmente è un reato”.

Le generalizzazioni non aiutano più

Il presunto tipo, valido in generale, di “maschio arabo” non c’è più. La mancanza culturale di idee è salita al livello di pericolosa isteria, che offusca le realtà della vita e impedisce le differenziazioni. Questo intorbidisce la vista sulla questione centrale, ovvero perché vi è violenza contro le donne e che cosa possiamo fare noi per contrastarla. E per fare luce non aiuta fare campagne persecutorie contro i migranti dal Nord africa. Sarebbe molto più necessario un dibattito sulla corporeità, sui tabù e la (doppia) morale. Qui [in Germania]. E anche nei Paesi arabi. Perché la violenza contro le donne in molti Paesi è un tema discusso. Anche in quelli del Vicino Oriente.

* http://www.zeit.de/politik/2016-01/tahrir-gewalt-frauen/seite-1

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- "Heidegger & Sons". Come fare i conti con un simile pensiero? (di Massimo Adinolfi)
10 dicembre 2015 


FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.


GUARIRE LA NOSTRA TERRA: VERITA’ E RICONCILIAZIONE. Lettera aperta a Israele (già inviata a Karol Wojtyla) sulla necessità di "pensare un altro Abramo" 


LE "REGOLE DEL GIOCO" DELL’OCCIDENTE E IL DIVENIRE ACCOGLIENTE DELLA MENTE. 


Heidegger filosofo a rischio

di Massimo Adinolfi *

IL SAGGIO

Si può isolare con chiarezza la tesi di fondo dell’ultimo libro di Donatella Di Cesare, Heidegger & Sons. Eredità e futuro di un filosofo (Bollati Boringhieri, pp. 148, € 13): «La vera novità dei Quaderni neri è l’antisemitismo». I Quaderni neri sono le riflessioni annotate per circa quarant’anni da Martin Heidegger su quaderni cerati, di colore nero, che il filosofo raccomandò di pubblicare al termine dell’edizione completa delle sue opere. Quello che non c’era nei libri già pubblicati, nei Quaderni c’è.

L’antisemitismo vi è esplicito, e la Di Cesare ne ha già indicato il tratto essenziale, metafisico, nel suo libro precedente su Heidegger e gli ebrei, apparso nei mesi scorsi sempre da Bollati Boringhieri (e al centro di un vortice internazionale di polemiche, che questo nuovo libro racconta).

Che si tratti di un antisemitismo metafisico non significa certo che sia ingentilito, spiritualizzato, o «sublimato» - come ha ritenuto Habermas - che non sia cioè compromesso con le vicende storiche del secolo scorso, con i tratti più odiosi, violenti, razziali, con i quali si manifestò negli anni del nazismo, fino all’abisso della Shoah. Significa al contrario che non può essere semplicemente derubricato sotto la voce dei pregiudizi politici o culturali di un’epoca storica, che Heidegger condivideva, ma che ha «una provenienza teologica, una intenzione politica, un rango filosofico», e chiama perciò in causa quello che per il filosofo è il destino dell’Essere, e cioè l’intera vicenda storica e filosofica dell’Occidente.

DOMANDA

La domanda diviene dunque: come fare i conti con un simile pensiero, una volta che diviene impraticabile tanto la via della minimizzazione, quanto quella della demonizzazione? Gli orfani risentiti del «Maestro di Messkirch» - così li chiama la Di Cesare - continuano a ripetere, sempre meno credibili, che altro è la filosofia di Heidegger, altro le poche notazioni marginali, mal lette oppure fraintese e comunque poco numerose e poco significative disseminate nei Quaderni.

All’opposto, i «rottamatori della filosofia», sempre più ringalluzziti, pensano di poterla fare finita una volta per tutte con Heidegger e con gli heideggerismi. Per gli uni, nessuno ha pensato più profondamente di Heidegger, e da quel pensiero non sanno come uscire. Per gli altri, Heidegger non val più la pena neanche di leggerlo, e forse non val quasi più la pena di leggere di filosofia. Che appare, sulla scia dei Quaderni, come una roba oscura, moralmente ambigua, politicamente pericolosa, a cui dunque si può solo augurare, per non far danni, di limitarsi a fare da corona alle scienze. O di riciclarsi nella chiacchiera giornalistica come palliativa saggezza di vita.

Il giudizio di chi si rifiuta al confronto con Heidegger e l’antisemitismo finisce infatti molto spesso per coinvolgere tutti gli stili e le tradizioni di pensiero che appaiono non allineati con il quadro dei valori che fa da sfondo all’orizzonte morale e politico del nostro tempo. Come se quest’orizzonte non solo non fosse oltrepassabile, ma non fosse neppure revocabile in questione.

Il vero obiettivo polemico di questo libro sta dunque qui. E spinge la Di Cesare ad articolare le ragioni di una «sinistra heideggeriana», postmetafisica - Derrida, Nancy, Schürmann, ma anche, da noi, Vattimo o Agamben - che, certo, affranca Heidegger da una lettura meramente reazionaria, ma non si accomoda nemmeno nelle vecchie certezze dogmatiche del marxismo. Si può quindi immaginare il «furor metafisico dei marxisti ufficiali», ma anche «lo sdegno morale dei neoliberisti, convinti che quello del mercato sia l’orizzonte finale» o «il sarcasmo caustico di neoilluministi e progressisti incalliti, che neppure un istante, malgrado la catastrofe ecologica e la intermittente guerra civile globale, hanno dubitato di avanzare verso la civiltà».

Il libro tenta insomma di riattivare una vena filosofico-politica radicale, che attinga al pensiero heideggeriano, cercando però di disegnare un varco dove invece Heidegger si precluse ogni accesso. Quella vena si trova, per la Di Cesare, nella radice messianica non semplicemente rimossa da Heidegger, ma addirittura schermata, sbarrata dal mito greco delle origini, mito fondativo del pensiero occidentale. Ma questo implica che il giudizio su Heidegger non si risolve su un piano meramente storiografico ed anzi ha senso, come ha scritto di recente Jean Luc Nancy, «solo se con lui, giudichiamo noi e la nostra storia».

Questo giudizio si muta così, da ultimo, in una domanda: come si fa a liberarsi dell’orizzonte metafisico, le cui ultime propaggini sono nella tecnica, nei mezzi di comunicazione moderni, nell’orizzonte globalizzato del nostro tempo, a cui peraltro Heidegger volle rimanere del tutto estraneo, senza precipitare in un orizzonte non più aperto e libero, ma più cupo e ristretto, prigionieri di vecchi miti e terribili incubi?

* Il Messaggero, 9 dicembre 2015

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. ---- CHOMSKY E "LA SCIENZA DEL LINGUAGGIO". «Le mie idee libertarie derivano forse anche dall’attenzione verso ogni tipo di creatività».
6 dicembre 2015, di Federico La Sala 


CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. 



Chomsky è il fondatore della linguistica generativa, secondo cui ciascuno nasce con una conoscenza innata delle regole di una «grammatica universale». Tale teoria si contrappone a quelle funzionaliste, per cui è appunto la funzione comunicativa che modella e trasforma il linguaggio.

 Chomsky: è solo apparente la diversità delle lingue umane

-  Struttura innata. «Il sistema che plasma il significato è semplice e piuttosto uniforme in tutti gli idiomi» 
-  Scienza e politica. «Le mie idee libertarie derivano forse anche dall’attenzione verso ogni tipo di creatività»

di Massimo Piattelli Palmarini (Corriere della Sera, 6.12.2015)

È dal 19 novembre disponibile in libreria il volume La scienza del linguaggio (Il Saggiatore), basato su alcune lunghe interviste con Noam Chomsky, realizzate dall’insigne linguista canadese James McGilvray. Corredato da numerose appendici, glossari e note a piè di pagina, il libro ripercorre in modo accessibile a un pubblico non specialista lo sviluppo delle idee di Chomsky, cioè di colui che alcuni considerano il massimo linguista di ogni tempo e che è di fatto il più citato intellettuale vivente.

Ho chiesto a McGilvray quale impressione o sensazione abbia ricavato da queste sue interviste. Mi dice: «Noam è stato un’incessante ricarica delle mie batterie intellettuali. Lui è sempre stimolante e spesso produce in chi lo intervista, senza volerlo, un sentimento di inferiorità intellettuale».

In questa mia intervista con Chomsky mi sono tenuto su temi più generali di quelli trattati nel libro con McGilvray. La mia prima domanda è se sia corretto sintetizzare la sua opera, sviluppata in oltre mezzo secolo, come l’esplorazione, in fondo, di una singola idea centrale. 
-  «Forse la singola idea - risponde Chomsky - è ben sintetizzata dal titolo di un mio prossimo libro: Che tipo di creature siamo?. Il nucleo del mio lavoro, infatti, è stato la natura del linguaggio, una proprietà essenziale che ci definisce in quanto esseri umani, ma ovviamente le considerazioni via via sviluppate vanno ben al di là».

Gli chiedo adesso di riassumere gli ultimissimi sviluppi della sua teoria, quello che c’è di nuovo, da due o tre anni a questa parte. 
-  «La proprietà basilare di ogni lingua umana - mi risponde - è un processo generativo che porta a emettere e comprendere una schiera potenzialmente infinita di espressioni aventi una struttura interna gerarchica. Ciascuna di queste determina una stretta corrispondenza tra suoni (o gesti, nel linguaggio gestuale dei sordi) e significati. In questi ultimi anni è diventato realistico avanzare una tesi piuttosto radicale: il nucleo del sistema che determina il significato è estremamente semplice e assai prossimo a essere uniforme in tutte le lingue. La complessità delle lingue e la loro diversità sono in un certo senso apparenti. Scaturiscono da un sistema secondario, un sistema sensorio e motorio, che determina le forme manifeste, cioè suoni o gesti. Il mio lavoro attuale sul linguaggio è essenzialmente dedicato a perseguire fin dove possibile questo programma di ricerca».

In gennaio uscirà negli Stati Uniti per l’editore Mit Press un libro di Noam Chomsky e di Robert Berwick essenzialmente centrato sul problema dell’evoluzione biologica del linguaggio. Il titolo è Why Only Us? («Perché solo noi?»). Lo si deve intendere: perché solo noi esseri umani abbiamo il linguaggio?

Come ben spiegato nelle sue interviste con McGilvray, Chomsky esclude che i molteplici e a volte raffinati sistemi di comunicazione animale siano da considerarsi parenti delle lingue umane. Gli chiedo se può riassumere il «messaggio» centrale di questo imminente libro. 
-  «Il titolo è assai rivelatore. Berwick ed io cerchiamo di mostrare che la componente centrale di quanto abbiamo appena visto qui sopra è emersa una sola volta nella storia degli organismi viventi. Questa ha prodotto i tratti fondamentali della natura umana e ci distingue nettamente dalle altre specie viventi. L’emergenza è stata probabilmente assai subitanea e piuttosto recente nella scala evolutiva. Non c’è stata alcuna evoluzione successiva in questo nucleo. L’apparente diversità e la complessità delle lingue, come dicevo qui innanzi, sono scaturite dal bisogno di connetterci, mediante il sistema sensorio-motorio, con i nostri simili. Il sistema interno è fondamentalmente atto a pensare, non a comunicare. La complessità scaturisce dall’uso di questo sistema per comunicare».

La sua teoria, anzi spesso l’intero suo modo di trattare il linguaggio, sono stati a lungo e da più parti ferocemente criticati. Chomsky ha inflessibilmente ripetuto che il suo approccio è nient’altro che l’applicazione al linguaggio dei normali metodi scientifici. Come mai, allora, tante critiche e spesso tanta acrimonia? 
-  «Questo modo di trattare il linguaggio - osserva lo studioso americano - va contro un buon numero di dottrine molto radicate, in filosofia, in psicologia e nella linguistica tradizionale. Quanto più viene sviluppato, tanto più decisamente si scontra con queste dottrine, almeno a mio avviso. Quanto alle alternative proposte, io stesso e vari colleghi abbiamo sempre puntualmente e direi persuasivamente risposto, ma occorre che ciascuno giudichi di testa propria.»

I suoi saggi di linguistica non parlano mai di politica e i suoi saggi di politica non parlano mai di linguistica, ma ci si può chiedere se e come, ad un livello profondo, il suo pensiero linguistico e il suo pensiero politico trovino un fattore comune. -Così mi risponde Chomsky: «Forse, andando abbastanza in profondità, si tratta di speculazioni sugli aspetti fondamentalmente creativi della natura umana. Queste idee trovano espressione tanto nel pensiero sociale e politico di stampo libertario quanto nello studio del linguaggio. I primordi si possono rintracciare, andando indietro nel tempo, all’alba della rivoluzione scientifica, in Galileo, Cartesio e altre figure-guida del pensiero moderno. Le ramificazioni e le implicazioni sono numerose e significative ancora ai nostri giorni, in ambedue queste aree».

Troviamo nel volume di Chomsky appena pubblicato in Italia e nei suoi due libri di prossima pubblicazione negli Stati Uniti precisazioni e argomentazioni su tutti questi temi, qui solo brevemente ricapitolati.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- "LA MENTE ESTATICA": DAL LABIRINTO SI PUO’ USCIRE.
25 novembre 2015, di Federico La Sala 


PSICOANALISI E FILOSOFIA. DAL LABIRINTO SI PUO’ USCIRE.... 
-  Nel tempo accelerato e precipitoso, che ci prende tutti, la sospensione estatica del tempo, riconosciuta o no, è un fenomeno di massa. Non lo era anche nel Medioevo? Da religiosa che era è diventata profana, politeista, portatile. Distinguere le situazioni estatiche è l’ ultima risorsa della Ragione?

FACHINELLI E FREUD NELLA “NAVE” DI GALILEI: LA CONVERSAZIONE CONOSCITIVA (IL NUOVO "CIRCOLO ERMENEUTICO"). “Su Freud”, un’ottima introduzione a “La mente estatica” ("Sulla spiaggia").


L’ITALIA, IL VECCHIO E NUOVO FASCISMO, E "LA FRECCIA FERMA" (BELFAGOR, 3, 1980)


ELVIO FACHINELLI (1928-1989). Per il ventennale della morte.


FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA. Un breve saggio di Federico La Sala, con prefazione di Riccardo Pozzo.



 ANDIAMO IN ESTASI

di Alfredo Giuliani *

PER ANNI ho letto trattati e saggi di psicoanalisi come fossero romanzi, zibaldoni poetici, peripezie antropologiche e terapeutiche di nuovi intrigantissimi sciamani. Sono stato toccato nel vivo della fantasia, nell’ ombelico dei sogni, nel cocuzzolo mitologico-filosofico. La letteratura psicoanalitica ha finito con l’ occupare uno spazio cospicuo della mia biblioteca.

A un certo punto della vita ho fatto una soddisfacente esperienza, né troppo breve né troppo lunga, del confessionale junghiano. Che tutto questo mi sia servito per conoscere un po’ meglio me stesso e gli altri, a percepire la forza e le deformazioni degli impulsi, per congetturare la presenza di campi e confini invisibili, mi sembra ovvio.

Per me il fascino principale dell’ analisi risiede nel metodo e nell’ idea che lo muove: che si possa riuscire a conoscere (o riconoscere) ciò che non sappiamo di sapere, ossia la nostra distorta ignoranza o sepolta sapienza. Infatti, c’ è un’ altra cosa ovvia che troppo spesso viene dimenticata: gli oggetti di cui discorre la psicoanalisi sono tanto arcaici e lontani quanto i modi della nostra vita emozionale, affettiva e mentale.

La psicoanalisi è un’ arte maieutica, è un teatro alchemico e manierista, è l’ avventura psichica, come aveva intuito lo Zeno di Italo Svevo; e l’ operatore, lo sciamano, lo esercita a proprio rischio, modificandosi continuamente. Certo, esistono anche sciamani mediocri o cialtroni; ma questo è un altro problema. Nel fascino esercitato dall’ analisi c’ è un fondamentale elemento critico. Io devo supporre che il nostro sciamano possieda i criteri della Ragione e della patologia psichica; e insieme con lui, grazie alla delicata e penetrante manovra di tali criteri, mi avventurerò nel mio sepolto e confuso sapere.

E’ vero che per l’ analisi non esiste la malattia, esiste il malato. Eppure, oggigiorno la relazione terapeutica (che dovrebbe configurarsi come una trasfusione di ritrovamenti e ideazioni dall’ analista al paziente e viceversa) corre due pericoli perfino grotteschi. In sostanza, che sia l’ analista sia il paziente si abbarbichino al già noto. L’ uno per l’ accumulo di conoscenze e interpretazioni trasmesse e collaudate. L’ altro perché subisce la frammentazione temporale delle sedute e perché tende a incanalarsi nella prevedibilità delle cose da dire. Prevedibilità che non finisce mai, attirata dal miraggio di comunicare tutto.

In un libro uscito presso Adelphi nel 1983, Elvio Fachinelli ha indagato con molta finezza questi meccanismi; ma il fatto curioso è che il suo Claustrofilia individua un’ area psicologica che circoscrive diversi fenomeni, tutti individuati dalla ricerca del chiuso (immagine o modello: l’ utero materno). Sicché dalle considerazioni sui limiti e il tempo dell’ analisi si arriva ai sogni di soggiorno intrauterino e al tempo stagnante, estatico, vissuto dal feto nella sua unità duale con la madre (relazione contraddittoria di co-identità).

Se si tiene conto che esperienze di tipo protonirico sembrano presenti nel feto negli ultimi mesi della gravidanza, mentre maturano le funzioni del suo sistema nervoso centrale, e quindi un inizio di vita mentale e sensoriale si sviluppa prima della nascita, ecco che ci si può azzardare a supporre che il bambino non ancora nato avverta nella sua estatica dimora l’ oscura e terrorizzante intrusione di un terzo! La claustrofilia sarebbe dunque un sentimento naturale, acquisito nel soggiorno intrauterino (casa-fortezza, bellissimo giardino, buia piscina ondulante).

L’ avventura psichica comincia assai prima del trauma della nascita; ma, in fondo, le madri sensibili non l’ avranno sempre sospettato? E proprio riflettendo sul tempo stagnante del soggiorno intrauterino, su quel tempo estatico fuori del tempo che a volte ritorna nei sogni dei pazienti, e che si lascia plausibilmente ipotizzare come protoattività mentale secondo le recenti acquisizioni della neurofisiologia, Fachinelli è arrivato al suo appassionante nuovo libro, La mente estatica (Adelphi, pagg. 202, lire 20.000).

Scrittore lucido, sobrio ma vibrante, dotato di un bel garbo stilistico insolito tra i suoi colleghi, Fachinelli non ricorre pressoché mai al formulario gergale della psicoanalisi. Rigoroso nel pensiero e nello stile, non si adatta però completamente alla forma del resoconto scientifico; non lo appagano del tutto neppure le flessibili maniere del saggio.

Per lui un libro deve argomentare una sequenza di sorprese. Così La mente estatica presenta alla rovescia i capitoli d’ una intrepida peregrinazione esplorativa. Prima i risultati: l’ affiorare della percezione estatica, la scoperta che la nostra civiltà si è difesa dalla nozione di estasi attribuendola soltanto a stati di rapimento mistico o religioso, oppure confinandola nel patologico.

Poi la ricognizione storica di esperienze estatiche, per exempla: Meister Eckhart, Dante, il matematico Poincaré, Proust, Bataille e l’ inaspettato Moses Herzog, protagonista dell’ omonimo romanzo di Saul Bellox. Quindi: resoconti di varie esperienze, letture, note ai margini del tema, sondaggi rapsodici del tempo estatico. Segue un approfondimento e ampliamento del motivo già trattato in Claustrofilia: la disponibilità del feto, e qui soprattutto del neonato, alla percezione estatica (unità sublime con la madre). E infine: un sottilissimo esame di alcuni scritti di Freud (e di Lacan), che a detta dell’ autore costituisce l’ antecedente di quanto abbiamo letto nei primi due terzi del libro.

La struttura anomala della Mente estatica è in questo capovolgimento, che fa risaltare l’ assemblaggio delle parti. I capitoli, tanto diversi tra loro, sono scorci, passaggi, giri, percorsi a volte tortuosi, oppure misteriosamente rettilinei, di uno stesso labirinto. Come capita spesso quando si consultano i nostri sciamani, i loro discorsi sembrano inoltrarsi in zone dove le frontiere si annullano. Ma l’ oggetto che quei discorsi evocano con cauta suggestione lo riconosciamo sùbito. Ma s, l’ estasi! Chi può dubitare della sua diffusione profana? Non si dice comunemente: mi ha mandato in estasi, era in estasi, e così via? Lo si dice magari con una sfumatura di enfasi comica, ma anche in quella forma impoverita la parola attesta una parvenza di specialissima condizione esperibile da chiunque. Specialissima e banale! Quale portentosa contraddizione.

Ma l’ opinione di Fachinelli è che non sia più lecito separare dogmaticamente considerandoli incompatibili come si fa ora i differenti livelli dell’ esperienza estatica. Nell’ estasi di qualsivoglia natura si è come fuori di sé, fuori dal sé abituale, secondo il significato originale della parola greca ékstasis, e in questo stato si prova una contentezza, una gioia anch’ essa non abituale, un reale rapimento dell’ animo.

Tale excessus mentis, descritto dai mistici medioevali, è di fatto disponibile in ciascuno di noi. Lo si ammette generalmente nell’ ambito dei sentimenti, nell’ artista e in coloro che godono interiormente l’ opera d’ arte, quale essa sia. Ma come stacco rapinoso dal tempo, sospensione totale del vivere, quasi perdita del respiro, come attimo vuoto che ti accoglie e ti perde (campo di tensioni da attraversare), la situazione estatica viene misconosciuta o cancellata. Si vuole interrompere, perché fa paura, quel movimento verso il nulla, che è familiare al mistico, ma non gli è peculiare.

Il profano teme l’ abolizione dell’ io, per angoscia arretra prima che la smisurata gioia del rapimento invada il vuoto. Peccato, non sa quello che perde. Ma una spiegazione c’ è: si ha terrore della gioia eccessiva (stato che si pone al di là del piacere comunemente inteso) poiché essa è contigua alla pulsione di morte (il vecchio Freud l’ aveva intuito). Mi viene in mente la saggia e bella Porzia del Mercante di Venezia, quando nel terzo atto perora a se stessa: Mòderati, amore, reprimi la tua estasi, trattieni la tua gioia, frena questo eccesso!.

