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Ontologia dell’ontykona….c’è un’ontosonanza e un ontovisione o una onto-risonanza o un onto-previsione ontoepistemica dell’essere-arte-disarte-dell’ikona-dell’essere delle muse-dismuse abbandonate, ma mai fuggenti, dagli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi. Quella ontosonanza e ontovisione-disvisione si eventua alla presenza ontoepistemica del musagete-dismusagete in estatica con-templatezza della ontorisonanza-ontoprevisione delle muse-dismuse-attanziali e seducenti, anzi ontoattanti e introducenti l’ontoducenza della destinanza dell’essere-arte-dell’essere e giammai arte dell’ente o del non-ente o del niente o del nulla: giacchè lì si eventua l’ontovisione dell’essere, la visione ontologica dell’esser-arte, la risonanza ontologica dell’aletheia dell’essere compresa solo dall’ontorisonanza del musagete mitico-dismitico-ontopoietico. L’epistemica o l’ontica o l’ontoteologia negano l’evidenza di quella comprensione, negano l’esistenza dell’ontovisione e ontosonanza dell’essere, giacchè per loro l’unica visione possibile è quella della mondità: la visione della mondanità è la sola realtà plausibile, anche nella visione clonante dei mondi possibili virtuali o immaginari: esiste per loro l’unica visione del mondo senza l’essere senza essere o esserci alterità, ma la messa-dismessa in opera della verità nell’esser-arte ci svela l’esistenza della visione dell’essere, dell’interesserci, dell’