Lo sciamano, ancora una volta, ha attivato un vortice di pensieri che ci toccano nel cocuzzolo e nell’ ombelico. Alcuni di tali pensieri sono futili. L’ estasi degli antipatici sarà anch’ essa antipatica, o varrà la metà? E quella degli sciocchi, varrà poco più di niente? Fachinelli sembra dare la preferenza all’ estasi degli intelligenti. Ma l’ estasi, di per sé, sarà indifferente; cadrà dove vuole, come soffia il capriccioso Spirito biblico? Se è un tipo particolare di percezione, non si potrà attenderla e provocarla con un certo metodo? E chi si droga non è forse un estatico coatto?

Dice Fachinelli: l’ estasi non è soltanto nelle sue epifanie riconoscibili; è anche nella sua irradiazione al resto. Ma allora l’ attimo estatico avrebbe una inimmaginabile potenzialità trasformativa. Io credo che sia proprio così, ma ne traggo conseguenze personali e non saprei inferirne effetti teorici d’ interesse generale. Della gioia eccessiva non si può parlare. Il silenzio la custodisce, e tuttavia... essa parlava apertamente in certi romanzi che hanno segnato la nostra giovinezza.

Trovo strano che Fachinelli non si sia ricordato di Dostoevskij; nel suoi romanzi, penso principalmente a L’ idiota, c’ è un vero delirio di situazioni estatiche. Per alcuni dei suoi personaggi il cadere o il trovarsi fuori di sé, il provare una gioia smisurata, è una condanna, una frenesia ingovernabile che frantuma ogni convenienza, un segno grottesco-sublime del destino; potremmo dire che per loro l’ eccitazione estatica è il meglio dell’ incomprensibile. E può portare al peggio.

L’ argomento di Fachinelli ha mille risvolti, è vago e intenso e non vorrei abbandonarlo. La mente estatica è un libro di evidenze inquietanti, dove buio e luminosità, lontano e vicinoi accelerazione e immobilità, oggetti ancestrali e nuovissimi si proiettano in un misterioso deserto esistenziale popolato di sogni realizzati e di immani attese frustrate. Tempi e spazi percettivi hanno subìto un sommovimento, e anche l’ estasi brulica sulla terra in forme orripilanti.

Nel tempo accelerato e precipitoso, che ci prende tutti, la sospensione estatica del tempo, riconosciuta o no, è un fenomeno di massa. Non lo era anche nel Medioevo? Da religiosa che era è diventata profana, politeista, portatile. Distinguere le situazioni estatiche è l’ ultima risorsa della Ragione?

* di ALFREDO GIULIANI (la Repubblica, 04 aprile 1989).

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>SOCIETA’ A "UNA" DIMENSIONE. -- Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Rapporto ’Rosa shocking 2’: è realtà culturalmente strutturata.
23 novembre 2015, di Federico La Sala 


USCIAMO DAL SILENZIO: UN APPELLO DEGLI UOMINI, CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE. Basta - con la connivenza all’ordine simbolico della madre!!! 


LA LEZIONE DEL ’68 (E DELL ’89). LO SPIRITO CRITICO E L’AMORE CONOSCITIVO. 


MICHELANGELO E LA SISTINA (1512-2012). I PROFETI INSIEME ALLE SIBILLE PER LA CHIESA UN GROSSO PROBLEMA .... 
-  DOPO 500 ANNI, PER IL CARDINALE RAVASI LA PRESENZA DELLE SIBILLE NELLA SISTINA E’ ANCORA L’ELEMENTO PIU’ CURIOSO. 
 Violenza donne? Per un giovane su 3 è fatto privato coppia.


25 novembre Giornata internazionale

Rapporto ’Rosa shocking 2’, violenza su donne è realtà culturalmente strutturata

(di Angela Abbrescia)

(ANSA) - La violenza domestica? Un fatto privato della coppia. Così la pensa quasi un giovane su tre in Italia, secondo quanto emerge da un sondaggio contenuto nel secondo Rapporto sulla violenza contro le donne e gli stereotipi di genere ’Rosa shocking 2’ curato da WeWorld Onlus insieme a Ipsos, con il Patrocinio della Camera e del Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio.

Nel sondaggio, l’obiettivo è capire come le nuove generazioni si posizionino su questi temi. In particolare, aumenta la percentuale, dal 19% al 22%, di chi dichiara che quello che accade in una coppia non deve interessare gli altri. Il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni, poi, afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno della mura domestiche. Non solo: l’aspetto istintivo legato alla violenza e il raptus momentaneo è per il 25% di questa fascia d’età giustificato e legittimato dal "troppo amore", oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne siano abili a ’esasperare’ gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti, attribuendo, quindi, alle donne la responsabilità di far scaturire la violenza.

Nel rapporto si ricordano le dimensioni del fenomeno nel nostro Paese, i cui numeri continuano oggi ad essere allarmanti: sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Di queste solo l’11,8% denuncia gli abusi subiti. Secondo l’analisi del Rapporto sugli investimenti in prevenzione nel biennio 2012-2014, è necessario continuare a promuovere investimenti che portino ad una miglioramento della capacità di prevenzione del fenomeno.

Nel 2013 infatti c’è stato un investimento di 16,1 milioni (il picco più alto mai registrato), anche frutto di una forte campagna mediatica, mentre nel 2014 ci si attesta intorno ai 14,4 milioni. Un calo che evidenzia, secondo la onlus, la necessità di continuare a lavorare con determinazione nella sensibilizzazione di uomini, donne e giovani soprattutto.

Dal rapporto emergono anche segnali timidamente positivi: per la prima volta quando si parla di prevenzione e diritti delle donne inizia a emergere l’immagine di una donna vincente, non più solo vittima, di cui si valorizzano le capacità psicologiche e morali, una figura forte e vincente capace di essere esempio di riscatto per le altre donne. Emblematici in questo senso gli episodi di cronaca riconducibili a Lucia Annibali, Rosaria Aprea e Jessica Rossi, che però restano ancora casi isolati.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne e WeWorld Onlus, la ONG che si occupa in Italia e nel Sud del Mondo di garantire i diritti dei bambini e delle donne più vulnerabili, chiama le Istituzioni ad un’approfondita consapevolezza e reale presa di coscienza su come nel nostro Paese la violenza contro le donne non sia un fenomeno occasionale quanto, piuttosto, una realtà culturalmente strutturata e, al tempo stesso, ad una maggiore conoscenza degli aspetti economici e sociali, che tale fenomeno provoca, facendosi promotore del varo di politiche efficaci e preventive e, nel medio e lungo termine, a conseguire ad una contrazione del peso economico sulla comunità e del costo umano che tale situazione produce.

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> CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. --- Se dovessi risalire alle origini della Repubblica dell’immaginazione (di Azar Nafisi - Solo l’immaginazione ci salva dalla dittatura))
22 settembre 2015, di Federico La Sala 

Anche l’indifferenza è un tiranno: sconfiggetela con un romanzo

Solo l’immaginazione ci salva dalla dittatura

Dopo “Lolita a Teheran” un nuovo inno alla libertà dell’immaginazione: come salvare la democrazia con le storie di Twain, Lewis, McCullers

E nelle democrazie non spetta solo ai politici difendere la libertà: ogni individuo è tenuto a lottare contro l’indifferenza del benessere

di Azar Nafisi (La Stampa -TuttoLibri, 19.09.2015)

Se dovessi risalire alle origini della Repubblica dell’immaginazione, direi proprio che cominciò tutto a Roma, o con Roma! L’idea, per esser più precisi, mi venne la prima volta nel 2004, quando scrissi un discorso per il Festival internazionale delle Letterature di Roma. Qualche mese dopo, il 5 dicembre 2004 il «Washington Post Book World» ne pubblicò una versione diversa e abbreviata, con il titolo di Republic of Imagination. In onore della nascita italiana del mio libro e del ruolo che l’Italia ha avuto nel suo concepimento, vorrei riportare in vita quella magica serata di Roma aprendo e concludendo questo articolo con i passaggi che aprirono e conclusero il mio intervento di allora.

«Celebro questo paese che tanto spesso avevo già visitato con l’immaginazione prima che nella realtà, fra persone delle quali non parlo la lingua ma con cui condivido un linguaggio comune e universale che sfida tutti i confini geografici. Questa Italia vera e reale dove mi trovo oggi sarà sempre legata nella mia mente e nel mio cuore a quell’altra così piena di magia che ho scoperto per la prima volta grazie ai prodigi dell’immaginazione, nei film, nei romanzi, nell’arte e nella musica.

Da bambina, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Sophia Loren e Gina Lollobrigida non mi erano meno noti dei loro omologhi iraniani. In seguito, una schiera di registi con i nomi che quasi per magia finivano tutti con la stessa vocale, la “i”, lasciò un’impronta profonda sulle mie idee e i miei ideali: Fellini, Antonioni, Pasolini, Rossellini, Minnelli, Bertolucci. 
-  Alcuni decenni dopo, quando qualcuno decise di cambiare il nome del mio paese da Iran a Repubblica islamica dell’Iran e parecchi cinema dove avevo visto quei film furono chiusi o incendiati, per otto anni di guerra, tra un oscuramento e l’altro, tra gli urli delle sirene e il fragore delle bombe, ho continuato a guardare con amici e parenti le videocassette proibite dei vecchi film della mia infanzia e della mia gioventù, insieme a quelli più recenti che venivano introdotti clandestinamente in Iran. 
-  Quante volte, e in quanti soggiorni pieni di amici e semplici conoscenti ho visto Nuovo cinema Paradiso, e mi sono commossa senza pudori vedendo tutti quei baci censurati che toccavano il cuore anche dei meno romantici fra noi. Così, i colori di Tiziano, Caravaggio e Leonardo sono entrati a far parte delle luci e delle ombre dei miei sogni; e mi ricordavo le arie delle opere di Verdi come se fossero state scritte nella mia lingua.

«E poi c’era l’Italia che prendeva forma grazie all’immaginazione di scrittori e poeti, italiani e stranieri. Prima ancora di vedere i quadri di Filippo Lippi e Andrea Del Sarto li ho scoperti nelle poesie di Robert Browning, ed ero già stata a Roma, a Napoli, a Venezia e a Trieste grazie ai racconti di James, Mann, Moravia, Ginzburg, e di tutti quegli scrittori italiani i cui nomi terminavano in “o”: Eco, Calvino e il mio amatissimo Italo Svevo, di cui ero riuscita a scovare La coscienza di Zeno in una libreria dell’usato di Teheran. 
-  L’altro giorno, in mezzo ai quaderni che avevo portato con me negli Stati Uniti dalla Repubblica islamica ho ritrovato un pezzetto di carta dove avevo annotato una citazione da Primo Levi; i suoi libri, con tutta la loro saggezza, mi hanno aiutato a superare alcuni dei momenti più difficili e disperati della mia vita sotto il regime islamico. Levi ci ricorda che, siccome la vita nel campo di concentramento riduce l’uomo a una bestia, “noi bestie non dobbiamo diventare ... e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà”.

«Ho visitato anche tanti altri paesi, la Francia, la Russia, l’Inghilterra, l’America, l’Egitto e la Turchia. Così, fin dalla prima infanzia ho avuto in mente la mappa di un mondo che non aveva confini geografici, ed era popolato da uomini come Dante, Racine, Shakespeare, Boccaccio, Goethe, Tolstoj e Hafiz. Sono stati quel mondo e i suoi illustri abitanti, quella pluralità di lingue, colori e leggi a farmi capire per la prima volta quanto la creazione e la salvaguardia di una vera democrazia dipendano da ciò che potremmo chiamare un’immaginazione democratica».

«I lettori nascono liberi e liberi devono rimanere» ricordò Vladimir Nabokov ai suoi studenti. Prima di essere una scrittrice sono stata una lettrice, e i miei libri celebrano l’atto della lettura». «Da bambina mi resi conto che attraverso le storie potevo invitare nella mia cameretta il mondo intero, ma presto scoprii che la realtà era fragile e che era facilissimo perdere tutto quel che rientra sotto il nome di casa. A tredici anni fui mandata a studiare in Inghilterra.

Fu la prima lezione che ebbi sulla provvisorietà e l’incostanza della vita. L’unico modo che avevo per ritrovare la mia Teheran perduta e sfuggente era affidarmi ai ricordi e a qualche libro di poesia che avevo portato da casa. In quelle notti tristi, nella piccola città umida e grigia di Lancaster, mi infilavo sotto le coperte con la borsa dell’acqua calda e aprivo a caso uno dei tre libri che avevo sul comodino: Hafiz, Rumi e una poetessa persiana contemporanea, Forugh Farokhzad.

Allora non sapevo che in quel modo mi stavo già costruendo una nuova casa, una casa portatile, che nessuno avrebbe potuto togliermi. In seguito, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, mi adattai ad altre nuove case e le seppi accettare con l’aiuto degli amici e dei familiari che incontrai in Sterne, Swift, Fielding, le Brontë, Austen, Auden, Shakespeare, Melville, Poe, O’Connor, Faulkner, McCullers, Baldwin, Dickinson e altri.

Capii a fondo solo nel 1979 quanto sia importante l’immaginazione quando si lotta per conquistare e custodire le libertà individuali e i diritti umani. Quell’anno tornai in Iran subito dopo la Rivoluzione islamica, e compresi che l’esilio più duro è quello in cui non ci si sente più a casa in casa propria. Che i regimi oppressivi prima brucino i libri e poi uccidano le persone non era più un concetto astratto e non faceva più parte delle esperienze degli altri; era diventato un aspetto della mia realtà personale e una parte integrante della mia esperienza quotidiana.

Il regime islamico prese di mira innanzitutto i diritti umani e le libertà individuali, tutto quello che suggeriva differenza e diversità, e le sue prime vittime furono le donne, le minoranze e la cultura. Oltre a emanare leggi contro le donne e le minoranze, colpì gli scrittori, i poeti, gli artisti, i musicisti, i giornalisti. Disse che gli studi accademici, umanistici e sociali in particolare, erano nocivi. L’ayatollah Khomeini giunse a definire le università «la fonte di ogni sciagura»; erano più pericolose delle bombe. Presto furono chiuse in nome della «Rivoluzione culturale», la resistenza e i cortei universitari furono repressi, e così molti persero la vita o i mezzi per vivere.

Non sorprende che siano finite sotto attacco proprio le arti e le discipline umanistiche. I capolavori dell’arte, della letteratura e della filosofia minacciano le tirannie perché incoraggiano a pensar


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29 ottobre 2017

eventy

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23 agosto 2017

ontox

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4 novembre 2016

essereventualità

  1. essereventualità..
  2. È lì Già in sé crea in sé evento È  da essere già lì in sé crea EveNto-tragico in sé  crea EveNto in sé È RAduRa crea EveNto in sé È RAduRA già lì in sé in sé per essere di sé in sé già già in sé   già evento di sé già  già già crea essersi  crea
  3.  già lì in sé  in sé già in sé già già in sé già evento  giàXX già CreaXX 
  4.  È già lì in sé crea lì vi è  in sé in sé
  5. crea vuoto lì evento 
  6. crea'evento dal nulla in sé spaziotemporalità creareSserE crea dell'essere crea CreA Recreantx È eventità dell'essere.  dell'esserEvento Lì eventUx Vi è già.. È dell'essere spaziotempo creativo crea creativo crea creativa creatorx crea da sé la catastrofe creatività crea creazioneventestatica'intermittenza  per creare crea evento Lì È dell'essere creativo. Già creatorx crea da sé la catastrofe creatività di  creatività. L'eventux metàestatica'intermittenza in sé per creare la fine della filosofia crea creatura in sé È  evento crea È  essere crea
  7. creabisSAle. È crea Da lì eventessere  evento crea catastrofe crea catastrofe spaziotempo in sé dell'essere in sé crea crea creatività  eventin sé essersi crea creato dalla creazione per sé spaziotempo crea  crea creativo dell'essere crea exstatica crea crea È dell'essere disimmunità ontoimmunità
  8.  dell'essere
  9. creabisSAle'essere crea in sé nihilxeventO creabisSAle. È  crea vi è lì evento essereventux crea già crea eventua crea È crea creato fondamenta crea è crea crearE al di là  crea crea catastrofe crea catastrofè nello spaziotempo in sé crea crea crea creatività eventin sé essersi crea
  10. creabisSAle'essere crea in sé nihilx creatività, creativocreabisSAle'essere crea in sé nihilxeventO al di là crea nichil  creaessere crea crea crea crea eventual di là crea C'è crea crea eventua crea al di là crea crea là crea è già essere lì lì Al di là lì Là abissale
  11. al di là crea nichil  creaessere crea crea crea crea eventual di là crea
  12. CREATIVITÀ: KREATIVITÀ: creabisSAcreabisSAle'essere crea in sé nihilx creatività, creativocreabisSAle'essere crea in sé nihilxeventO al di là crea nichil  creaessere crea crea crea crea eventual di là crea C'è crea crea eventua crea al di là crea crea là crea è già essere lì lì Al di là lì Là abissale è già già-là crea al di là la creA crea È crea lì eventessere eventuxcreativo già crea eventua crea
  13. KANT CREATIVITA’ CREATIVITÀ
  14. CREATIVITÀ: KATASTROFE “Creatività” creatività “creatività” creatività - creatività (creazione)al di là  nulladell’“Essere” “creatività” creatività creatività aldilà creatività  creatività del mondo della creatività della creazionedella creatività “creatività” “creatività” “creatività”catastrofe- la catastrofe da pensare! creatività”  creatività è ontologica  ontologico  “creativa” “al di là  al di là’aldilà creatività creativity” creatività  al di là al di là’aldilà al di là Già spaziotempo  CREATIVITÀ: KREATIVITÀ: KANT È già lìgià-in-sé  ove c'è vi è decadenza si krea la salvezza kreationtology pensare-l'essere  pensare-l'esserci ove vi è si crea decadenza lì si crea la salvezza scientontopology metaexstasix  arkitektonikant  demiurgikantevento nihil
  15.  È- al di là abissA crea dèa là essere dentro di sé È pensiero abissale abissabiss'abiss'abisso della libertà là v'è nulla - là lì essere in sé già in sé di sé.
  16.  È creatore paradigma paradigma Là paradossvuota là dà Paradosso paradoss'essere ne dà paradosso paradoss'essere dà a sé paradossale già vuota. È. È mistero dell'essere mistero dell'essere in sé'enigma dell'essere'ontologiae l'ontologia della libertà nella scienza, che è l'erede di questa tradizione metafisica. La scienza non pensa ontologicità ontologica.

  17.  Là ontologia del nulla ontologia del nulla è l'ontologia del nulla ontologia del nulla il nulla è al di là ontologia della libertà dell'essere paradoss'essere la verità dell'essere è da sé verità dell'essere verità dell'essere è da sé dell'essere ontologia della libertà Nulla ontologia del nulla ontologia della libertà Ontologia ontologia del nulla là nulla è'essere l'essere è pensante' antologia del nulla dal nulla dalla nullità dal nulla là'essere nel nulla dal nulla sublimÈ'essere nel nulla dell'essere ontologia del nulla'essere nel nulla ontologia'ontologia del nulla'ontologia'ontologia del nulla crea crea ritraendosi crea sé nihil dal nulla dall'al di là Già dal nulla è Dio non pensa  Èanima mondo catastrofe di per sé catastrofico eventOdella creazione già creatabisso estasi  dell'anima del mondo di sé'anima del mondo è l'anima del mondo essere crea È. È sublime crea exstasix crea Dea creaestaticA vi è creabisSAle  kreata dall'evento mistiche estatiche. Heraclitox vi è epifenoumenessere già vuoto vuoto lì vi è creatività PlutarkXgp-writerx g-writerx        g.p.writer  g.writercreabisSAle. È creatività disfagia ontofagia crea creare crea crea'essere creazionexstatica crea È dell'essere dell'esserEventux. Lì eventUx Vi è Nulla  già È dell'essere spaziotempo crea nulla creacrea EveNto in sé È RAduRA già lì già in sé crea EveNto in sé È RAduRA già lì in sé in sé per essere di sé in sé già già in sé   già evento di sé già  già già crea essersi  crea di sé già lì lì già crea essersi  crea di sé catastrofe


  18. http://gpdimonderose.edublogs.org
  19. ..


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27 settembre 2013

ontosofiax

«Questo grande autore è considerato giustamente il più grande filosofo non solo del IX secolo, ma di tutto il periodo che va da Agostino ad Anselmo d'Aosta... Il Periphyseon è un vero e proprio capolavoro, di valore eccezionale». «Scritto in un latino straordinario da uno dei pochissimi filosofi del Medioevo che conoscessero il greco... È l'opera forse più grande e originale del pensiero medievale prima della Summa di Tommaso d'Aquino... L'opera, ricca di immagini, di echi e riverberi, è in effetti la summa del platonismo medievale e un vero e proprio capolavoro». Abbiamo messo insieme le dichiarazioni parallele di due importanti studiosi: Giovanni Reale, notissimo ai nostri lettori, e Peter Dronke, un illustre maestro di Cambridge, che ha dedicato una vita e un'immensa bibliografia alla letteratura latina medievale. Eppure, siamo certi che non pochi nostri lettori, quando sentiranno il nome del destinatario di tali elogi, si domanderanno alla maniera del don .«Questo grande autore è considerato giustamente il più grande filosofo non solo del IX secolo, ma di tutto il periodo che va da Agostino ad Anselmo d'Aosta... Il Periphyseon è un vero e proprio capolavoro, di valore eccezionale». «Scritto in un latino straordinario da uno dei pochissimi filosofi del Medioevo che conoscessero il greco... È l'opera forse più grande e originale del pensiero medievale prima della Summa di Tommaso d'Aquino... L'opera, ricca di immagini, di echi e riverberi, è in effetti la summa del platonismo medievale e un vero e proprio capolavoro». Abbiamo messo insieme le dichiarazioni parallele di due importanti studiosi: Giovanni Reale, notissimo ai nostri lettori, e Peter Dronke, un illustre maestro di Cambridge, che ha dedicato una vita e un'immensa bibliografia alla letteratura latina medievale. Eppure, siamo certi che non pochi nostri lettori, quando sentiranno il nome del destinatario di tali elogi, si domanderanno alla maniera del don ...

..



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21 aprile 2012

gq

.........................agiscono nello spazio-tempo,
che ha semplicemente la funzione di riferimento
per gli eventi fisici. La gravità è
completamente diversa: non è una forza
applicata su un fondo passivo di spazio e
di tempo, ma costituisce una distorsione
dello spazio-tempo stesso. Un campo
gravitazionale è una «curvatura» dello
spazio-tempo. È questa la concezione della
gravità che Einstein raggiunse in quella
che descrisse come la più pesante fatica
della sua vita.
La distinzione qualitativa tra la gravità
e le altre forze diventa molto più chiara
quando si tenta di formulare una teoria
della gravitazione che concordi con i precetti
della meccanica quantistica. Il mondo
quantistico non è mai in quiete. Per
esempio, nella teoria quantistica dei campi
elettromagnetici, il valore del campo
elettromagnetico fluttua continuamente.
In un universo dominato dalla gravità
quantistica sarebbero soggette a fluttuazioni
la curvatura dello spazio-tempo e
perfino la sua stessa struttura. E probabile
in realtà che la sequenza degli eventi
nel mondo e il significato di passato e di
futuro siano suscettibili di modificazioni.
Qualcuno potrebbe pensare che, se esistessero
fenomeni del genere, sicuramente
dovrebbero già essere stati rilevati. Accade,
invece, che tutti gli effetti di natura
quantomeccanica della gravitazione siano
confinati in una scala straordinariamente
piccola, sulla quale, nel 1899, Max Planck
richiamò per primo l'attenzione. In quel-
LE SCIENZE
di Bryce S. DeWitt
l'anno, Planck introdusse la sua famosa
costante, chiamata quanto d'azione e indicata
con -h. Egli stava cercando di dare
un significato allo spettro della radiazione
di corpo nero, la luce che sfugge da una
piccola apertura praticata in una cavità
molto calda. Come fatto curioso, notò che
la sua costante, combinata con la velocità
della luce e con la costante di gravitazione
di Newton, dà origine a un sistema assoluto
di unità di misura. Tali unità forniscono
la scala della gravità quantistica.
Le unità di Planck sono completamente
estranee alla fisica di ogni giorno.
Per esempio, l'unità di lunghezza è di
1,61 x 10-33 centimetri, ovvero inferiore
di 21 ordini di grandezza al diametro di un
nucleo atomico. Essa sta alle dimensioni
nucleari grosso modo nello stesso rapporto
in cui stanno le dimensioni dell'uomo a
quelle della nostra galassia. Ancora più
curiosa è l'unità di tempo di Planck: 5,36
x 10-44 secondi. Per verificare sperimentalmente
queste scale di distanza e di
tempo impiegando strumenti costruiti
con l'attuale tecnologia sarebbe necessario
un acceleratore di particelle delle
dimensioni della Galassia!
Dal momento che la via sperimentale
non ci può aiutare, la gravità quantistica è
insolitamente speculativa. Ciononostante,
essa è di spirito fondamentalmente
conservatore: prende la teoria attualmente
consolidata e si limita a spingerla fino
alle sue estreme conseguenze logiche. Nei
suoi aspetti essenziali ha per obiettivo
quello di fondere tre teorie: la relatività
ristretta, la teoria einsteiniana della gravitazione
e la meccanica quantistica, e nient'altro.
Una tale sintesi non è stata ancora
completamente realizzata, ma nel
tentativo di raggiungerla si è già potuto
apprendere molto.
Lo sviluppo di una valida teoria della
gravità quantistica offre, inoltre, la sola
strada che si conosca verso la conoscenza
dell'origine del big bang e del destino
finale dei buchi neri, eventi che si possono
considerare caratteristici dell'inizio
e della fine dell'universo.
D
elle tre teorie che convergono nella
gravità quantistica, la relatività ristretta
è venuta storicamente per prima. È
la teoria che unisce spazio e tempo attraverso
il postulato (poi confermato sperimentalmente)
che la velocità della luce è la
stessa per tutti gli osservatori che si muovono
nel vuoto, sottratti a forze esterne. Le
conseguenze di questo postulato, introdotto
nel 1905 da Einstein, si possono descrivere
con l'aiuto di un diagramma spaziotempo,
un grafico che riporta curve che
rappresentano le posizioni di oggetti nello
spazio in funzione del tempo. Le curve
sono chiamate «linee universali».
Per amore di semplicità ignorerò due
delle dimensioni spaziali. Si può allora
tracciare una linea universale su un grafico
bidimensionale nel quale si misurano
orizzontalmente le distanze spaziali e verticalmente
gli intervalli di tempo. Una
retta verticale è la linea universale di un
oggetto in quiete nel sistema di riferimento
scelto per la misurazione. Una retta
inclinata è la linea universale di un oggetto
in moto a velocità costante nel sistema
di riferimento scelto. Una linea universale
curva rappresenta, infine, un oggetto
sottoposto ad accelerazione.
Un punto del diagramma spazio-tempo
definisce sia una posizione dello spazio sia
un istante di tempo ed è chiamato evento.
La distanza spaziale tra due eventi dipende
dal sistema di riferimento prescelto e
lo stesso vale per l'intervallo di tempo. Il
concetto di simultaneità dipende dal sistema
di riferimento: due eventi collegati
da una linea orizzontale in un dato sistema
di riferimento sono simultanei in tale
sistema, ma non in altri.
Per stabilire una relazione tra sistemi di
riferimento in moto relativo, si deve introdurre
un'unità comune per la misura dello
spazio e del tempo. La velocità della luce
giunge da fattore di conversione, collegando
una data distanza al tempo necessario
perché la luce la percorra. Adotterò il metro
come unità sia dello spazio sia del tempo.
Un metro di tempo è pari a circa 3,33
nanosecondi (miliardesimi di secondo).
Misurando lo spazio e il tempo nelle
stesse unità, la linea universale di un fotone
(un quanto di luce) è inclinata a 45
gradi. La linea universale di qualsiasi oggetto
materiale ha, invece, un'inclinazione
rispetto alla verticale sempre minore di 45
gradi, il che è un altro modo di dire che la
sua velocità è sempre inferiore a quella
della luce. Se la linea universale di un oggetto
o di un segnale qualsiasi fosse inclinata
a più di 45 gradi dalla verticale, a certi
osservatori l'oggetto o il segnale apparirebbe
muoversi a ritroso nel tempo. Mettendo
a punto un relè per segnali più veloci
della luce, un uomo potrebbe trasmettere
informazioni nel suo passato, violando in
tal modo il principio di causalità. Tali segnali
sono però vietati dalle caratteristiche
della relatività ristretta.
Si considerino due eventi sulla linea universale
di un osservatore non sottoposto
ad accelerazione. Si supponga che gli eventi,
in un particolare sistema di riferimento,
siano distanti quattro metri nello spazio e
cinque metri nel tempo. In tale sistema
l'osservatore si sta quindi muovendo ai
quattro quinti della velocità della luce. In
un altro sistema la sua velocità sarebbe
differente e la stessa cosa accadrebbe per
gli intervalli di spazio e di tempo associati.
C'è però una grandezza che si manterrebbe
inalterata in tutti i sistemi di riferimento.
Questa grandezza invariante è detta
«tempo proprio» tra i due eventi ed è
11 cono di luce, che definisce le regioni dell'universo
accessibili da un dato punto dello spazio e
da un dato istante di tempo, diventerebbe un
concetto male espresso in una teoria della gravità
quantistica. Il cono (a) è una superficie nello
spazio-tempo tetradimensionale, ma viene qui
rappresentato eliminando una dimensione spaziale.
Se la gravitazione è quantizzata. la forma
del cono può fluttuare fortemente su brevi distanze
(b). In realtà le fluttuazioni non si possono
percepire direttamente; il cono di luce si
comporta come se fosse vago. Alla domanda se
due punti dello spazio-tempo possano comunicare
l'uno con l'altro (mediante segnali in moto
a velocità inferiore a quella delle luce) si può
quindi dare solo una risposta probabilistica (c).
edizione italiana di SC I ENTIFIC
AMERICAN
La gravità quantistica
In una teoria quantomeccanica della gravitazione la stessa 

geometria
dello spazio e del tempo sarebbe soggetta a continue 

fluttuazioni e
perfino la distinzione tra passato e futuro potrebbe divenire 

incerta
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—TEMPO PROPRIO
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MESSAGGI
LINEA UNIVERSALE
ACCELERATA
/
LINEA UNIVERSALE
NON ACCELERATA
1 2 3 4
5
o 0,5 1 1,5 2
TEMPO (SECONDI)
La curvatura dello spazio-tempo in presenza di una massa 

costituisce
un campo gravitazionale. Una palla, lanciata in aria a 

un'altezza di
cinque metri, resta sollevata per due secondi. Il suo moto di 

salita e di
discesa rivela la curvatura dello spazio-tempo nei pressi della 

superficie
terrestre. La curvatura della traiettoria è immediatamente 

visibile,
ma è in realtà piccolissima quando si misurano lo spazio e il 

tempo
nelle stesse unità. Per esempio, i secondi si possono 

trasformare in
metri moltiplicandoli per la velocità della luce, pari a 300 

milioni di
metri al secondo. In tal caso, la traiettoria diventa un arco 

estremamente
piatto lungo 600 milioni di metri e alto cinque metri (a destra).
1 O 100 MILIONI 200 MILIONI 300 MILIONI
TEMPO (METRI)
400 MILIONI 500 MILIONI 600 MILIONI
5
o
o
l'intervallo di tempo misurato da un orologio
che l'osservatore porta con sé.
Nel sistema di riferimento prescelto la
linea universale tra i due eventi è l'ipotenusa
di un triangolo rettangolo avente
una base di quattro metri e un'altezza di
cinque. Il tempo proprio corrisponde alla
«lunghezza» di quest'ipotenusa, ma viene
calcolato in modo insolito: mediante un
«teorema pseudopitagorico». Come nel
caso del normale teorema di Pitagora, si
cominciano a calcolare i quadrati dei lati
del triangolo. Nella relatività ristretta,
però, il quadrato dell'ipotenusa è uguale
alla differenza tra i quadrati dei cateti
anziché alla loro somma.
Nel presente esempio il tempo proprio
è di tre metri e resta di tre metri nel sistema
di riferimento di qualsiasi osservatore
non sottoposto ad accelerazione. Questa
invarianza del tempo proprio è ciò che
unisce spazio e tempo in un'unica entità.
La geometria dello spazio-tempo, essendo
basata su un teorema pseudopitagori-
DISTANZA (ANNI LUCE)
La linea universale definisce una traiettoria
attraverso lo spazio e il tempo. Qui sono indicate
due linee universali in una versione del
paradosso dei gemelli di Einstein. La linea universale
«curva» del gemello che subisce accelerazione
nel punto di inversione del suo viaggio
appare la più lunga, ma tale gemello registra il
«tempo proprio» più breve. In effetti, in un
diagramma spazio-tempo una linea retta rappresenta
l'intervallo più lungo tra due punti.
co, non è quella euclidea, ma per molti
aspetti è analoga a essa. Nella geometria
euclidea, tra tutte le linee che collegano
due punti una retta si può definire come
linea di lunghezza estrema. Lo stesso vale
per la geometria dello spazio-tempo. Nella
geometria euclidea, però, l'estremo è
sempre un minimo, mentre nello spazio-
-tempo è un massimo quando i due punti
si possono collegare mediante una linea
universale che richiede un viaggio a velocità
non superiore a quella della luce.
N
el 1854 il matematico tedesco G. F.
B. Riemann trovò una generalizzazione
della geometria euclidea per gli
spazi curvi. Due spazi curvi bidimensionali
sono stati studiati fin dall'antichità: essi
sono chiamati superfici curve e sono solitamente
visti nella prospettiva dello spazio
euclideo tridimensionale ordinario.
Riemann dimostrò che uno spazio curvo
può avere un numero di dimensioni qualsiasi
e che può essere studiato intrinsecamente.
Non è necessario che lo si immagini
immerso in uno spazio euclideo con
un maggior numero di dimensioni.
Riemann sottolineò, inoltre, che lo
spazio fisico in cui viviamo può essere
curvo. Secondo Riemann, la questione si
potrebbe decidere soltanto con un esperimento.
Come si potrebbe eseguire un
siffatto esperimento, almeno in linea di
principio? Si dice che lo spazio euclideo è
piatto. Uno spazio piatto ha la proprietà
che si possono tracciare rette parallele in
modo da creare una griglia rettangolare
uniforme. Che cosa accadrebbe se si tentasse
di disegnare una griglia come questa
sulla superficie della Terra, supponendo
che la Terra sia piatta?
Si può osservare il risultato da un aereo
in un giorno limpido, al di sopra delle
regioni coltivate delle Great Plains americane.
Il territorio viene suddiviso da
strade che corrono da est a ovest e da nord
a sud in sezioni di un miglio quadrato. Le
strade che corrono da est a ovest si estendono
spesso ininterrottamente per molte
miglia, ma non quelle che corrono da
nord a sud. Percorrendo una strada verso
il nord vi sono ogni poche miglia brusche
svolte verso est o verso ovest che sono
dovute alla curvatura della Terra. Se si
eliminassero, le strade confluirebbero
fino a creare sezioni di meno di un miglio
quadrato.
Nel caso di uno spazio tridimensionale,
si può pensare di costruire in esso un'impalcatura
gigante fatta di tubolari rettilinei
di uguale lunghezza congiunti in modo
da formare angoli esattamente di 90 e di
180 gradi. Se lo spazio è piatto, la costruzione
dell'impalcatura procederebbe senza
difficoltà; se è curvo, prima o poi sarà
inevitabile dover accorciare o tirare i tubolari
per farli combaciare.
La stessa generalizzazione introdotta
da Riemann nella geometria euclidea si
può applicare alla geometria della relatività
ristretta. La generalizzazione fu operata
da Einstein tra il 1912 e il 1915 con
l'aiuto del matematico Marcel H. Grossmann.
Il risultato è una teoria dello spazio-
tempo curvo. In mano a Einstein si
trasformò in una teoria della gravitazione.
Nella relatività ristretta i campi gravitazionali
si considerano assenti e lo spazio-
tempo si assume piatto. In uno spazio-
tempo curvo è presente un campo
gravitazionale: in realtà, «curvatura» e
«campo gravitazionale» sono sinonimi.
Dal momento che la teoria del campo
gravitazionale di Einstein è una generalizzazione
della relatività ristretta, egli la
chiamò relatività generale. Il nome è improprio.
La relatività generale è in realtà
meno relativistica della relatività ristretta.
La completa mancanza di peculiarità
dello spazio-tempo piatto, la sua omogeneità
e isotropia sono ciò che garantisce
che le posizioni e le velocità siano strettamente
correlate. Non appena lo spazio-
-tempo si arricchisce di «protuberanze»,
cioè regioni locali di curvatura, diventa
assoluto perché si possono precisare posizione
e velocità rispetto alle protuberanze.
Lo spazio-tempo, invece di essere
semplicemente un'arena priva di caratteristiche
peculiari per la fisica, è a sua volta
dotato di proprietà fisiche.
N
ella teoria di Einstein la curvatura è
prodotta dalla materia. La relazione
tra la quantità di materia e il grado di
curvatura è semplice in linea di principio,
ma complicata da calcolarsi. Sono necessarie
venti funzioni delle coordinate di un
punto dello spazio-tempo per descrivere
la curvatura in quel punto. Dieci di tali
funzioni corrispondono a una parte della
curvatura che si propaga liberamente sotto
forma di onde gravitazionali, o «oscillazioni
di curvatura». Le altre 10 funzioni
sono determinate dalla distribuzione della
massa, della quantità di moto, del
momento angolare e dalle tensioni interne
della materia, nonché dalla costante di
gravitazione di Newton, G.
Con riferimento alle densità di massa
incontrate sulla Terra, G è una costante
piccolissima. È necessaria una massa
enorme per curvare apprezzabilmente lo
spazio-tempo. La grandezza inversa 11G
si può considerare come una misura della
«rigidità» dello spazio-tempo. In base all'esperienza
quotidiana, lo spazio-tempo
è molto rigido. L'intera massa della Terra
induce una curvatura dello spazio-tempo
che è pari a solo un miliardesimo circa
della curvatura della superficie terrestre.
Nella teoria di Einstein un corpo in
caduta libera o un corpo liberamente orbitante
seguono una linea universale geodetica.
Una geodetica che collega due
punti dello spazio-tempo è una linea universale
di lunghezza estrema tra essi: è
una generalizzazione del concetto di linea
retta. Se si immagina uno spazio-tempo
curvo immerso in uno spazio piatto di
maggior numero di dimensioni, una geodetica
appare come una linea curva.
L'effetto della curvatura su un corpo in
movimento è stato spesso illustrato da un
modello nel quale una sfera rotola su un
foglio di gomma deformato. Il modello
non è esatto in quanto può rappresentare
soltanto la curvatura spaziale. Nella vita
reale siamo costretti a restare nell'universo
a quattro dimensioni dello spazio e del
TRAIETTORIA
SPAZIALE
tempo. Inoltre, non possiamo evitare di
muoverci in tale universo, perché siamo
proiettati in avanti nel tempo. Il tempo è
l'elemento chiave. Risulta che, benché in
un campo gravitazionale lo spazio sia curvo,
è molto più importante la curvatura
del tempo. Ciò è dovuto all'elevato valore
della velocità della luce, che collega la
scala dello spazio a quella del tempo.
Vicino alla Terra la curvatura dello
spazio è talmente lieve da non potersi
rilevare con misurazioni statiche. Tuttavia
la nostra precipitosa corsa nel tempo è
così veloce che nelle situazioni dinamiche
la curvatura diventa notevole, allo stesso
modo in cui una lieve gobba in un'autostrada,
pur passando inosservata a un
pedone, può diventare pericolosa per
un'automobile veloce. Lo spazio attorno
alla Terra appare piatto, con un alto grado
di precisione, ma possiamo vedere la
curvatura dello spazio-tempo semplicemente
lanciando in aria una palla. Se la
palla rimane in aria per due secondi, descrive
un arco con un'altezza di cinque
metri. La luce percorre 600 000 chilometri
in due secondi. Se immaginiamo l'arco
alto cinque metri stirato orizzontalmente
fino a una lunghezza di 600 000 chilometri,
la curvatura dell'arco è la curvatura
dello spazio-tempo.
l'introduzione da parte di Riemann del
concetto di spazi curvi diede l'avvio a
un'altra fruttuosa branca della matematica:
lo topologia. Si sapeva che esistono
superfici bidimensionali prive di contorni
in una varietà infinita di tipi che non possono
essere deformati l'uno nell'altro con
continuità; ne sono due semplici esempi
una sfera e un toro. Riemann fece notare
che la stessa cosa vale per spazi curvi con
un maggior numero di dimensioni e fece i
primi passi per una loro classificazione.
Esiste un numero infinito di tipi topologici
anche dello spazio-tempo curvo (o,
più esattamente, dei modelli di spazio-
-tempo curvo). Alcuni modelli si possono
rifiutare come candidati per una descri-
TRAIETTORIA NELLO
SPAZIO-TEMPO
zione dell'universo reale perché portano
a paradossi di causalità o perché in essi
non possono essere rispettate le leggi fisiche
note. Tuttavia resta ancora un numero
di possibilità enorme.
Un modello dell'universo degno di
nota venne proposto dal matematico russo
Alexander A. Friedmann nel 1922.
Nella relatività ristretta lo spazio-tempo
viene visto non solo come piatto, ma anche
di estensione infinita sia nello spazio
sia nel tempo. Nel modello di Friedmann
qualsiasi sezione trasversale spaziale a tre
dimensioni dello spazio-tempo ha un volume
finito e ha la topologia di una trisfera,
uno spazio che può essere immerso in
uno spazio euclideo quadridimensionale
in modo tale che tutti i suoi punti siano
equidistanti da un punto dato. Il modello
è stato il preferito dai cosmologi dal
momento in cui Edwin P. Hubble, negli
anni venti, scoprì l'espansione dell'universo.
Se si combina il modello di Friedmann
con la teoria della gravitazione di
Einstein, esso prevede un big bang in un
istante iniziale di compressione infinita,
seguito da un'espansione che dura miliardi
di anni per mutua attrazione gravitazionale
di tutta la materia dell'universo.
Uno spazio-tempo di Friedmann ha la
proprietà che qualsiasi curva chiusa disegnata
in esso può essere ridotta in modo
continuo a un punto. Uno spazio-tempo
siffatto è detto «semplicemente connesso
». L'universo reale non può avere una
tale proprietà. Pare che il modello di
Friedmann descriva molto bene la regione
di spazio entro alcuni miliardi di anni
luce nella nostra galassia, ma non possiamo
vedere l'intero universo.
Un semplice esempio di universo molteplicemente
connesso è quello di una
struttura ripetuta all'infinito, come il motivo
di una carta da parati, in una data
direzione spaziale. Ogni galassia di un siffatto
universo è un membro di una serie
infinita di galassie identiche poste a una
distanza fissa (e necessariamente enorme)
l'una dall'altra. Se i membri di una
serie sono veramente identici, è discutibile
se si debbano considerare distinti. È più
conveniente considerare ogni serie come
rappresentante una sola galassia. Un
viaggio da un membro della serie a quello
successivo riporta, quindi, un viaggiatore
al punto di partenza e una linea che descrive
tale viaggio è una curva chiusa che
non può essere ridotta a un punto. Essa
assomiglia a una curva chiusa sulla superficie
di un cilindro che gira attorno al cilindro
una sola volta. L'universo che si
ripete è detto universo cilindrico.
Un altro esempio di una struttura molteplicemente
connessa, su una scala molto
più piccola, è il wormhole (alla lettera
cunicolo o galleria di tarlo), introdotto nel
1957 da John Archibald Wheeler, ora all'Università
del Texas ad Austin. Si può
costruire un «cunicolo» bidimensionale
praticando due aperture circolari in una
superficie bidimensionale e congiungendone
accuratamente i bordi (si veda l'illustrazione
a pagina 13). Il procedimento
nelle tre dimensioni è lo stesso, ma è più
difficile visualizzarlo.
Dal momento che le due aperture possono
trovarsi a una grande distanza nello
spazio originario, anche se avvicinate dal
passaggio che le collega, il cunicolo è diventato
un dispositivo comune nella fantascienza
per spostarsi da un punto a un
altro molto più velocemente di quanto
possa fare la luce: basta praticare due
aperture nello spazio, collegarle e strisciare
lungo il passaggio. Sfortunatamente,
anche se si potesse costruire un perforatore
(il che è molto dubbio), lo schema
non funzionerebbe. Se la geometria dello
spazio-tempo è regolata dalle equazioni
di Einstein, il cunicolo è un oggetto dinamico.
Ne consegue che le due aperture
che esso collega sono necessariamente
buchi neri e qualsiasi cosa entri in esse
non ne può più uscire. Ciò che avviene è
che il passaggio «si restringe» e che ogni
cosa al suo interno viene compressa a una
densità infinita prima di poter raggiungere
l'altro capo.FOTONI
REFRIGERATORE
1 RIVELATORI
I DI PARTICELLE
VUOTO ESTERNO
(ENERGIA NULLA)
VELOCITÀ
MONTACARICHI
Un montacarichi è l'apparecchiatura adatta per un esperimento 

ideale
che si basa sulla natura del vuoto nella meccanica quantistica e 

sull'effetto
che l'accelerazione o la gravitazione hanno sul vuoto. Si 

suppone
che il montacarichi sia vuoto e sigillato, in modo che 

inizialmente esiste
un vuoto perfetto sia all'interno sia all'esterno del 

montacarichi. Appena
inizia l'accelerazione, però, viene emessa un'onda 

elettromagnetica
dal pavimento e il montacarichi si riempie di un tenue gas di 

fotoni, o
quanti di radiazione elettromagnetica (a sinistra). Un 

refrigeratore
alimentato da una fonte di energia esterna estrae fotoni (al 

centro).
Una volta eliminati tutti i fotoni, i rivelatori di fotoni misurano 

l'energia
del vuoto sia all'interno sia all'esterno (a destra). Poiché lo 

strumento
all'esterno sta accelerando nel vuoto, esso è sensibile alle 

fluttuazioni
quantomeccaniche dei campi che permeano lo spazio anche in 

assenza
di particelle. Il rivelatore all'interno è in quiete rispetto al 

montacarichi
e non sente le fluttuazioni. Ne consegue che i vuoti all'interno e 

all'esterno
del montacarichi non sono equivalenti. Se si attribuisce energia
nulla al vuoto «standard» all'esterno del montacarichi, il vuoto 

all'interno
deve avere energia negativa. Per poter riportare l'energia a
zero, si dovrebbero ripristinare i fotoni rimossi dal 

refrigeratore. Anche
un campo gravitazionale può creare un vuoto con energia 

negativa.
Un «cunicolo» (wormhole) nello spazio-tempo è una struttura 

ipotetica che potrebbe alterare la
topologia dell'universo. In uno spazio piatto un cunicolo si 

forma praticando due aperture e stirandone
i bordi in tubi che vengono poi congiunti. Nel piano originario 

qualsiasi curva chiusa
può essere ridotta a un punto (in colore), ma non è possibile 

per una curva che attraversi il cunicolo.
Un cunicolo nello spazio a tre o a quattro dimensioni non è 

concettualmente differente.
T a meccanica quantistica, la terza componente
della gravità quantistica, è
stata ideata nel 1925 da Werner Heisenberg
e da Erwin Schródinger, ma la loro
formulazione iniziale non teneva conto
della teoria della relatività. Il suo successo
fu cionondimeno immediato e brillante,
perché attendevano di essere spiegate
moltissime osservazioni sperimentali nelle
quali dominano gli effetti quantistici,
mentre la relatività ha un ruolo di minore
importanza o trascurabile. Si sapeva però
che in alcuni atomi gli elettroni raggiungono
velocità pari a una notevole frazione
della velocità della luce e, quindi, la ricerca
di una teoria quanto-relativistica non
venne rinviata a lungo.
Alla metà degli anni trenta era già
chiaro che, quando si combina la teoria
quantistica con la relatività, si possono
dedurre numerosi fatti del tutto nuovi,
fra i quali due di fondamentale importanza.
In primo luogo, ogni particella è
associata a un tipo di campo e ogni
campo è associato a una classe di particelle
indistinguibili. Non fu più possibile
considerare il campo elettromagnetico e
quello gravitazionale come i soli campi
fondamentali della natura. In secondo
luogo, esistono due tipi di particelle
classificate secondo il loro momento
angolare di spin (quantizzato). Quelle
con spin 1/2 Il , 3/21 e così via seguono il
principio di esclusione (non possono
coesistere due particelle nello stesso stato
quantico); quelle con spin O, h, 211 e
così via sono gregarie.
Queste sorprendenti conseguenze derivanti
dall'unione della relatività ristretta
alla meccanica quantistica sono state
ripetutamente confermate nell'ultimo
mezzo secolo. La relatività e la teoria dei
quanti insieme conducono a una teoria
superiore alla somma delle due parti.
L'effetto sinergico è ancora più pronunciato
allorché si inserisce la gravità.
Nella fisica classica uno spazio-tempo
piatto e vuoto («il vuoto» per eccellenza)
è privo di strutture, mentre nella fisica
quantistica il nome di «vuoto» è dato a
un'entità più complessa dotata di una ricca
struttura. La sua struttura deriva dall'esistenza
nel vuoto di campi liberi che
non si annullano mai, campi, cioè, lontani
dalle loro sorgenti.
Un campo elettromagnetico libero è
matematicamente equivalente a un insieme
infinito di oscillatori armonici, che
si possono rappresentare come molle alle
quali sono fissate delle masse. Nel vuoto
ciascun oscillatore si trova nel suo stato
fondamentale, o stato di minima energia.
Quando un oscillatore classico (non
quantomeccanico) si trova nel suo stato
fondamentale, è immobile in un punto
ben definito. Ciò non è vero per un oscillatore
quantistico. Se un oscillatore quantistico
fosse in un punto ben definito, la
sua posizione sarebbe nota con precisione
infinita; per il principio di indeterminazione
allora dovrebbe avere quantità di
moto ed energia infinite, il che è impossibile.
Nello stato fondamentale di un oscillatore
quantistico non sono esattamente
definite né la posizione né la quantità di
moto. Entrambe sono soggette a fluttuazioni
casuali. Nel vuoto quantistico è il
campo elettromagnetico (e qualsiasi altro
campo) a fluttuare.
Benché casuali, le fluttuazioni del campo
nel vuoto quantistico sono di una specie
particolare. Soddisfano il principio di
relatività nel senso che «paiono» le stesse
a tutti gli osservatori non accelerati, qualunque
sia la loro velocità. Si può dimostrare
che questa proprietà implica che il
campo sia nullo in media e che le fluttuazioni
aumentino di ampiezza alle lunghezze
d'onda minori. Il risultato complessivo
è che un osservatore non può
sfruttare le fluttuazioni per determinare
la propria velocità.
Le fluttuazioni possono però servire
per determinare l'accelerazione. Nel
1976 William G. Unruh dell'Università
della British Columbia dimostrò che un
ipotetico rivelatore di particelle sottoposto
a un'accelerazione costante reagirebbe
alle fluttuazioni del vuoto come se fossé
in quiete in un gas di particelle (e quindi
non nel vuoto) con una temperatura
proporzionale all'accelerazione. Un rivelatore
non accelerato non reagirebbe affatto
alle fluttuazioni.
L'idea che la temperatura e l'accelerazione
possano essere correlate in questo
modo ha condotto a una revisione del
concetto di «vuoto» e al riconoscimento
dell'esistenza di diversi tipi di vuoto. Uno
dei più semplici vuoti non tradizionali si
può creare ripetendo, in un contesto
quantomeccanico, un esperimento ideale
proposto per la prima volta da Einstein. Si
immagini un montacarichi chiuso che si
sta muovendo liberamente nel vuoto.
Uno «spirito scherzoso» si aggrappa a
esso, portandolo in uno stato di accelerazione
costante con l'estremità superiore
in avanti. Si suppone che le pareti del
montacarichi siano perfettamente conduttrici,
impermeabili alla radiazione
elettromagnetica, e che il montacarichi
stesso sia completamente vuoto, in modo
da non contenere alcuna particella. Einstein
introdusse questa descrizione immaginaria
per illustrare l'equivalenza tra
gravitazione e accelerazione, ma un riesame
mostra anche che ci si possono
aspettare numerosi effetti strettamente
quantomeccanici.
Tanto per cominciare, nell'istante in cui
inizia l'accelerazione il pavimento del
montacarichi emette un'onda elettromagnetica
che si propaga verso il soffitto e
rimbalza su e giù. (Il dimostrare perché
venga emessa l'onda richiederebbe una
dettagliata analisi matematica di un conduttore
elettrico accelerato, ma l'effetto è
analogo alla creazione dell'onda acustica
di compressione che apparirebbe se il
montacarichi fosse pieno d'aria.) Se le
pareti del montacarichi consentono temporaneamente
una certa dissipazione,
l'onda elettromagnetica viene trasformata
in fotoni con uno spettro energetico
termico, o in altre parole in una radiazione
di corpo nero caratteristica di una certa
temperatura.
Il montacarichi contiene ora un tenue
gas di fotoni. Per liberarci dai fotoni possiamo
installare un refrigeratore con un
radiatore all'esterno, con una certa spesa
di energia di fonte esterna. Il risultato
finale, quando tutti i fotoni sono stati
estratti, è un nuovo vuoto all'interno del
montacarichi, un vuoto lievemente diverso
dal vuoto standard all'esterno. In primo
luogo, infatti, un rivelatore di Unruh
che condivide l'accelerazione del montacarichi,
e che reagirebbe termicamente
alle fluttuazioni del campo se venisse posto
nel vuoto standard all'esterno, all'interno
non mostra alcuna reazione; in secondo
luogo, i due vuoti differiscono per
il contenuto di energia.
Per precisare l'energia di un vuoto, è
necessario risolvere alcuni problemi delicati
della teoria quantistica dei campi. Ho
sottolineato prima come un campo libero
equivalga a un insieme di oscillatori armonici.
Le fluttuazioni dello stato fondamentale
degli oscillatori danno al campo
nel vuoto un'energia residua, chiamata
energia di punto zero. Essendo infinito il
numero di oscillatori del campo, sembrerebbe
che debba essere infinita anche la
densità di energia del vuoto.
Una densità di energia infinita è imbarazzante
e i teorici hanno introdotto
numerosi dispositivi tecnici per esorcizzarla.
Tali dispositivi fanno parte di un
programma generale, chiamato teoria
della rinormalizzazione, per la trattazione
dei vari infiniti che compaiono nella teoria
quantistica del campi. Qualsiasi dispositivo
adottato deve essere universale,
cioè non costruito «su misura» per un
particolare problema fisico, ma tale da
adattarsi uniformemente a tutti i problemi.
Esso deve anche dar luogo a una densità
di energia che scompare nel vuoto
standard. Quest'ultimo requisito è fondamentale
per la coerenza con la teoria di
Einstein. perché il vuoto standard è l'equivalente
quantistico dello spazio-tempo
piatto e vuoto. Se in esso vi fosse energia,
esso non sarebbe piatto.
Di regola le varie impostazioni della
teoria della rinormalizzazione danno risultati
identici quando vengono applicate
allo stesso problema, il che dà garanzie
sulla loro validità. Quando vengono applicate
ai vuoti all'interno e all'esterno del
montacarichi, danno una densità di energia
nulla all'esterno e una densità di energia
negativa all'interno. Un'energia del
vuoto negativa costituisce una sorpresa.
Che cosa può voler dire meno di niente?
Un attimo di riflessione spiega però la
ragionevolezza dell'apparente valore
negativo. All'interno del montacarichi
devono essere aggiunti fotoni termici,
perché un rivelatore di Unruh all'interno
si comporti come nel vuoto standard all'esterno.
Quando si aggiungono i fotoni, la
loro energia riporta a zero l'energia totale
interna, uguale a quella del vuoto esterno.
Dobbiamo sottolineare che tali strani
effetti sarebbero difficili da osservare in
pratica. Per le accelerazioni ricorrenti nella
vita quotidiana, perfino nelle macchine
ad alta velocità, l'energia negativa è di
gran lunga troppo piccola per essere rilevata.
Esiste però un caso nel quale è stata
osservata un'energia negativa del vuoto,
almeno indirettamente: in un effetto previsto
nel 1948 da H. B. G. Casimir dei
Laboratori di ricerca Philips in Olanda.
Nell'effetto Casimir vengono affacciate
12 13La topologia fluttuante, che è un aspetto dello 

spazio-tempo in alcuni tentativi diretti a formulare
una teoria della gravità quantistica, solleva serie difficoltà 

concettuali. Qui sono mostrate due rappresentazioni
di un cunicolo che è appena stato strizzato, lasciando due 

«increspature». Se un tale
evento può aver luogo, dovrebbe essere possibile anche il 

processo inverso; in altri termini, le increspature
dovrebbero essere in grado di fondersi per formare un nuovo 

cunicolo. Il processo inverso
sembra possibile quando le increspature appaiono abbastanza 

vicine, ma non quando sono molto
lontane. I concetti di «vicino» e «lontano» però dipendono dal 

vedere la superficie immersa in uno
spazio con un maggior numero di dimensioni. Per un 

osservatore che si trovi nello spazio bidimensionale
della superficie, gli oggetti rappresentati dai due disegni 

apparirebbero indistinguibili.
In linea di principio regioni lontane dell'universo potrebbero 

essere
connesse da un cunicolo, facendo pensare alla possibilità di 

stabilire
tra esse comunicazioni più veloci della luce; in realtà tale 

schema non
può essere valido. Nel cunicolo in alto a sinistra la distanza tra 

le
aperture nel «mondo esterno» è paragonabile alla distanza 

lungo il
«passaggio». Nel cunicolo in basso a sinistra la distanza 

esterna è
molto maggiore. Nei disegni in basso lo spazio rappresentato 

dal piano
appare curvo, ma ciò è solo dovuto al fatto che viene visto dalla
prospettiva di uno spazio con un maggior numero di 

dimensioni; per
un osservatore che vive nel piano esso apparirebbe quasi 

piatto. Che
il passaggio sia o no una scorciatoia, è impossibile 

attraversarlo, dato
che un cunicolo collega immancabilmente due buchi neri. Il 

passaggio
«si strozza», come si vede a destra, e qualunque cosa entri 

viene
schiacciata a una densità infinita prima di raggiungere il lato 

opposto.
vicinissime nel vuoto due lastre metalliche
microscopicamente piane, pulite,
parallele e scariche e si vede che si attirano
debolmente a vicenda con una forza
che si può attribuire a una densità di energia
negativa nel vuoto che sta tra di esse.
I I vuoto diventa ancor più complesso
1- quando lo spazio-tempo è curvo. La
curvatura influenza la distribuzione spaziale
delle fluttuazioni del campo quantistico
e, come l'accelerazione, può indurre
un'energia del vuoto non nulla. Dal
momento che la curvatura può variare da
luogo a luogo, può variare anche l'energia
del vuoto, mantenendosi positiva in alcuni
luoghi e negativa in altri.
In qualsiasi teoria coerente, l'energia si
deve conservare. Supponiamo per il
momento che un aumento di curvatura
provochi un aumento dell'energia del
vuoto quantistico. Tale aumento deve
venire da qualche parte e, quindi, la stessa
esistenza delle fluttuazioni del campo
quantistico implica che sia necessaria
energia per curvare lo spazio-tempo. Ne
consegue che lo spazio-tempo si oppone
alla curvatura. È proprio come nella teoria
di Einstein.
Nel 1967 il fisico Andrei Sakharov ipotizzò
che la gravitazione potesse essere un
fenomeno puramente quantistico derivante
dall'energia del vuoto e che la costante
di Newton G o, in modo equivalente,
la rigidità dello spazio-tempo, fosse
calcolabile dai principi fondamentali.
Quest'idea incontra molte difficoltà. In
primo luogo, richiede che la gravità venga
sostituita, come campo fondamentale, da
qualche «campo di gauge di grande unificazione
» suggerito dalle particelle elementari
note. Si deve introdurre a questo
punto una massa fondamentale per poter
....................


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5 aprile 2012

gp

  GPDIMONDEROSE GIACINTHOM
 
 
 
   
 

  1.     

g.p. di monderose

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SITO Artchive: Giacinto Plescia
2009/11/18
Giacinto Plescia Vi trovate in una selezione di 44 opere di Giacinto Plescia. Per ulteriori informazioni su questa persona, visitare SITOme dell'artista.
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SITO Profilo - Giacinto Plescia
2009/11/16
Questa è la pagina Plescia Giacinto casa su SITO.org. Esso contiene informazioni su questo artista, comprese le opere svolto su SITO, indirizzo e-mail, bio, ecc
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www.lulu.com
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SITO Artchive: Giacinto Plescia (abstract)
2009/10/20
Giacinto Plescia (abstract) Vi trovate in una selezione di 5 opere d'arte con il tag astratta Plescia Giacinto. Visualizzare un elenco completo di opere di Giacinto Plescia.
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Ontologia della physis Plescia Giacinto da in Filosofia
2009/10/06
della physis Ontologia di Giacinto Plescia: Ontologia della physis: ermeneutika, epistemica della ontologya poetante della Fisica, della Matesis, della poiesis Quale si eventui...
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books.google.it
home - 2collab
2009/11/19
Giacinto Plescia... Journal of Mathematical Analysis and Applications In Press, Accepted Manuscript...
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Scuola Internazionale di Torino, Turino
2009/10/23
Giacinto Plescia
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gpdimonderose sublime dell'ontologia »Giacinto p.
2009/11/22
Livello bibliografico: Monografia: Tipo di documento: Testo a stampa: Autore: Plescia Giacinto: Titolo: Ontologia della physis / Giacinto Plescia: Pubblicazione
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Giacinto Plescia - aNobii
2009/11/19
Giacinto Plescia recensioni da parte dei lettori. Comprende anche i prezzi dei libri, voti libro, libro discussioni, forum libro, copertina del libro, i dettagli della pubblicazione del libro. Conosciuto anche come Giacinto Plescia.
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Imp Plescia
2009/11/12
IMP Plescia 9-02-2007 14: 18 Pagina 1... IMP Plescia 9-02-2007 14: 18 Pagina 3 GIACINTO Plescia...
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Maureen Plescia Skoblar - Las Vegas, NV | Facebook
2009/11/05
Giacinto Plescia
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[FC-discuss] Inghilterra? !
2009/11/19
Giacinto Plescia gpdimonderose a hotmail.it Tue Apr 17 01: 09: 14 JST 2007. Messaggio precedente: [FC-discuss] Inghilterra? ! Prossimo messaggio: [FC-discuss] alpha Grooveshark
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LizziesTeaRoom: Messaggi: 6078-6107 di 11.819
2009/11/10
Mario Capuano, Daniela Rossignoli, Gennaro Ricci, Giacinto Plescia
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Ontologia della physis - aNobii
2009/11/20
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gpdimonderose sublime ontopologia »
2009/11/21
Bonjour, Autore..............: Plescia, Giacinto Titolo..............: Ontologia della physis / Giacinto Plescia Pubblicazione.......: Melegnano: Montedit, [2007].
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[FC-discuss] OLPC Cile, Perù
2009/11/13
Giacinto Plescia gpdimonderose a hotmail.it Gio 3 Maggio 21: 48: 06 JST 2007. Messaggio precedente: [FC-discuss] OLPC Cile, Perù Prossimo messaggio: [FC-discuss] OLPC Perù: primi critici
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physis..... ontologia della physis Ontologia di Giacinto Plescia
2009/11/10
ontophysis ID: 289.309 www.lulu.com..... ontologia physis Ontologia della physis Di Giacinto Plescia ontophysis Giacinto Plescia
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Scienza: l'ontologia Gruppo Care2
2009/11/18
ontologia: Ontologia della physis · Ontologia della physis Autore: Plescia Giacinto Plescia Giacinto Ontologia della physis, Ontologia della physis Plescia Giacinto, Montedit...
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mail.com - message board
2009/11/13
Ontologia della physis / Giacinto Plescia Pubblicazione.....: Melegnano: Montedit, [2007]. Descriz. Fisica.....: 38 p.; 21 centimetri Collezione.....:
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2 aprile 2012

krea

..
.........
OS E MALATTIA: LE METAFORE DELLE NOSTRE PAURE” METAFISICA Fonte: ANTONIO GNOLI - la Repubblica
Giovedì 14 Giugno 2012 08:45 -
Il nuovo saggio di Sergio Givone spiega come “la peste” diventi,
storicamente e socialmente, un’infezione della mente prima che
del corpo
Chiudo il nuovo libro di Sergio Givone – Metafisica della peste (Einaudi) – con la
sensazione che qualcosa, negli ultimi anni, è accaduto nelle nostre teste. È come se il nostro
paesaggio mentale abbia inasprito le parti più dolci e reso impervi certi percorsi psichici. I
sentimenti si fanno più precari e inquietanti e ci rendono più deboli e più esposti al contagio. A
quei focolai di paura e sfiducia che vediamo crescere intorno. In fondo, l’essenza della peste è
nell’improvviso insorgere del timore del contagio. Tutto repentinamente muta. L’ordine fin lì
esercitato si riscrive in codici impensabili fino a un attimo prima. Il contagio richiama
l’emergenza, lo stato d’eccezione, l’enigma. È di questo che ci parla il libro di Givone? Lungo un
percorso nel quale tornano le colte letture di questo filosofo – allievo di Luigi Pareyson,
professore di Estetica all’Università di Firenze e da pochi giorni assessore alla cultura al
comune di Firenze – scopriamo le forti congiunzioni tra il discorso letterario e quello filosofico.
Non teme una certa confusione di generi? «E perché mai? I grandi testi che hanno preso a
tema la peste non fanno differenza fra filosofia e letteratura. Cos’è Lucrezio – che della peste è
il massimo poeta – filosofo o letterato? E Camus che al tema ha dedicato uno straordinario
romanzo? Se guardo poi alla nostra tradizione penso che la
Storia della colonna infamedi Manzoni è probabilmente il più importante libro di filosofia morale
del nostro Ottocento ».
La peste è un evento che proprio Manzoni riconduce a un disegno divino. Mentre Lucrezio ha
un’idea opposta.
«Intendiamoci: la peste è un’infezione del corpo, una malattia che oggi sappiamo definire con
precisione. Ma quando ho citato Lucrezio è perché nessuno come lui ci spinge a liberarci dalla
superstizione che la peste ingenera e cioè dalla credenza che essa venga dal cielo. Non c’è
nessun disegno divino che ci riguardi. Il mondo è il mondo e basta. Ma proprio questa assenza
di trascendenza, questo vuoto nel quale versiamo, è la colpa».
La peste, come tutto quello che rappresenta la regressione estrema, ci trova impreparati. Non
pensa che una catastrofe ha sempre qualcosa di inaudito? «Ogni disastro epocale ci fa entrare
in una desolazione primordiale. È vero: prima che accada, la catastrofe è impensabile. Per
questo è difficile prendere delle precauzioni. La peste è un fenomeno della natura. Ma la natura
non basta a spiegarla ».
La peste scatena sia i meccanismi mentali che quelli fisici del contagio. Quali sono i più
temibili?
«I meccanismi del contagio sono stati scoperti nell’Ottocento. Ma in fondo, già Omero parlava
delle frecce che appestano, scagliate da Apollo nel campo degli
Achei. Di solito però gli scrittori, i poeti, i filosofi sono stati attratti più dai meccanismi mentali ed
emotivi che non dal carattere meccanico del contagio. Ipotizzando che i primi fossero più
importanti del secondo. Artaud sosteneva che la peste è un fenomeno virtuale, ma aggiungeva
che il virtuale è più reale del reale».
Oggi il contagio assume forme diverse: le pandemie, l’Aids, i virus nella Rete, il contagio
finanziario. C’è in queste espressioni odierne qualcosa di diverso rispetto alle narrazioni che in
passato si sono fatte della peste?
«La differenza è che oggi abbiamo occhi solo per la peste qual è veramente e non come la
immaginiamo che sia. È chiaro che la medicina combatte la peste in modo più efficace della
1 / 3
“EMERGENZA, CAOS E MALATTIA: LE METAFORE DELLE NOSTRE PAURE” METAFISICA Fonte: ANTONIO GNOLI - la Repubblica
Giovedì 14 Giugno 2012 08:45 -
metafisica. Però allora
come oggi la peste è un tremendo carro allegorico che irrompe nelle nostre città e travolge ogni
cosa. Solo se ci rendiamo conto che sempre di contagio si tratta, anche se solo in senso
traslato, possiamo sperare di scamparla».
Questa relazione che lei stabilisce tra metafisica e peste non rischia di essere equivoca?
«In che senso?» Dopotutto, siamo inclini a pensare che la metafisica debba risalire a una causa
prima. In realtà la peste è esattamente l’opposto: un’irruzione del caos, dell’inspiegabile,
l’assenza di un fondamento che non sia una spiegazione scientifica.
«Dipende da cosa vogliamo intendere con l’espressione “metafisica”. Secondo Aristotele essa è
la scienza dell’essere in quanto tale. Dopo di lui si è pensato che in questione fosse appunto il
fondamento, la ragione delle cose. Ma questo schema conoscitivo è assai più convincente se è
svolto dalla scienza piuttosto che dalla metafisica. Quest’ultima ritengo debba occuparsi non
tanto della ragione delle cose, ma del loro senso». Con quali effetti? «È la metafisica a dirci che
la peste non ha nessun senso e questa insensatezza è il senso dell’essere». A proposito di
insensatezza come giudica l’idea che ci siano in Europa paesi come
la Grecia, la Spagna e forse domani l’Italia che minacciano di contagiare il resto del mondo?
«Da un lato digrigno i denti perché trovo eccessivo il tentativo da parte dei paesi che si
presumono sani o immuni di colpevolizzare i paesi appestati. Dall’altro mi domando se davvero
non abbiamo colpa. E penso al nostro paese e a quegli allegri monatti che per quasi vent’anni
hanno distribuito a piene mani intrugli malefici. Chi li ha voluti? Chi li ha eletti
democraticamente?
» Anche la politica è vista oggi come un luogo di appestati. «È un mondo chiuso in se stesso,
autoreferenziale, poco incline a farsi tramite delle istanze dei cittadini». E perché lei ha
accettato di farne parte? «È la prima volta in vita mia che assumo un incarico politico, per la
precisione, come assessore alla cultura. Penso, o mi illudo, che ci sia ancora lo spazio per la
correttezza del linguaggio del fare e delle parole chiare e coerenti». La lingua è proprio
l’organismo più esposto al contagio.
«Appestata è la lingua che ci ritroviamo a parlare per inerzia, per imitazione: la lingua di
Facebook, di Twitter, figlia della televisione, a confronto della quale quella del vecchio e
glorioso Bar Sport mi appare salutarmente ironica. La verità è che chi parla male pensa male. E
chi pensa male, prima o poi il male lo fa».
Il male, come la peste, produce il disordine? «L’arrivo della peste produce caos. Ma c’era chi,
come Boccaccio, pensava che il crollo di ogni realtà civile fosse già la peste. In ogni caso, la
peste è un’occasione per il pensiero: invita a pensare dall’impensabile, dal nulla che ci
minaccia». Caos, disordine, stato d’eccezione. Il tempo della peste sospende il tempo della
normalità?
«Daniel Defoe, che scriveva sulla peste di Londra intorno alla metà del XVII secolo, in anni non
lontani dal
Leviatano di Hobbes, pensava così. Ma sapeva anche che la sospensione del tempo della
normalità,
in cui ciascuno attende ai suoi doveri, mette capo a un’alternativa. O la rinuncia alla libertà e a
tutti i diritti, tranne quello di aver salva la vita. O l’assunzione di una libertà totale, grazie alla
quale farsi responsabili di tutto nei confronti di tutti. Anche di ciò che non abbiamo voluto». Non
le pare che è chiedere un po’ troppo a questa fragile creatura che è l’uomo? Non le pare che
viviamo ormai immersi nel tempo del colera? «Penso che si viva sempre nel tempo del colera.
E se questo è vero, allora hanno senso quelle vite che, nonostante la fragilità, si fanno carico
2 / 3
“EMERGENZA, CAOS E MALATTIA: LE METAFORE DELLE NOSTRE PAURE” METAFISICA Fonte: ANTONIO GNOLI - la Repubblica
Giovedì 14 Giugno 2012 08:45 -
del problema. Non hanno senso quelle che il problema lo ignorano, come se vivessero nel
tempo della beata innocenza».
.......


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24 febbraio 2012

unifi

 
VALUTAZIONE COMPARATIVA PER LA COPERTURA DI N. 1 POSTO DI RICERCATOREUNIVERSITARIO DI RUOLO PER IL SETTORE SCIENTIFICO-DISCIPLINARE M-FIL/07DELLA FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DIFIRENZED.R. n. 1241 del 26/11/2010, il cui avviso è stato pubblicato nel supplemento ordinario alla G.U. -4° serie speciale - n. 99 del 14/12/2010VALUTAZIONE DEI TITOLI E DELLE PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHEGIUDIZI INDIVIDUALICANDIDATO: The Cratylus of Plato (2011) è un ampio commento del dialogo, con analisi degliargomenti e della struttura dello scritto, ampi riferimenti alla storia della filosofia precedente ed allastoria delle interpretazioni senza voli heideggeriani o teoreticistici ma con aderenza costante altesto. Mostra consapevolezza delle questioni testuali e filologiche dello scritto, che affronta ediscute quando necessario con prudenza e buon senso. L'analisi costituisce un vero progresso nellacomprensione del testo e appare come un contributo saldo scientificamente.- Aristotele. Analitici secondi. a cura di M. Mignucci, edizione postuma a cura di Ademollo, Fait eFalcon. Semplice curatela.Articoli:Aristofane, Cavalieri (1994) analisi di tre passi difficili della commedia di Aristofane. Difende iltesto in un passo, sposta una battuta ad un altro interlocutore in un secondo, introduce un 'non' nelterzo.Vecchi e nuovi contributi all'interpretazione parmenidea, (1994) severa critica dell'ed. Reale-Ruggiu dei frammenti di Parmenide con argomenti di buon peso e una piccola concessione finale.Decameron X 8.56 ss. (1995). La fonte del passo sulla necessità del passato è il De fato di Cicerone.La tesi è difesa con buoni argomenti.La scelta della vita nel Fedro, (1997) La scelta concessa all'anima in Phaedr. 256e-257a è moltolimitativa e contrasta con quanto affermato in Resp. e altri luoghi del Fedro stesso, nei quali sidanno maggiori possibilità all'anima. La posizione di P. risulta essere, considerati tutti i testi,fondamentalmente antideterministica. Analisi corretta e convincente.Platone, Cratilo 395c, 408b, due pres. interpol. (2001). Breve nota poi rifusa nel commento.Difende il testo tradito. Democritus B26, (2003), articolo poi rifuso del commento. Si chiede se Democrito sia il primosostenitore di un vero convenzionalismo nell'uso dei nomi? L'articolo è più possibilista di quantonon sia il commento allo stesso testo nel volume del 2011. 
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Page 2 
Sophroniscus' son is approaching, (2004) Propone, con buoni argomenti, una emendazioneall'Isagoge di Porfirio 7,19-24 (Busse), già suggerita a suo tempo da Pacius.Il candidato mostra una buona continuità nella ricerca, passa da un approccio strettamente filologicoai testi nei primi articoli ad una più completa analisi logica e filosofica nei saggi più maturi. Ilsoggiorno presso l'università di Oxford e i molti contatti internazionali gli hanno permesso,nonostante l'impegno di insegnamento nei licei, di prendere contatto e dialogare fruttuosamente coni migliori esponenti della ricerca internazionale nel campo della Storia della filosofia antica. Ilpezzo forte della sua produzione è indubbiamente il commento, ampio, accurato e approfondito siafilologicamente sia filosoficamente, del Cratilo di PlatoneCommissario prof. Franco FerrariIl dott. Ademollo si è laureato in Filosofia presso l’Università di Firenze nel 1997. Si è addottoratoin Filologia greca e latina presso la stessa università nel 2001. Ha poi usufruito di un assegno diricerca e una borsa di studio sempre presso l’Università di Firenze e presso la SNS di Pisa. Vanta lapartecipazione a numerosi convegni in Italia e all’estero. Dal 2008 insegna nei licei classici. Nelcomplesso il suo profilo curriculare si presenta continuo e solido consentendo di delineare la figuradi uno studioso pienamente formato.Il candidato presenta un'ampia monografia, che costituisce la rielaborazione della dissertazione didottorato, nonché alcuni articoli collocati in sedi prestigiose. La monografia, pubblicata in linguainglese in una delle più prestigiose sedi a livello internazionale, rappresenta un commentario alCratilo platonico. Si tratta di un lavoro di assoluta eccellenza, che dimostra piena padronanza deglistrumenti filologici e notevole profondità e originalità sul piano dell'interpretazione filosofica. Iltesto platonico viene esaminato in tutte le sue componenti, e le singole proposte esegetiche risultanosempre ben ponderate, spesso felici e non di rado innovative e convincenti. Oltre a un solidobackground filologico l'autore dimostra una perfetta padronanza degli strumenti della logicaformale, che vengono applicati, senza tuttavia gli eccessi che spesso si incontrano nella letteraturacritica, per conseguire una più profonda comprensione del dialogo platonico. Anche i saggipubblicati in importanti riviste italiane e internazionali confermano l'alto livello scientificoraggiunto dal candidato. In particolare il saggio uscito presso "RFIC" propone, con argomenti acutie filologicamente solidi, la difesa del testo della tradizione manoscritta a proposito di due difficilipassi del Cratilo. Il contributo pubblicato presso "Elenchos" affronta con competenza e profonditàun tema di esegesi platonica estremamente complesso, pervenendo a risultati originali e largamentecondivisibili.Commissario prof. Franco TrabattoniIl candidato, dottore di ricerca in filologia greca e latina, si presenta con un curriculum rilevante siasul piano della ricerca scientifica sia su quello dell'attività didattica. Notiamo, in particolare, latitolarità di un assegno di ricerca presso l'Università di Firenze, di una borsa post-doc presso laScuola Normale Superiore di Pisa, un soggiorno di studio all'estero, e una apprezzabile attività diinsegnamento universitario. Non è neppure da trascurare, al fine di valutare le sue competenzedidattiche, la titolarità di una cattedra di Latino e Greco nel liceo classico, ottenuta in quantovincitore di concorso.Il dott. Ademollo presenta per la valutazione una monografia in lingua inglese sul Cratilo di Platonee una decina di articoli, parte in italiano e parte in inglese, di argomento filosofico e filologico. Unodi questi, in particolare, si raccomanda per la qualità dell'argomentazione e per il prestigio dellasede (Oxford Studies in Ancient Philosophy). Ma indubbiamente il lavoro principale del dott.Ademollo è la corposa monografia sul Cratilo di Platone. L'intenzione del libro non è tanto quella dioffrire una particolare proposta di lettura del dialogo, ma quella di realizzare una sorta di commentocontinuo, in cui vengono via via presi in considerazione tutti i principali problemi che il testopresenta, sia di ordine filologico che filosofico, non senza un costante riferimento alla letteratura 
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critica più recente e incisiva. Notiamo, da un punto di vista generale, che questo studio dimostra ilpossesso da parte dell'autore (cosa tutt'altro che frequente), sia di spiccate competenze filologiche,che gli consentono di intervenire sui problemi testuali, sia di una strumentazione filosofica, di taglioprevalentemente logico-analitico, che gli permette di prendere posizione in merito ai dibattiti diattualità in corso nel mondo anglosassone. Tra i punti salienti del suo lavoro ricordiamo quantosegue: 1) l'accurata ricostruzione delle tesi di Cratilo e di Ermogene; 2) una difesa ben argomentatadel mantenimento al suo posto della controversa sezione 385b-e; 3) un'ampia discussione delrapporto tra convenzionalismo linguistico e relativismo protagoreo; 4) una valutazione non ironicadella sezione epistemologica.In base ai dati emergenti dal curriculum, alla qualità e alla continuità delle pubblicazioniscientifiche, il giudizio sul candidato è decisamente buono.CANDIDATO: Milena BontempiCommissario prof. Carlo NataliA. Curriculum: La dott. Bontempi si è addottorata in filosofia politica nel 2006 all'Università diPadova con una tesi su Platone diretta da un docente di Storia della filosofia politica. In precedenzaha goduto di una borsa annuale DAAD (Germania). Successivamente ha ottenuto una borsa distudio su fondi PRIN per l'anno 2007 per una ricerca diretta da G. Duso, e due assegni di ricercapresso l'Università di Padova negli anni 2007-9 e 2010-2. Ha tenuto negli anni 2008 e 2009 20 oredi seminario nell'ambito degli insegnamenti di Filosofia politica. Il curriculum si qualifica comecentrato sullo studio delle dottrine politiche, non mostra particolari attività internazionali se non nelmomento della prima formazione, non è specificamente interno al SSD.B. Pubblicazioni: Il lavoro principale della dott. Bontempi è la tesi di dottorato, L'icona e la città.Misura, proporzione e giusta misura nei dialoghi di Platone e nel disegno politico delle Leggi. Laprima parte è uno studio lessicografico dei termini metron, metrios e simili in Platone; la secondaparte è dedicata ai concetti di icona, immagine e misura dell'anima nel Politico e nelle Leggi. Lostudio mostra una ampia conoscenza della bibliografia a partire dalla prima metà del Novecento(Jaeger, Pohlenz), fino ai contemporanei italiani; non è particolarmente selettiva. La ricercalessicale ha il pregio di esaminare i contesti in cui i termini appaiono, ma non si occupa dellepossibili difficoltà testuali né affronta problemi della trasmissione dei dialoghi. Il linguaggio è avolte immaginifico (il metron è qualificato come "una bellezza tremula", e via dicendo). La tesisostenuta è l'inattualità della filosofia politica di Platone. Il lavoro è molto ampio e intelligente, nonmolto originale né innovativo, ma presenta lo sguardo di un filosofo della politica sul pensieropolitico di Platone. I volumi L'agire umano e le parti della misurazione in Platone (2004) e L'icona e la città. Il lessicodella misura nei dialoghi di Platone (2006) sono connessi alla tesi di dottorato, di cui riprendono leposizioni, a volte alla lettera. Sono pubblicati da editrici nazionali di una certa notorietà.La candidata presenta quattro articoli pubblicati dal 2005 al 2008 su temi connessi alla ricerca dellatesi di dottorato. La produzione della dott. Bontempi si presenta come sufficientemente ampia in termini di numerodi pagine e continua, di buona intensità all'inizio (una tesi, due volumi e quattro articoli in quattroanni, 2004-8), in rallentamento successivamente. Non tutti i contributi sono molto originali, in buona parte riprendono da vicino o ampliano temidella tesi di dottorato, che si presenta come il lavoro principale della candidata. La varietà degliargomenti non è molto grande, è più vicino ai metodi della Storia del pensiero politico che dellaStoria della filosofia antica.Commissario Prof. Franco Ferrari 
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La dott.ssa Bontempi si è addottorata in Filosofia politica presso l’Università di Padova nel 2006.Nella stessa Università ha usufruito di due assegni di ricerca. Ha trascorso anche un periodo distudio in Germania con una borsa del DAAD. Nel complesso si tratta di un curriculum che dimostracontinuità nell’ambito della ricerca scientifica. La candidata presenta due monografie e una serie abbastanza nutrita di articoli. Le due monografieappaiono strettamente collegate dal momento che la seconda, più ampia, costituisce uno sviluppodella prima. Il volume L'agire umano e le arti della misurazione in Platone affronta il tema dellametretica nel pensiero platonico con particolare riferimento al Protagora, sebbene non manchinoriflessioni, anche piuttosto felici, consacrate ad altri dialoghi, e in particolare al Teeteto. Lamonografia L'icona e la città allarga a tutto il corpus platonico il tema della misurazione. Gli esitiappaiono tuttavia meno felici rispetto al precedente lavoro anche per una certa debolezzanell'impianto dimostrativo. Senz'altro migliore la parte descrittiva e l'analisi dettagliata delleoccorrenze dei termini collegati al lessico della misura. Non mancano qua e là affermazionidiscutibili e comunque non sufficientemente motivate. I saggi, per lo più di argomento platonico,confermano nel complesso la buona preparazione della candidata e la sua attitudine alla ricerca. Commissario prof. Franco TrabattoniLa candidata presenta un curriculum rilevante sia sotto il profilo scientifico sia sotto quellodidattico, comprensivo di diploma di dottorato e di titolarità di assegni di ricerca (per tematiche inparte attinenti alla filosofia greca e in parte alla filosofia politica). La candidata ha al suo attivo,inoltre, alcuni soggiorni di studio all'estero e una discreta attività didattica in ambito universitario.La candidata presenta, come titoli pubblicati, due monografie (di argomento analogo) e quattrosaggi scientifici. Osserviamo in primo luogo che la quantità e la datazione di questi titoli sono talida sollevare qualche dubbio sulla continuità della ricerca scientifica condotta. Le due monografie,che riprendono in gran parte quanto già esposto nella tesi di dottorato, trattano il tema della filosofiapolitica di Platone con particolare riferimento all'arte della misurazione. Il primo di questi duelavori presenta alcune tesi interpretative abbastanza originali, che riguardano il Protagora, il Politicoe le possibili interazioni tra questi due testi, esposte in forma analitica e sufficientememte chiara. Lostesso non si può dire, purtroppo, della monografia principale, redatta in uno stile oscuro e allusivo,che troppo spesso mette a dura prova le capacità di comprensione del lettore. Quello che in generalesi può rilevare, inoltre, è una piuttosto debole organicità dell'insieme, in gran parte motivatadall'approccio marcatamente analitico scelto dall'autrice, fondato sul reperimento e sullacatalogazione di tutti i passi platonici in cui compare il lessico della misura. Ora, un esame di untesto filosofico fondato su questa procedura estensionale è facilmente a rischio di produrre risultatianodini o difficilmente valutabili. In base a quanto detto, il profilo della candidata appare comeun'equilibrata mescolanza di luci ed ombre.CANDIDATO: Giuseppe FeolaCommissario prof. Carlo NataliA. Curriculum: Laureato in Filosofia all’Università di Pisa nel 2001 con una tesi sulla nozione diphantasia nelle opere psicologiche di Aristotele. Tesi di dottorato su Aisthesis, memoria, sensuscommunis. Il mondo percettivo del vivente secondo Aristotele, presso la SNS di Pisa (2007) direttada un team internazionale (G. Cambiano, P.M. Morel e M. Sassi). Ha ottenuto un assegno diricerca alla SNS di Pisa per gli anni 2009-10 per una ricerca su L'uso del modello ilomorficoaristotelico nel dibattito mente-corpo contemporaneo. Negli anni 1997-2010 ha tenuto quattrorelazioni a convegni in Italia e all'estero e vari seminari alla SNS. Il curriculum è quello di ungiovane studioso di ottima impostazione, che ha goduto della guida di buoni maestri e staaffrontando una serie coerente di ricerche. 
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B. Pubblicazioni: Il lavoro principale del dott. Feola è la tesi di dottorato, Aisthesis, memoria,sensus communis. Il mondo percettivo del vivente secondo Aristotele Il lavoro è incentrato sulcapitolo III 3 del de anima; si esaminano la divisione del testo, la sua costituzione e le possibilivarianti, vengono discusse le interpretazioni degli ultimi 100 anni, centrando l'attenzione sulleopposte tesi di Schofield e Nussbaum. La ricerca prosegue poi con i Parva naturalia. Viene discussala posizione di Aristotele riguardo al mind-body problem. Secondo Feola, a differenza di Platone,Aristotele non considera questo un problema aperto dato che è l'anima che dà identità al corpo (168-9). Si trattano poi La percezione del tempo, le parti dell'anima e la memoria. La tesi finale è che inAristotele più che una filosofia della mente si trova una biologia cognitiva, basata sulla definizionedelle facoltà umane (276). La prospettiva dell'autore si pone in opposizione alle letture lingustico-analitiche che per molti decenni sono state al centro del dibattito contemporaneo. In questo apre unaprospettiva interessante e originale nello studio della psicologia aristotelica.I tre articoli presentati sono di ottimo livello e aggiungono altre prospettive alla ricerca della tesi didottorato. Il saggio su De an. A 1 le parti dell'anima e la struttura dialettica del trattato, del 2006, èun lavoro originale e molto utile. A partire dalla lista delle aporie del capitolo I 1 del De an. l'autoremostra che l'opera è stata concepita come un tutto unitario. Il paper su Anal. Post. II 19 sul rapportotra senso e intelletto, del 2009 è una analisi e discussione del difficile capitolo passo per passo;anche in questo caso la lettura linguistica è criticata in base ad una prospettiva di tipo metafisico.Molto interessante anche il saggio Perceptual order e cosmic order pubbicato on line, s.a. in cuil'autore discute l'idea dell'ordine nel cosmo e dell'ordine negli esseri viventi e analizza l'interazionetra questi.I saggi sono pubblicati in riviste autorevoli e stimate; mostrano uno studioso originale e capace diperseguire in modo fruttuoso vari interessi, sempre interni al SSD. La metodologia è rigorosa e irisultati proposti appaiono molto attendibili. La produzione scientifica è di buona intensità e dinotevole rilevanza, sia pur nel breve percorso di studio e ricerca del giovane candidato (anni 2007-2010).Commissario Prof. Franco FerrariIl dott. Feola si è laureato in Filosofia presso l’Università di Pisa nel 2001 e si è addottorato pressola SNS di Pisa nel 2007. Sempre presso la SNS ha usufruito di un assegno di ricerca per il periodo2009-10. Può vantare la partecipazione ad alcuni convegni sia in Italia che all’estero. Nel complessoil suo profilo curriculare si presenta solido e promettente. Il candidato presenta una bibliografia esigua ma di buon livello. La dissertazione di dottoratoaffronta un tema al centro del dibattito tra gli studiosi di Aristotele e lo fa dimostrando una solidaconoscenza dei testi e un'adeguata capacità di muoversi nell'ambito della letteratura secondaria. Irisultati ai quali perviene appaiono nel complesso convincenti. Anche i due saggi di argomentoaristotelico mettono in luce rigore, serietà e originalità esegetica. Il contributo su Linguaggio epoesia non attiene al settore scientifico-disciplinare oggetto di valutazione comparativa. Nelcomplesso la produzione scientifica denota la buona attitudine alla ricerca del candidato. Commissario prof. Franco TrabattoniIl candidato presenta un curriculum abbastanza buono, che vede al suo attivo il Diploma diPerfezionamento in Discipline Filosofiche conseguito presso la Scuola Normale Superiore di Pisa,con il massimo dei voti e lode e alcuni soggiorni all'estero. Quantitativamente non molto ricca, edunque discontinua, è invece la sua produzione scientifica, che oltre alla tesi di dottorato contienesolo tre articoli pubblicati. Ciò detto, la tesi di dottorato è un lavoro interessante sia sotto il profilodell'analisi dei testi sia sotto quello del confronto tra le dottrine psicologiche di Aristotele con temianaloghi della filosofia della mente contemporanea; i risultati conseguiti, soprattutto per quantoriguarda la nozione aristotelica di phantasia, appaiono inoltre originali (anche se questa originalitàpuò a volte sembrare un po' artificiosa, mentre in altri casi solleva difficili problemi di valutazione). 
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Questo, in sintesi, è quanto si può ricavare dal materiale presentato. Ma ovviamente si attendono dalcandidato altre e più consistenti prove della sua attitudine alla ricerca.CANDIDATO: Elena GrittiCommissario prof. Carlo NataliA. Curriculum: Laurea in Lettere Università di Milano (2000). Dottorato in Filosofia Università diMilano (2004) con una tesi sul pensiero di Proclo. Assegni di ricerca presso l'Università di Milanodal 2004 al 2007. Collaborazione con l'Accademia Colombaria di Firenze. Dal 2006 al 2011 hatenuto seminari di Storia della filosofia antica presso l'Università di Milano come cultore dellamateria. Ha tenuto venticinque tra lezioni e conferenze di cui una all'estero e ha collaboratoall'organizzazione di due incontri. Temi principali Platone, Plotino, Proclo. La candidata ha unsolido profilo di studiosa di Proclo e del Neoplatonismo. Salvo un'eccezione, non ha presentato irisultati delle sue ricerche in convegni all'estero e non ha lavorato molto presso istituzioni di ricercafuori d'Italia.Pubblicazioni:Volumi: Tesi di dottorato su Esegesi e dialettica nel pensiero di Proclo. Studio molto competente eben argomentato. Molto impegnato nell'esegesi di testi e di posizioni critiche contemporanee. Latesi finale non è chiaramente evidente.- Proclo, dialettica, anima, esegesi, (2008). Il volume deriva dalla tesi di dottorato ma con nuovomateriale e un punto di vista parzialmente differente. Non è evidente il punto in cui si propone unatesi nuova ed originale.Articoli:- Mito e tempo nell'esegesi neoplatonica (2002): Studio informato e competente che coglie lacomplessità del pensiero di Olimpiodoro.- La scienza teologica di Proclo (2003) sul rapporto tra scienza, dialettica, esegesi e noesi.- Una risposta neoplatonica alle critiche cristiane ai miti greci (2004): Studio accuratodell'argomento; l'autrice insiste sulla complessità del tema.- La phantasia plotiniana (2005): Studio molto informato e aggiornato sulla discussione di certipunti del De anima da parte di Plotino.- Salvezza dell'anima in Plotino (2005): Studio accurato del significato dell'estensione del terminesoteria in Plotino. Ne spiega il doppio significato. Contributo spiccatamente originale.- P.Stras. 92 florilegio di brani etico-educativi (2007): Studio molto tecnico su un papiro contenenteun florilegio etico. Ne mostra l'interesse filosofico. Mostra buona competenza filologica.- La legittimità filosofica.. del matrimonio (2009) Articolo sul matrimonio nella filosofia antica daPlatone in poi. Importanza di Plutarco come snodo nell'articolazione del tema. Buon contributo.- Echi dal Timeo nelle aporie..., (2010): Lettura del trattato Enn. II 6, 1-5. alla luce del Timeo diPlatone. Lavoro molto informato e con buoni spunti.- Tradurre i miti plutarchei... (2010): Presentazione generale dell'uso plutarcheo dei miti, unito conun tentativo di delineare lo sfondo platonico. Originale il confronto tra Plutarco e Plotino. Buoncontributo.- Dossografia della percezione nell'Antologium di Stobeo (presentato in dattiloscritto).La candidata presenta contributi significaitivi e niente affatto superficiali sul neoplatonismo e lealtre tradizioni filosofiche. Gode di buona reputazione nel campo. La sua ricerca mostra notevolicontinuità e intensità. Le ricerche della candidata sono tuttavia concentrate principalmente su unafase del SSD, il pensiero tardo antico.Commissario Prof. Franco FerrariLa dott.ssa Gritti si è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Milano dove ha conseguitoanche il titolo di dottore di ricerca in Filosofia. Sempre presso l’università milanese ha usufruito diun assegno di ricerca. Ha poi collaborato con l'Accademia Colombaria di Firenze. Il suo profilo 
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curriculare si presenta nel complesso buono, sebbene un po’ carente dal punto di vistadell’esperienza internazionale. La candidata presenta una monografia e una cospicua serie di saggi pubblicati in sedi di un certoprestigio. La monografia, che rielabora le tesi di dottorato, affronta con competenza e pienapadronanza di tutti gli strumenti filologici e storico-filosofici richiesti un tema complesso, comequello del ruolo del razionalismo nel pensiero di Proclo. Si tratta di un intelligente ecomplessivamente riuscito tentativo di riaffermare in questo autore la centralità del pensierofilosofico nei confronti delle pratiche teurgiche. In tale contesto vengono esaminati con puntualità eprecisione gli aspetti più significativi dell'opera di Proclo, e in particolare il nesso che si stabiliscetra dialettica, noetica, scienza ed esegesi. Il punto discriminante del pensiero post-plotiniano, edunque anche di quello procliano, viene giustamente individuato nel rifiuto della dottrina dell'animanon discesa, ma contestualmente viene messo in luce come tale rifiuto non comporti in Procloun'immediata fuga nel misticismo e tantomeno l'accettazione acritica di pratiche extra-filosofiche. Inumerosi saggi presentati dalla candidata vertono in gran parte su tematiche neoplatoniche, ma nonmancano contributi su altri periodi del pensiero antico. In particolare l'articolo dedicato al ruolo delmito in Plutarco contiene spunti di notevole interesse e originalità. In tutta la sua produzione lacandidata mostra una solida competenza filologica accompagnata da una notevole capacità diorientarsi con acume e senso critico nel complesso campo della filosofia tardo antica. Commissario prof. Franco TrabattoniIl curriculum della candidata contiene il dottorato di ricerca in filosofia, conseguito pressol'Università degli Studi di Milano (valutazione: eccellente), due assegni di ricerca (della duratacomplessiva di 5 anni) decretati dalla stessa Università, e una costante attività didattica seminariale.Come pubblicazioni la dott.ssa Gritti presenta, oltre alla tesi di dottorato, una monografia, dieciarticoli pubblicati e dodici recensioni. Dunque la produzione scientifica della candidata apparenotevole sia per quantità che per continuità di lavoro. Sia pure con il parziale limite che sono quasitutti dedicati al neoplatonismo, i lavori della dott. Gritti sono scientificamente validi, sempre moltoben documentati, e a volte anche originali. Ciò vale ovviamente anche per il contributo maggiore,ossia la monografia (dedicata alle nozioni di dialettica, anima ed esegesi nel pensiero di Proclo). L'esegesi riguarda il rapporto della filosofia di Proclo con il testo platonico, e con il suo particolaremodo di interpretarlo (in costante confronto critico con Plotino e Giamblico). Lo studio dell'anima edelle sue facoltà riveste un ruolo essenziale per comprendere la natura e la qualità della conoscenzadi cui secondo Proclo l'uomo sarebbe capace. Essenziale, in quest'ambito, è non tanto ladeterminazione del carattere esclusivamente dianoetico del pensiero umano, che è sostenuta ancheda Plotino, ma soprattutto la negazione della dottrina plotinana dell'anima non discesa, mediante laquale il filosofo di Neapoli finisce per concedere all'uomo, in determinate condizioni, unaconoscenza puramente noetica ed intuitiva paragonabile a quella dell'intelletto. Ciò non è possibile,per Proclo, perché a suo parere neppure l'intelletto ha carattere noetico. In questo modo lo scolarcadi Atene sottolinea in modo assai più deciso di Plotino la relativa debolezza e limitazionedell'intelletto umano. Il che non gli impedisce, tuttavia, di conseguire una conoscenza valida edaffidabile delle realtà metafisiche. L'A. ricostruisce con molta accuratezza il difficile tentativo dimediazione che guida l'indagine di Proclo in rapporto a queste tematiche. Il lavoro della dott.ssaGritti è filosoficamemte interessante e impeccabile sul piano metodico, in particolare per quantoriguarda l'analisi delle fonti primarie e della letteratura secondaria. Ed anche se forse avrebbe potutoessere a tratti più incisivo limitando alcune vaghezze e prolissità, si tratta indubbiamente di un'operache contribuisce in modo efficace ad una migliore comprensione del filosofo studiato. La valutazione, comprensiva di curriculum e pubblicazioni, è decisamente positiva.CANDIDATO: Gianluigi Pasquale.Commissario prof. Carlo Natali 
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A. Curriculum: Baccalaureato in teologia (1993) presso il Pont. ateneo Antonianum con una tesi suVita consacrata e chiesa locale; Laurea presso la Pont. Università Gregoriana (1997) con una tesi suLa teologia della storia in O. Cullmann. Dottorato in filosofia morale, Università di Venezia (2008)con una tesi sull'ontologia escatologica di Pannenberg e la sua dipendenza da Hegel. Prof.incaricato presso l'Ateneo Marcianum del Patriarcato di Venezia e presso la Pontificia UniversitàLateranense.Ha pubblicato molti volumi di interesse religioso, tra cui vari studi su Padre Pio del quale ha editola raccolta delle lettere. E anche autore di molti articoli (137) su Padre Pio, sull'educazione, sullavita dei cappuccini italiani e temi connessi, insieme a varie traduzioni di autori cattolici.Pubblicazioni: Volumi: Il principio di non-contraddizione in Aristotele in origine pubblicato in inglese (2006 IIed.) e poi tradotto in italiano (2008). Analizza il PDNC come principio primo dell'essere e delpensiero, mostra ampia conoscenza del dibattito contemporaneo, e discute con competenza le tesi diBerti, Barnes, Cassin etc. Il principio secondo cui nulla di ciò che è, è contraddittorio, fonderebbel'ontoteologia aristotelica. Analisi filosoficamente avvertita nella tradizione di studi del PDNCcome fondamento della non autosufficienza del mondo del divenire ed apertura a un principiotrascendente, iniziata da Bontadini a metà del secolo XX.Gli altri volumi presentati non riguardano il SSD:Oltre la fine della storia. La coscienza cristiana dell'occidente, (2004), sulla visione cristiana dellastoria, con un annesso su Vent'anni di confronto con l'esistenzialismo.La teologia della storia della salvezza nel secolo XX (2001), studio sulla teologia della storia nelsecolo XX. Come il concetto di 'storia della salvezza ' venga inserito nella teologia sistematica.Lo studio sul PDNC è un valido contributo alla discussione sul valore ontologico del principioaristotelico. Ma l'impegno del candidato è evidentemente rivolto in modo prevalente verso temi difilosofia morale, filosofia della storia, teologia e religiosità contemporanea.Commissario Prof. Franco FerrariIl dott. Pasquale ha conseguito il baccalaureato in Teologia presso il Pontificio Ateneo Antonianumnel 1993, quindi si è laureato presso l’Università Gregoriana (1997) Si è poi addottorato in Filosofiamorale presso l’Università di Venezia nel 2008. Ha svolto attività didattica a Venezia pressol’Ateneo Marcianum e a Roma presso la Pontificia Università Lateranense. Complessivamente ilsuo percorso curriculare appare abbastanza estraneo al settore scientifico-disciplinare oggetto divalutazione. Il candidato presenta quattro monografie e una nutrita quantità di articoli, la stragrande maggioranzadei quali non attinente all'ambito scientifico-disciplinare oggetto di valutazione. Delle quattromonografie due costituiscono in realtà il medesimo studio, essendo l'una la traduzione italiana (conpoche modifiche) della versione apparsa in lingua inglese. Si tratta di uno studio sul Principio dinon-contraddizione di Aristotele che ha il pregio di una certa chiarezza, ma che apparecomplessivamente piuttosto superficiale. In esso risulta del tutto assente ogni riferimento al testogreco. Il significato del principio di non contraddizione risulta, secondo il candidato, di caratteremetafisico e ontologico. Il volume su Oltre la fine della storia costituisce un'indagine sul tema dellasecolarizzazione e della escatologia che lambisce solo occasionalmente l'ambito scientifico-disciplinare oggetto di valutazione. Il volume La teologia della storia non è attinente all'ambitoscientifico-disciplinare in questione. Commissario prof. Franco TrabattoniIl curriculum del candidato.CANDIDATO: Giacinto PlesciaCommissario prof. Carlo NataliA. Curriculum: Laureato in architettura 1979 al Politecnico di Torino, ha partecipato ad un concorsoper associato ad Architettura ICAR/14 a presso l'Università di Firenze. Ha seguito due corsi diperfezionamento in filosofia "Estetica ed ermeneutica delle forme simboliche" Id. "Temi diEpistemologia generale ed applicata" 2004 e 2007, organizzati dai prof. Parrini e Givone. elencauna lunga lista di pubblicazioni relative all'architettura, urbanistica etc. dal 1979 al 1992. Nonrisulta nulla di interessante rispetto al SSD.B. Pubblicazioni: Ha pubblicato un breve opuscoletto di 38 pagine su Ontologia della physis, 2003-4, frutto di una tesi di Perfezionamento in Filosofia diretta da S. Givone. L'ampia ed esotericapanoramica tocca temi ed autori di filosofia contemporanea, specie di corrente ermeneutica equalche filosofo della scienza dei più noti negli anni '70 (Heidegger, Feyerabend, Gödel, Thom,Derrida). L'unico aggancio con il SSD è il riferimento alla nozione di physis nei lavori di G. Colli.Le altre opere, spesso di difficile decifrazione, non sembrano avere molto a che fare con il SSD. Ciòvale per un altro opuscoletto del 2010 su L'epistemica, il nulla e l'arte, e per vari articoli dedicati atemi, se così di può dire, di ermeneutica ed ontologia dell'architettura: Spazialità hi-tech.Technocities, highways, valleys (1986); Archematica della distopia desideranza spaziale post-industriale, s.a.; La linea elastica: formalizzazione/decidibilità (1980), oppure di teoria dellamatematica applicata all'architettura, come il saggio su Allosteresi industriali e sinecismomorfogenico (1980).Il candidato non mostra affatto un profilo degno di essere preso in considerazione nell'ambito delSSD. Non è possibile per noi valutare l'importanza delle sue ricerche per la teoria dell'architettura eil dibattito teoretico contemporaneo su di essa.Commissario prof. Franco FerrariIl dott. Plescia si è laureato nel 1979 in architettura presso il Politecnico di Torino. Successivamenteha seguito due corsi di perfezionamento di carattere filosofico presso l’Università di Firenze. Il suoprofilo curriculare appare complessivamente estraneo al settore scientifico-disciplinare oggetto divalutazione. Il candidato presenta alcuni contributi che non risultano attinenti al settore scientifico-disciplinareoggetto di valutazione. Commissario prof. Franco TrabattoniNé il curriculum né le pubblicazioni del candidato sono congrui al settore scientifico disciplinare"Storia della filosofia antica".GIUDIZI COLLEGIALICANDIDATO Francesco Ademollo 
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Il candidato presenta un profilo curriculare e una produzione scientifica di ottimo livello.CANDIDATO Milena BontempiLa candidata presenta un profilo curriculare complessivamente buono. Quanto alle pubblicazioniesse appaiono di buon livello ma non prive di qualche limite.CANDIDATO Giuseppe FeolaIl curriculum del candidato si presenta solido e promettente. A fronte di una produzionerelativamente esigua, il candidato mostra ottime attitudini alla ricerca.CANDIDATO Elena GrittiLa candidata presenta un curriculum decisamente buono. Mostra un solido e riconosciuto profilo distudiosa nell'ambito del neoplatonismo.CANDIDATO Gianluigi PasqualeNonostante una interessante incursione nell'ambito del pensiero aristotelico, né il curriculum né lepubblicazioni appaiono particolarmente rilevanti in rapporto al settore scientifico disciplinareCANDIDATO Giacinto PlesciaNé il curriculum né le pubblicazioni sono degne di rilievo in rapporto al settore scientificodisciplinare.DISCUSSIONE DEI TITOLI E DELLE PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE GIUDIZI INDIVIDUALICANDIDATO Francesco AdemolloCommissario prof. Carlo NataliIl candidato nella discussione dimostra ampia padronanza delle tematiche affrontate nel corso dellaricerca e prospetta un progetto di indagine futuro sul De interpretatione di Aristotele; appareevidente l'ottima impostazione e la consapevolezza metodologica di tale progetto.Commissario prof. Franco FerrariIl candidato dimostra di padroneggiare con assoluta sicurezza gli argomenti trattati. Risponde conprecisione alle questioni che vengono poste sia di argomento platonico sia aristotelico.Commissario prof. Franco TrabattoniIl candidato risponde in modo efficace ed esaustivo alle domande che gli vengono rivolte,dimostrando una piena padronanza degli argomenti affrontati nel corso dei suoi studi e di possedereun chiaro e promettente progetto di ricerca. 
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CANDIDATO Milena BontempiCommissario prof. Carlo NataliLa candidata conferma l'impressione iniziale secondo la quale la sua ricerca ha come interlocutoripiù gli studi di storia del pensiero politico che la storia della filosofia antica. Appare alquantoesitante nelle risposte ai rilievi ed alle osservazioni dei commissari.Commissario prof. Franco FerrariLa candidata delinea con sufficiente precisione le direttrici della sua ricerca. Palesa alcuneincertezze a proposito di qualche rilievo inerente alle sue indagini sul pensiero platonico. Commissario prof. Franco TrabattoniLa candidata risponde alle domande della commissione mostrando una buona padronanza dellamateria, ma senza essere sempre in grado di intervenire con la dovuta puntualità e chiarezza.CANDIDATO Giuseppe FeolaCommissario prof. Carlo NataliIl candidato mostra intelligenza vivace e buona conoscenza dei testi. Non arretra di fronte allapossibilità di affrontare percorsi molto originali e inusitati nella ricerca futura. Da lui ci si possonoaspettare ulteriori risultati di notevole interesse.Commissario prof. Franco FerrariIl candidato dimostra di padroneggiare in maniera sicura le tematiche relative alla psicologiaaristotelica. Anche le linee direttrici della sua ricerca appaiono nel complesso promettenti. Commissario prof. Franco TrabattoniDurante il colloquio il candidato dimostra di conoscere molto bene gli argomenti che studia, e anchedi essere in grado di allargare la prospettiva, ai fini delle sue ricerche future, verso tematiche ad essicorrelate.CANDIDATO Elena GrittiCommissario prof. Carlo NataliLa candidata mostra grande padronanza del periodo studiato, ammette di dover rendere piùperspicue le proprie posizioni teoriche e di dover ampliare al di là dei confini patrii il propriodialogo scientifico. Nella discussione delle pubblicazioni mostra capacità di difendere le proprie tesicon buoni argomenti. 
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Commissario prof. Franco FerrariLa candidata dimostra di padroneggiare in maniera sovrana gli argomenti sui quali vertono le suepubblicazioni. Il colloquio conferma le buone qualità della candidata ma anche l'esigenza di unparziale allargamento dei suoi interessi scientifici.Commissario prof. Franco TrabattoniLa candidata dimostra, durante il colloquio, ottime conoscenze di carattere disciplinare insieme auna buona capacità di esplicitare caratteristiche e finalità del proprio lavoro.CANDIDATO Gianluigi PasqualeCommissario prof. Carlo NataliIl candidato riconosce l'importanza della conoscenza del pensiero greco – sostanzialmente diPlatone e Aristotele – per una fondazione ontologica di una filosofia della storia. Quanto all'aspettotecnico della disciplina le sue idee appaiono abbastanza vaghe e generali.Commissario prof. Franco FerrariIl candidato discute con sufficiente competenza gli argomenti affrontati nel colloquio. Si rileva unacerta marginalità dei suoi interessi rispetto all'area scientifico-disciplinare oggetto di valutazionecomparativa.Commissario prof. Franco TrabattoniIl candidato dimostra, durante il colloquio, una notevole conoscenza di varie tematiche di caratterefilosofico, ma non appare specificamente dotato delle competenze richieste allo studioso di storiadella filosofia antica.CANDIDATO Giacinto PlesciaCommissario prof. Carlo NataliIl candidato presenta il progetto di una storia dell'ontologia di ispirazione heideggeriana; le sue ideerelative al pensiero filosofico antico risultano insieme vaghe e molto personali.Commissario prof. Franco FerrariGli interessi del candidato risultano estranei all'area scientifico-disciplinare oggetto di valutazione.Commissario prof. Franco TrabattoniIl candidato non risponde in modo adeguato alle domande della commissione e non dimostra alcunacompetenza specifica nella storia della filosofia antica.GIUDIZI COLLEGIALICANDIDATO Francesco Ademollo 
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Il candidato dimostra di padroneggiare con assoluta sicurezza gli argomenti trattati. Il giudizio dellacommissione sul suo profilo scientifico è ottimo.CANDIDATO Milena BontempiLa conoscenza della materia palesata dalla candidata è nel complesso buona, anche se nelladiscussione emerge qualche incertezza. CANDIDATO Giuseppe FeolaIl candidato dimostra buona attitudine alla ricerca. I suoi primi risultati sono largamentesoddisfacenti. Si attendono da lui ulteriori conferme.CANDIDATO Elena GrittiLa candidata dimostra di conoscere in modo impeccabile gli argomenti sui quali ha lavorato. Ilgiudizio della commissione sul suo profilo scientifico è molto buono.CANDIDATO Gianluigi PasqualeLe buone conoscenze filosofiche generali mostrate dal candidato non appaiono accompagnate dauna sufficiente competenza nell'ambito della disciplina oggetto di valutazione.CANDIDATO Giacinto PlesciaIl candidato non manifesta competenze e attitudini alla ricerca nel campo della storia della filosofiaantica.INDIVIDUAZIONE DEL VINCITOREIl giorno 20 gennaio 2012 alle ore 09.30 nei locali del Dipartimento di Filosofia dell'Universitàdegli Studi di Firenze i commissari della valutazione comparativa in epigrafe si riuniscono perl’individuazione del vincitore e per concludere la procedura.La commissione riesamina i giudizi collegiali espressi sui candidati e dopo lunga, attenta eapprofondita discussione nella quale sono comparati tra di loro tutti i candidati, la commissioneindividua all’unanimità vincitore della valutazione comparativa il sig. Francesco Ademollo per leseguenti motivazioni:Dopo lunga ed attenta discussione dei titoli scientifici presentati e delle prove sostenute daicandidati durante questa procedura di valutazione comparativa la commissione decide,all'unanimità, che il sig. Francesco Ademollo è il candidato in possesso dei migliori requisiti perricoprire il ruolo in oggetto.Alle ore 11.00 termina la seduta.Letto, approvato e sottoscrittoLA COMMISSIONEprof. Carlo Natali, presidenteprof. Franco Ferrari, membroprof. Franco Trabattoni, segretario 
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RELAZIONE RIASSUNTIVALa commissione nominata dal Rettore dell'Università degli studi di Firenze con proprio decreto n.D.R. 698 del 29 luglio 2011 e composta dal prof. Franco Ferrari, ordinario, dal prof. Carlo Natali, ordinario e dal prof. Franco Trabattoni, ordinario, si è riunita nei locali del Dipartimento di Filosofiadell'Università degli Studi di Firenze nei giorni 18 e 19 e 20 gennaio 2012 per l'espletamento dellavalutazione comparativa a n. 1 posto di ricercatore universitario di ruolo per il settore scientifico-disciplinare M-FIL/07 della Facoltà di Lettere e Filosofia bandito con D.R. n. 1241 del 26.11.2010il cui avviso è stato pubblicato nel supplemento ordinario alla G.U. - 4° serie speciale - n. 99 del 14di cembre 2010.La commissione, presa conoscenza delle disposizioni normative concernenti l'espletamento dellevalutazioni comparative, ha individuato presidente il prof. Carlo Natali e segretario il prof. FrancoTrabattoni.La commissione, nella seduta del 6.12.2011 ha deliberato i seguenti criteri di valutazione: Circa la valutazione dei criteri scientifici, la Commissione si atterrà ai criteri indicati nell'art. 6 delbando di concorso, specificandoli come segue:1. originalità, innovatività ed importanza di ciascuna pubblicazione scientifica nonché varietà degliargomenti trattati in ciascuna di esse, 2. congruenza di ciascuna pubblicazione con il settore scientifico-disciplinare per il quale è banditala procedura, ovvero con tematiche interdisciplinari ad esso correlate;3. rilevanza scientifica della collocazione editoriale di ciascuna pubblicazione;4. intensità (quantificata in rapporto al periodo di attività post-laurea) e continuità temporale dellaproduzione scientifica;5. per quanto concerne i lavori in collaborazione, ove l'apporto del candidato non siaimmediatamente deducibile dalla firma di specifici capitoli e/o paragrafi, non si procederà allavalutazione della pubblicazioneStabilisce, altresì, criteri di valutazione della discussione dei titoli e delle pubblicazioni scientifichee della verifica delle competenze linguistiche richieste:Durante la prova orale sarà data al candidato la possibilità di discutere le proprie esperienze diricerca e le pubblicazioni, approfondendo, se necessario, gli argomenti affrontati.Durante il colloquio la Commissione dovràa. appurare la maturità scientifica del candidato, partendo dalla discussione dei titoli e dellepubblicazioni presentate;b. valutare le capacità analitiche e di sintesi storica e teoricac. appurare il possesso delle competenze linguistiche richieste dal bando, attraverso la lettura e latraduzione di un brano di letteratura scientifica relativa al SSD.La commissione dichiara che nella disciplina oggetto della presente valutazione non esistonostrumenti informativi riconosciuti ed accettati che prevedano numero totale delle citazioni, numerodelle citazioni per pubblicazione, "impact factor" totale e medio per pubblicazione, indice di Hirsche simili, e che pertanto non risulta possibile tenere conto di tali elementi in sede di valutazione.La valutazione dei titoli si è svolta i giorni 18.1.2012 e 19.1.2012.Per la discussione, svoltasi il giorno 19.1.2012 sono risultati presenti i seguenti candidati: FrancescoAdemollo, Milena Bontempi, Giuseppe Feola, Elena Gritti, Gianluigi Pasquale, Giacinto Plescia. 
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Sui titoli, sulle pubblicazioni e sulla discussione di ciascun candidato sono stati espressi giudiziindividuali e collegiali.La deliberazione ha individuato vincitore il sig. Francesco Ademollo.Letto, approvato e sottoscrittoFirenze, 20 gennaio 2012LA COMMISSIONEprof. Carlo Natali, presidenteprof. Franco Ferrari, membroprof. Franco Trabattoni, segretario. 


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7 gennaio 2012

skemetys

schema-giuoco-Heidegger i. "Cum ipsi (majores homines) appellabant rem aliquam, et cum
secundum earn vocem corpus ad aliquid movebant, videbam, et
tenebam hoc ab eis vocari rem illam, quod sonabant, cum earn vellent
ostendere.   Hoc autem eos veile ex motu corporis aperiebatur: tamquam
verbis naturalibus omnium gentium, quae fiunt vultu et nutu oculorum,
ceterorumque membrorum actu, et sonitu vocis indicante affectionem
animi in petendis, habendis, rejiciendis, fugiendisve rebus. Ita verba in
variis sententiis locis suis posita, et crebro audita, quarum rerum signa
essent, paulatim colligebam, measque jam voluntates, edomito in eis
signis ore, per haec enuntiabam." (Augustine, Confessions, I. 8.)  Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein — giochi linguistici. È  ci dà da pensare l’essenza del fenomeno crea  consente spazio spazio essenza che si dispiega evento eventa nulla,  consente consenta già  qui e là costruzione gioco È  nello spazio sublimE Nulla  sublimitàNulla’evento che fonda un gioco linguistico il gioco linguistico “qui” o “là”:
 «là» qui  essere là, nel vuoto, là  Li “giochi linguistici” (ivi, § 7) è  evento nulla nulla evento è evento evento-gioco nulla evento«gioco linguistico» SprachspielWittgenstein «giochi linguistici» gioco linguistico (ivi, § 7) gioco linguistico“gioco linguistico”  «giochi linguistici» dinamiche dei giochi linguistici è già ontologica struttura dello spazio musicale, nello spazio musicale Ricerche-filosofiche-Wittgenstein ’essenziale del gioco linguistico“giochi”, giochi di palla, giochi? — esserci giochi“giochi’ concetto di gioco gioco di costruzioni schema-crea-mondo giochi c’è, l’esserci  nulla È nulla. — Ma è giocoQui senz’altro È  VOCE E IL FENOMENO crea-spazio spaziatura
decostruzione spazio-spaziatuta, deserto della forma
vuota phoné-spazialità è “in-scritto” infinita esserci
metafisica della presenza decostruzione de-costruttiva logica - metafisica della presenza presente a sé. È  voce fenomenica a sé presente, È si dà si dà, si dà È catastrofica all'infinito, presenza a sé all'infinito, infinita di infinita dal presente presenza a sè del presente. È crea infinito infinito È  phonè, storia della metafisica, voce fenomenica, essere presente a sé
– spaziale metafisico-musicale della voce, la spazialità della phonè dell'essere È spaziale spazia lo spazio crea la
presenza del presente là svelà  Lo spazio spazializza-spaziatura  È nulla non ha nulla nulla senza nulla È nulla ontologica, È presenza-del-presente infinito infinito'eventua fuor di sé. verità d'essere spazio-temporalità dispiega  voce
fenomenica della phoné.
crea spazializza spazio, È sé di sé con sé del presente infinitesimale  monade fenomenica  presenza a sé: infinitamente  infinita
ricettività.
La voce fenomenica è essere  presente,  esser a sé
presente, trascendenza a sé, la voce si
ascolta. Nulla phonè, voce fenomenica svela il suono che è nel
mondo, anzi la decostruzione della voce fenomenica della phonè svela la temporalità in sé phonè dà  crea spazio l'essere  È. È la phonè nel nulla,  nulla sovraevenienza, È ricettività. È  È già da sé “spaziatura” si spazia-spazio,  spazio è
tempo,  è fuori da sé, è  fuori-da-sé esserci nel mondo, nulla'infinitesimo crea infinito, eventua l'evento vuoto. Qui lo spazio È spaziatura, spaziale spazialità spaziatura spazialità-temporalità o spazio-tempo evento infinito vuota risonanza, spazio vuoto al di là nulla,È  spazia'infinità risonanza È esserci spatiotempo spazio-temporalinfinito, l'infinito essere o infinito nel finito"decostruzione"decostruzione  è evento essere-spazio nello spazio spazio-fonda-metafisica Qui,  fondamento metafisico vuoto "gioco"si gioca"Decostruzione", è"Infinito" nulla, decostruzione sentiero verso il nulla, risuona l'essere ousia, physis,parusia, nous, decostruzione Decostruzione decostruzione-metafisica.
È qui decostruzione della metafisica, c'è vuoto-nulla in gioco dell'essere di per sé  essere-infinito c'è nulla decostruzione, è di per sé gioco di fondamento "al di fuori e al di là" esserciCHORA-in sé senza-sostanza (ousia), è instabile, al di là chora“ricettacolo” TimeoDemiurgo “Chora’evento chora È I n-der-Welt-rein eventi dell’Essere Essere-Essenziale dell'Essere Essenziale (Wesen)Essere-spazio crea Eventi Dasein-Ereignis-Ontologie Dasein-Radura Dasein-dell’essere-nel-mondo, già essere-nel-mondo Dasein essere-nel-mondo-esser-già-in-radura GrundDaseins Dasein-Evento nulla “già” ontologico. Dasein-"gia”-ontologico dell’essere ontologico del Dasein è Dasein-«sempre-già»-Dasein del Dasein è  Dasein È già nel Dasein  il Dasein essenzia è.  Dasein già-sempre Dasein è Ereignis-senzA-ousìa<EsserEreignÌs,  «mistero» dell’essere nihil o essere delle entità assente. Qui l’essere entità è «nascosto»entità-assente assenza-presenza. Dasein Dasein-assenza assente/nascosta del Dasein è  gettatezza, essere del Dasein Dasein è il Dasein-dell’essere-Ereignis-«evenTautentico» DaseinEreignis. Dasein-già-è  Dasein. Dasein-Lethe«Essere-assenza/ presenza-dell’assenza del Dasein Dasein - perché assenza-presenza-Eventa>> Ereignis-crea-chora chora la chora platonica non possiede un’essenza chora è l’essere dell’essere. Essere-chora, perchénon c’è nessuna essenza stabile instabilità-chora  decostruzione della metafi-sica classica presenza” stabile chora chora È chorà  È chorà-scheMetys “impensata” schematesis’essere, “metafisica della presenza”“nuova ontologia”Chora non possiede un’essenza struttura della chora-chora  la chora l’essere si sottrae. Chora dà la chora gioca Dà la chora con la chora  chora sulla chora.È chora, sfugge alle categorie della logica la chora non è paradigma(Timeo).La chora-chora-chora sfugge prossima alla teologia negativa, ontologica aldi là dell’essente chora-ricettacolo-spazialità della chora-chora-spazia-lità nella chora:  pensiero dellachora, la chora  al di qua e/o al di là“ricettacolo”chora-essere non è 
fondamento stabile la chora-infinita“ricettacolo” chora. La chora chora-che-“fonda sprofondando” e che “si sottrae  fonda”la chora chora è senza-ousia-fonda la chora ontologica. La chora c’è, chora chora-ricettacolo in sé è senza fondo, sfugge è in-fondata perché è “fondante-ousia-spazia spazio spazia-lità  spazio-chora-spazialità chora-dello-spazio-Evento dell’essere ‘spazio’ che si sottrae” è la chora. È dà la chora della chora-onto-logia: disvela È schemetis del nulla, chora dell’essere-chora chora-essere, chora-spaziatura chora-senza-ousia “chiasma-chora” chora-schema crea la chora  la chora-evento dell’essere-spazio, la chora-spazio-crea-lo-spazio dello spazio, ousia-spazio spaziali-tà-chiasma: lo spazio È spazialità-chora, spazialità  intrisa di spaziotempo dello spazio-spaziale-chora-scheMetys si dà Essere-vuoto-chora crea la chora fondante crea infinita chora arché che fonda La Chora della chora-“ricettacolo” o chora-chiasma. È  chora, è noumeno che sfugge nulla della chora,  chora della chora Khôra ChoraMETYs della chora. La chora spaziatura  della choramaTESIS È schemachora-ricettacolo chora“Chorainstabile della chora singolarità”. È spazialità della chora-che-crea dà, È Abscondita  eventa si è già singolarità ontologia-Khôra Khor-Chora-ontologia chorachora chora non è nulla nulla nulla che dà non è sostanza-ousia. È Abisso in essere, spazio vuoto, ma che non è vuoto. Nel Timeo È Khora è un gioco instabile,abisso, dà sé  eventa spaziatura, erranza. Qui o là, eventua l'infinito l'infinita eventa vuota. È dà è di per sé  c'è che dà  l'infinità o l'infinito-essere è la presenza di 

nulla all'infinito, gioco di presenza-assenza. È nulla, niente, senza nulla, ontologica per nulla, nulla nella monade monade-skema-del-nulla nulla nulla-che-è-senza-ousia, senza essente, nulla senza fenomena crea è infinito nulla nulla È Essere nulla è già evento  È È musica.Tale spazio è singolarità, essere singolarità,  essere singolarità spaziale essere-spazio ontologia dellà creatura-esserci. Grund-daseyn,  spazio-esserci flusso”lì vi si getta, si getta nel suo fondo è già, si dà  è ontologia dell'essere trascendenza, lo spazio spazio-Esserci, Esserci-cronotopia di esserci per la morte,
essere-per-la fine (Sein zum Ende). Dasein-spaziotempo topologico del Dasein: “Dasein-Tode ist”. Dasein-spaziotempo 
ontologico Esserci-Dasein-spaziotempo Esserci-È-Grund-abgrund Esseretempo,  Dasein-cronotopia-Dasein-È-l'Esserci, Dasein-exstasi, Dasein
ontologia, Dasein è già Essere-spaziotempo ermeneutico-ontologico: già da sempre È Dasein-esserci, è già sempre
progetto-spaziotempo: è spaziotempo, o
spazio-Dasein-spaziotempo, Esseretempo, è  creata ontologia-dell' estasi-ontologica è  Essere già di per sé in gioco è  ontologia essere-Dasein-spaziotempo. È  Cronotopia dell'essere si dà nel vuoto,  presenza-assenza,  ontologia È si sottrae ontologia-Exstasi’infinita. È pensiero  dell'essere spazio, essere in cammino o essere nel tempospazio  è  spazio degli spazi Raum, spazio, Raum, Rum,  sgombro, spazio  essere-spazio-???a spazio-t?p?? spazio Gegenstandlose è senza-ousia, spazioRaum è nientaltro-essere/nulla-schema-  essere-spazio-che-dà  sé  presenza infinità all'infinito, è la presenza del nulla all'infinito, gioco di presenza-assenza, senza nulla, senzanulla  Senza fenomenica ontologica-nulla, nulla non è altro. Non è  nulla  nulla senza la verità senza essere nulla senza essere fenomenico.  crea nulla, perché È nulla spazio È ontologico in ontologia è ontologia senza essere  metafisica e ontologia dell'ontologia  ontologia è là infinitaldilà" essere pensante " subsistenza Dasein nell'essere che si dà Dasein evento al di là aldilà qui e ora eventaldilà in sé, sé-sé  è eventa-oltre-sé in sé è già  fino in fondo, c'è eventità  crea: Evento (Ereignis) è  Esseretempo. L'evento: Evento (Ereignis) è Esseretempo dell'essereEreignisevento è  Ereigniseventità   Ereignis è  Ereigniseventità  EssereTempo per l'evento.Qui Erezgnis"evento" l'eventessere  l'essere è eventità  Ontosofïa e Ontologia dell'eventità  ontologica: la metafisica è onto-teo-logia onto-teo-logia'essenza della metafisica è  l'evento onto-teologico: La metafisica è teologia, essere vuoto? Essere pensiero è l'evento schematesis è Ontologia,  è  "essere fondamento". L'Essere degli esseri ontologico:è ontologica. È onto-teologico della metafisica  ontologico di Esseretempo ontologica eventità  ontologica o ontologia: Essere degli esseri eventità   Essere degli esseri è fondamento dell'essere, schema-in-essere, Essere è   l'essere eventità  che non ha alcun fondamento. La fondazione è già Lichtung-eventità-evento. Crea l'evento: La stessa eventità  è pensare e essere si dà l'essere-eventità  "Essere""di essere" dell'essere è eventità  abissAle si dà nell'abisso, è lì  Ge-stell eventità  Ge-stelleventità   Ge-stell  è Ge-stelleventità  Ge-stell è Ge-stelleventità  Ge-stell è  l'evento.  Ge-stell'eventoEreignis o eventoGe-stell: Ge-stell'evento, Ge-stell è evento, evento-eventità  evento preludio: Ge-stell è evento  Ge-stell'evento. L'evento Ge-stell sulla Ge-stell è l'evento È evento: L'evento è eventessere Ge-stellevento l'evento di Evento della fondazione già in essere. Qui vi è  schemetys di fondazione dell'Essere è l'evento/ Da-sein dell'Essere di essere Essere di esserci Crea già essere evento  in sé è Da-sein'evento. L'evento già Da-sein'evento è evento-schemaGe-stell, l'evento è essere: Essereventità   Essere è già è evento. Esserevento fonda Da-sein'evento l'eventessere schemetis abissale abisseventità  schemabissale'evento vuoto fondamento dell'essere c'è nulla  vuoto: L'eventoEr-eignis nihileventità  nihil-nulla-eventità  evento. Evento dell'essere è  evento si crea evento è l'evento  eventoEreignis  l'eventoErejgniseventità. L'eventoeventità   l'evento-nulla in sé Da-sein crea evento è l'evento eventità   è l'evento nulla. L'evento eventità   evento che dà c'è nient'altro l'evento. L'evento è di "là" è l'evento "là" fonda l'evento e nulla più. Non c'è nient'altro oltre l'evento l'eventoeventità: L'evento è l'essere è l'evento evento'evento. Qui essere evento qui è evento'evento, l'evento è evento è l'evento"là"  l'evento si dà. All'evento qui l'evento evento-evento dà La Musica È già l'evento, l'evento è l'evento che la eventua. In evento in sé evento eventotempoessere l'evento è tempessere evento di Esseretempo, spazio-tempo-evento.  È DASEyN non è niente. È spazio è creatura è creatura di eventitàQui evento evento senza tempo che dà l'essere, Dà l'essere,esserci"là"  c'è "è"  l'evento-Dell'essere'evento: l'evento è evento eventessere è l'evento evento-eventità che ci sia, c'è è l'evento mistero è l'evento. Crea l'evento, essere l'evento. O essere-l'evento di esseretempo che dà l'evento di essere l'evento evento-è-essere. Esserevento di essere: "Essere evento", in fondo nulla spaziale eventità-spazialità nulla. Niente da nulla.


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5 gennaio 2012

skemetys

Spazio...spaziotempo... spazio-interspazio...spazio-è-lo-spazio-essere-spazio-???a... È essere-spazio-???a...È musica. Tale spazio è singolarità, essere singolarità,  essere singolarità spaziale essere-spazio ontologia dellà creatura-esserci. La fenomenica o epistemica, R. Lanfredini, Intenzionalità, La Nuova Italia 1997, p.36. “passaggio dal caos al cosmo” R. Lanfredini, “Coscienza e flusso della vita: il
dato opaco della fenomenologia” in Coscienza e realtà, Clinamen, Firenze 2010, pp.63-77. o entità:essere è  trascendenza,  spazio-Grund-daseyn, essere in cammino già in essere infinito. Heidegger, In cammino verso il linguaggio,  spazio-esserci nelle parole di Roberta Lanfredini: “profondità del suo flusso”lì vi si getta, si getta nel suo fondo è già un privilegio, si dà  è ontologia dell'essere trascendenza, lo spazio spazio-Esserci, Esserci-cronotopia di esserci per la morte,
essere-per-la fine (Sein zum Ende).
Il passaggio  è quello di Heidegge Dasein-spaziotempo topologico del Dasein: “Dasein-Tode ist”. Dasein-spaziotempo 
ontologico Esserci-Dasein-spaziotempo Esserci-È-Grund-abgrund Esseretempo,  Dasein-cronotopia-Dasein-È-l'Esserci, Dasein-exstasi, Dasein
ontologia, Dasein è già Essere-spaziotempo ermeneutico-ontologico: già da sempre È Dasein-esserci, è già sempre
progetto-spaziotempo: è spaziotempo, o
spazio-Dasein-spaziotempo, Esseretempo, è  creata ontologia-dell' estasi-ontologica è  Essere già di per sé in gioco è  ontologia essere-Dasein-spaziotempo. È  Cronotopia dell'essere si dà nel vuoto,  presenza-assenza,  ontologia È si sottrae ontologia-Exstasi’infinita. È pensiero  dell'essere spazio, essere in cammino o essere nel tempospazio  è  spazio degli spazi Raum, spazio, Raum, Rum,  sgombro, spazio  essere-spazio-???a spazio-t?p?? M. Heidegger, “Costruire abitare pensare” Mursia, Eraclito, Mursia. La ???a-spazio Gegenstandlose è senza-ousia, spazioRaum è nientaltro-essere/nulla-schema-essere-spazio-???a ...com...schema-giuoco-Heidegger  "Cum ipsi (majores homines) appellabant rem aliquam, et cum
secundum earn vocem corpus ad aliquid movebant, videbam, et
tenebam hoc ab eis vocari rem illam, quod sonabant, cum earn vellent
ostendere.   Hoc autem eos veile ex motu corporis aperiebatur: tamquam
verbis naturalibus omnium gentium, quae fiunt vultu et nutu oculorum,
ceterorumque membrorum actu, et sonitu vocis indicante affectionem
animi in petendis, habendis, rejiciendis, fugiendisve rebus. Ita verba in
variis sententiis locis suis posita, et crebro audita, quarum rerum signa
essent, paulatim colligebam, measque jam voluntates, edomito in eis
signis ore, per haec enuntiabam." (Augustine, Confessions, I. 8.)  Ricerche filosofiche — giochi linguistici. È  ci dà da pensare l’essenza del fenomeno, crea,  consente spazio spazio essenza che si dispiega evento, eventa nulla,  consente consenta già  qui e là costruzione gioco È  nello spazio sublimE Nulla  sublimitàNulla’evento che fonda un gioco linguistico il gioco linguistico “qui” o “là”:
 «là» qui  essere là, nel vuoto, là  Li “giochi linguistici” è  evento nulla nulla evento è evento evento-gioco nulla evento«gioco linguistico» Sprachspiel-Wittgenstein «giochi linguistici» gioco linguistico o  «giochi linguistici» dinamiche dei giochi linguistici è già ontologica struttura dello spazio musicale, nello spazio musicale essenziale del gioco linguistico“giochi”, giochi di palla, giochi? — esserci giochi“giochi’ concetto di gioco gioco di costruzioni schema-crea-mondo giochi c’è, l’esserci  nulla È nulla. — Ma è giocoQui senz’altro È  VOCE FENOMENO crea-spazio spaziatura
decostruzione spazio-spaziatuta, deserto della forma
vuota phoné-spazialità è “in-scritto” infinita esserci
metafisica della presenza decostruzione de-costruttiva logica - metafisica della presenza presente a sé. È  voce fenomenica a sé presente, È si dà si dà essere-spazio-???a, si dà È catastrofica all'infinito, presenza a sé all'infinito, infinita di infinita dal presente presenza a sè del presente. È crea infinito infinito È  phonè, storia della metafisica, voce fenomenica, essere presente a sé
– spaziale metafisico-musicale della voce, la spazialità della phonè dell'essere È spaziale spazia lo spazio crea la
presenza del presente là svelà  Lo spazio spazializza-spaziatura  È nulla non ha nulla nulla senza nulla È nulla ontologica, È presenza-del-presente infinito infinito'eventua fuor di sé, verità d'essere spazio-temporalità dispiega  voce
fenomenica della phoné.
crea spazializza spazio, È sé di sé con sé del presente infinitesimale  monade fenomenica  presenza a sé: infinitamente  infinita
ricettività.
La voce fenomenica è essere  presente,  esser a sé
presente, trascendenza a sé, la voce si
ascolta. Nulla phonè, voce fenomenica svela il suono che è nel
mondo, anzi la decostruzione della voce fenomenica della phonè svela la temporalità in sé phonè dà  crea spazio l'essere  È. È la phonè nel nulla,  nulla sovraevenienza, È ricettività. È essere-spazio-???a È già da sé “spaziatura” si spazia-spazio,  spazio è
tempo,  è fuori da sé, è  fuori-da-sé esserci nel mondo, nulla'infinitesimo crea infinito, eventua l'evento vuoto. Qui lo spazio È spaziatura, spaziale spazialità spaziatura spazialità-temporalità o spazio-tempo evento infinito vuota risonanza, spazio vuoto al di là nulla,È  spazia'infinità risonanza È esserci spatiotempo spazio-temporalinfinito, l'infinito essere o infinito nel finito"decostruzione"decostruzione  è evento essere-spazio nello spazio spazio-fonda-metafisica Qui,  fondamento metafisico vuoto "gioco"si gioca"Decostruzione", è"Infinito" nulla, decostruzione sentiero verso il nulla, risuona l'essere ousia, physis,parusia, nous, decostruzione Decostruzione decostruzione-metafisica.
È qui decostruzione della metafisica, c'è vuoto-nulla in gioco dell'essere di per sé  essere-infinito c'è nulla decostruzione, è di per sé gioco di fondamento "al di fuori e al di là" esserciCHORA-in sé senza-sostanza (ousia), è instabile, al di là chora“ricettacolo” TimeoDemiurgo “Chora’evento chora È I n-der-Welt-rein eventi dell’Essere Essere-Essenziale dell'Essere Essenziale (Wesen)Essere-spazio crea Eventi Dasein-Ereignis-Ontologie Dasein-Radura Dasein-dell’essere-nel-mondo, già essere-nel-mondo Dasein essere-nel-mondo-esser-già-in-radura GrundDaseins Dasein-Evento nulla “già” ontologico. Dasein-"gia”-ontologico dell’essere ontologico del Dasein è Dasein-«sempre-già»-Dasein del Dasein è  Dasein È già nel Dasein  il Dasein essenzia è.  Dasein già-sempre Dasein è Ereignis-senzA-ousìa<EsserEreignÌs,  «mistero» dell’essere nihil o essere delle entità assente. Qui l’essere entità è «nascosto»entità-assente assenza-presenza. Dasein Dasein-assenza assente/nascosta del Dasein è  gettatezza, essere del Dasein Dasein è il Dasein-dell’essere-Ereignis-«evenTautentico» DaseinEreignis. Dasein-già-è  Dasein. Dasein-Lethe«Essere-assenza/ presenza-dell’assenza del Dasein Dasein - perché assenza-presenza-Eventa>> Ereignis-crea-chora chora la chora platonica non possiede un’essenza chora è l’essere dell’essere. Essere-chora, perché non c’è nessuna essenza stabile instabilità-chora  decostruzione della metafi-sica classica presenza” stabile chora chora-essere-spazio-???a È chorà  È chorà-scheMetys “impensata” schematesis’essere, “metafisica della presenza”“nuova ontologia”Chora non possiede un’essenza struttura della chora-chora  la chora l’essere si sottrae. Chora dà la chora gioca Dà la chora con la chora  chora sulla chora.È chora, sfugge alle categorie della logica la chora non è paradigma(Timeo).La chora-chora-essere-spazio-???a-chora sfugge prossima alla teologia negativa, ontologica aldi là dell’essente chora-ricettacolo-spazialità della chora-chora-spazia-lità nella chora:  pensiero della chora, la chora  al di qua e/o al di là“ricettacolo”chora-essere non è 
fondamento stabile la chora-infinita“ricettacolo” chora. La chora chora-che-“fonda sprofondando” e che “si sottrae  fonda”la chora chora è senza-ousia-fonda la chora ontologica. La chora c’è, chora chora-ricettacolo in sé è senza fondo, sfugge è in-fondata perché è “fondante-ousia-spazia spazio spazia-lità  spazio-chora-spazialità chora-dello-spazio-Evento dell’essere ‘spazio’ che si sottrae” è la chora. È dà la chora della chora-onto-logia: disvela È schemetis del nulla, chora dell’essere-chora chora-essere, chora-spaziatura chora-senza-ousia “chiasma-chora” chora-schema crea la chora  la chora-evento dell’essere-spazio, la chora-spazio-crea-lo-spazio dello spazio, ousia-spazio spaziali-tà-chiasma: lo spazio È spazialità-chora, spazialità  intrisa di spaziotempo dello spazio-spaziale-chora-scheMetys si dà Essere-vuoto-chora crea la chora fondante crea infinita chora arché che fonda La Chora della chora-“ricettacolo” o chora-chiasma. È  chora, è noumeno che sfugge nulla della chora,  chora della chora Khôra ChoraMETYs della chora. La chora spaziatura  della choramaTESIS È schemachora-ricettacolo chora“Chorainstabile della chora singolarità”. È spazialità della chora-che-crea dà, È Abscondita  eventa si è già singolarità ontologia-Khôra Khor-Chora-ontologia chora-essere-spazio-???a-chora chora non è nulla nulla nulla che dà non è sostanza-ousia. È Abisso in essere, spazio vuoto, ma che non è vuoto. Nel Timeo È Khora è un gioco instabile,abisso, dà sé  eventa spaziatura, erranza. Qui o là, eventua l'infinito l'infinita eventa vuota. È dà è di per sé  c'è che dà  l'infinità o l'infinito-essere è la presenza d'essere-spazio-???a-nulla all'infinito, gioco di presenza-assenza. È nulla, niente, senza nulla, ontologica per nulla, nulla nella monade monade-skema-del-nulla nulla nulla-che-è-senza-ousia, senza essente, nulla senza fenomena crea è infinito nulla nulla-essere-spazio-???a È Essere nulla è già evento-???a...    




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23 dicembre 2011

skemurgia

...........

Cur ergo errat anima quam fecit Deus?substantia 
chaos Fonda Demiurgo che ordina il mondo 
Zaradhust o classico di Dionisio fatto a brani dai Titani 
gnosticismo o manicheismo o neoplatonismo o neo- 
pitagorismo Platone  
metafisica Fedone e nel Fedro di- 
scordia pura Bellezza-stabile Gorgia Plotino, Jam- 
blico, Proclo  magia  crea il mondo  monaDio creatore 
 risuona Cur ergo errat anima quam fecit 
Deus? Dionigi-Proclonella Magia dell' Essere il nulla, crea panteismo crea ex nihilo dal nulla  Metafisica  ricet- 
tacolo crea nulla crea crea ab inizio  crea l'Anima del Mondo crea essere nel Nulla  1'essere nulla Crea la creazione. 
 Proclo: Crea1'essere sia la sostanza che la forma oltre bellezza nulla substantia nullo o nulla in  essere  il nulla. Perchè nulla?  nulla, sono nulla il 
nulla la morte,crea la creaturaEsserel' Essere crea ex nixilo crea creata consustanzia crea dell'essereousia 1' Essere da Proclo Proclo o essere 
nulla nel mondo essere  nell'Isole dei Beati PROCLO-Timeo- PROCLO crea la mistica O essere nullum nullum  nullum  nihil del Demiurgo dei Manichei crea  estatico bellezze  risonanze  di nulla  nulla al mondo 
di nulla  crea nulla nulla crea qui fin qui qui sunt nonnul- 
lus v'e nullus crea creature  neopitagorica  spaziale C'e la bellezza  spaziale, supera lo spa- 
zio, vince lo spazio,crea la musica. 
 musica-modello degli Dei creatori crea trascende bellezza si presenta  si manifesta Nulla
prerazionale-super-razionale intuizione pura modello
Crea bellezza Demiurgo di Platone modello che crea infinito. Crea Timeo 1'infinita Bellezza nel mondo 
Tale  Demiurgo  metafisica della essenza Proclo  modello della potenza creatrice o 
meglio delle potenze creatrici  PHOCLO, Elementi di Teologia, Proclo crea creando crea modelli e schemi  insiti schemi senza 
ragione, 1' Essere increata nel mondo crea crea'essere  creature creatura nihilNihil nihil dissonare crea la creazione  nulla c'e Essere, creaVerita creatrice enti aventi  ontologica'esistenza della metafisica platonica nihil  spazia contemplal'essere puro svela  spaziotempo  
Creato nihilnihil crea  il nulla crea la figura crea la verita di pensiero nel creatore e nella creatura. 
 crea creatura creata nulla nulla svela Crea nulla  nihil  sublimi.  nulla in se nulla, nulla est nulla crea Senz'altro  PENSIERO nihil anzi  crea  nihil  crea singolarita  pen- 
siero pensante e pensiero pensato  
crea CreaNulla,  creatrix 
dell'essere l'essere nihil nihilessere nell'es- 
sere nulla,  crea nihil  creatura  Crea C'e Crea 
la creatura Creanulla 
Nihil  Nulla crea consente di es- 
sere che il nulla, vuota nulla, nullaQui creaCrea nihil crea creature vuote, crea vagheggia vagheggia crea vagheggia crea crea creata crea creato nulla vuoto crea  nulla nulla nulla dell'essere che crea e che crea 1'architettura 
e le arti, il linguaggio e le lettere, il calcolo, la musica, la filosofia,  crea eventi in nulla che crea nulla 
L'essere sublime  
C'e crea. La natura crea creatura gettata  crea crea crea 
crea crea creacrea-creacreasublime crea l'infinito. di Dio (1). Cosi per Ago- 
stino, come abbiamo visto, in rapporto alle cose terrene 
esse sono gli interpret!, per quanto in maniera umana, 
cioe imperfetta, della razionalita eterna. Ed in questa 
inerpretazione esse devono essere seguite quando non 
sorge il contrasto fra la loro voce e quella della Chiesa. 

Ci sono poi tutte le altre forme di autorita umana, 
quella degli uomini sapienti, quella di chi per qualsiasi 
motivo e degno di fede, o ha acquistato dimestichezza 
in una determinata arte o disciplina (secondo il con- 
cetto socratico) in modo da dovere essere in quel campo 
ascoltato e seguito, fino a quella piu comune e modesta 



(1) Rom., Xin, 1-2, 



282 

del genitori verso i figli, delle quali abbiamo gia par- 
lato. 

In tutti questi casi il fondamento del concetto di 
autorita e la impossibilita di conoscere tutto per espe- 
rienza propria e quindi la necessita di credere per quella 
degli altri : sicut ergo de visibilibus quae non videmus, 
eis credimus qui viderunt... de invisibilibus, quae haec 
a nostro sensu exteriore remota sunt, iis nos oportet 
credere, qui haec in illo incorporeo lumine disposita 
didicerunt vel manentia contuentur (1). 

Autorita e testimonianza di cose conosciute, massi- 
ma e indiscutibile nella Ghiesa, in cui la testimonianza 
dei martiri rende certo quanto essi hamio affermato di 
aver visto e conosciuto, minore negli altri casi fino a 
quella vaga della pubbliea opinione, soggetta in questi 
casi ad esser discussa e idonea soltanto a far riflettere 
a quanto poi la ragione potra spiegare. L'autorita e in- 
fatti guida della ragione e non altro, ma non di meno 
guida necessaria. fi luce che mette in condizione di ve- 
dere 1'occhio della mente e, per quanto Agostino ne 
dimostri la insufficienza razionale nel <c De Libero Ar- 
bitrio a proposito delle leggi umane alle quali si crede 
ma per le quali non si conosce (2), esso ne afferma 
risolu.tamente il valore nel De Ordine dove se ne fa 
una ampia trattazione e si distingue in divina e uma- 
na (3), nel cc De quantitate animae (4), nel cc De Vera 
Religione (5), in altri passi del Libero arbitrio e 



(1) De Civ. Dei, 1. XI, cap. III. 

(2) De Libero Arbitrio, 1. I, cap. IV, 9. 

(3) De Ordine, 1. II, cap. IX, 26 e 27. 

(4) De quantitate animae, cap. VII, 12. 

(5) De vera Religione, cap. VIII, 14. 



283 

nei suoi scritti posteriori, tra cui nel De Trinitate e 
soprattutto nel cc De utilitate credendi (1) in cui afferma 
risolutamente e definitivamente, come abbiamo gia vi- 
sto : melius profecto stulti omnes viverent si servi pos- 
sent esse sapientum (2). 

Cosi attraverso il concetto dell'autorita come prin- 
cipio di conoscenza viene in campo di nuovo la questione 
della liberta, di quel problema che ha assunto una for- 
ma parossistica e forse patologica nei tempi moderni: 
la liberta del pensiero, che per Agostino si presentava 
sotto nn altro aspetto: la liberta dell'errore. Agostino 
la nega. 

Se Lattanzio aveva di fronte agli imperatori romani 
invocato la liberta del pensiero in nome del tempio 
della coscenza individuale, in nome della superiore na- 
tura della ragione umana che deve essere rispettata, 
Agostino, partendo dalla sua concezione volontaristoca 
dell'errore, invoca, di fronte agli imperatori cristiani, 
la repressione dell'errore, auspica la Santa Inquisizione 
dei tempi futuri. 

L'ardente polemica con i donatisti gli da la materia 
per 1'affermazione del suo principio dinamico : cogite 
intrare o cc compelle intrare . 

Se 1'errore e un atto di volonta contrario al pensiero 
che si puo dir veramente tale soltanto se e pensiero 
vero, e necessario che 1'uomo sia condotto dall'autorita 
colla ragione o colla forza a pensare le cose vere, a ri- 
nunziare all' opera della fantasia. Costringere 1'uomo 
che erra a pensare interamente, a cercare la verita, a 



(1) De Trinitate, 1. XV, cap. XII, 21. 

(2) De utilitate credendi, cap. XII, 27. 



284 

trovare la verita e, in chi e rivestito di aitforita, non un 
diritto, ma un dovere. Se 1'errore nasce dal legame di 
una consuetudine nociva e necessario che questo legame 
sia spezzato. 

Neil'epistola XGIII cc ad Vincentium Agostino po- 
ne i suoi argomenti fondamentali su questo punto. 

Si puo perniettere che un pazzo frenetico corra li- 
beramente al precipizio? O si deve in tal caso ritrar- 
nelo anche colla forza? cc Si enim quisquam inimicum 
suum periculosis febribus phreneticum factum, currere 
videret in praeceps, nonne tune potius malum pro ma- 

10 redderet si eum sic currere permitteret, quam si cor- 
ripiendum ligamdumque curaret? (1). Quale e dunque 
un male, la violenza contro il pazzo o la rovina del 
pazzo? Indubbiamente la violenza e un bene se sottrae 

11 pazzo alia propria rovina. 

E subito dopo : cc Cum vero terrori utili doctrina sa- 
lutaris adiungitur, et non solum tenebras erroris lux 
veritatis expellat, verum etiam malae consuetudinis 
vincula vis timoris abrumpa't, de multorum sicut dixi 
salute laetamur (2). cosi la violenza in questi casi un 
atto di liberazione, non e di ostacolo alia liberta uma- 
na, ma e 1'azione che libera il pensiero dai vincoli della 
consuetudine che ha asservito la volonta dell'uomo. 

La violenza non e di per se un male come non e 
un giusto, cioe un martire chi la subisce. La violenza 
la usano i buoni e i cattivi e la subiscono i buoni e i 
cattivi. Essa e 1'esplicazione di una potenza naturale di 
per se indifferente al bene e al male se non addirittura 



(1) Ep. XCIII ad Vincentium, 2. 

(2) Ivi, 3. 



285 

buona in quanto per natura e destinata al bene: Ali- 
quando ergo et qui cam patitur, injustus est, et qui 
earn facit iustus est. Sed plane semper et mail persecuti 
sunt bonos, et boni persecuti sunt malos: illi nocendo 
per injustitiam, illi consulendo per disciplinam, illi inu- 
maniter, illi temperanter, illi servientes cupiditati, illi 
caritati. Nam qui trucidat non considerat quemadmo- 
dum secet; ille enim persequitur sanitatem, ille putre- 
dinem. Occiderunt impii prophetas, occiderunt impios 
et propbetae. Flagellaverant judaei Christum, judaeos 
flagellavit et Christus. Traditi sunt apostoli ab homi- 
nibus potestati bumanae, tradiderunt et apostoli homi- 
nes potestati Satanae. In his omnibus quid adtenditur, 
nisi quis eorum pro veritate, quis pro iniquitate, quis 
nocendi caussa, quis emendandi? (1). fi dunque il 
principio animatore della violenza che la giustifica o la 
condanna. Ne e vittima o martire chi la subisce per 
una causa giusta. Inf atti : Si semper esset laudabile 
persecutionem pati, sufficeret Domino dicere, Beati qui 
persecutioneni patiuntur; nee adderet, propter justi- 
tiam (2). fi chi si sottopone alia persecuzione per la 
verita che e martire e giusto; 1'altro e un empio che 
subisce la giusta pena del suo peccato. 

Cosi colla pena gli uomini sono ricondotti a se stessi, 
sono spinti alia necessita di pensare, sono spinti verso 
la verita oc ut coercitione exiliorum atque damnorum, 
admoneantur considerare quid, quare patiantur (3). 
Cosi la persecuzione dell'errore come ogni altra cosa puo 
essere medicina dell'anima secondo il concetto socratico. 



(1) Ep. XCHI ad Vincentium, 8. 

(2) M. 

(3) Ivi, 10. 



286 

Con essa 1'uomo e costretto a considerare il perche di es- 
sa, e portato a conoscenza del male, ha la rivelazione del 
bene. Essa e la cura della volonta la quale, traviandosi, 
ha errato e, punita, deve tornare alia propria integrita 
naturale di volonta di bene. Essa e giustificata appunto 
dalla volontarieta dell'errore appunto perche cc nee er- 
ror esset si nihil 8nulla La creazione  
bellezza: Cicerone bellezza bellezza  Proclo 
e altri neoplatonicimistica ontologica dell'esistenza di Dio Plotino................


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Copyrightgpdimonderose (Licenza standard di copyright)
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LinguaItaliano
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18 ottobre 2009

g8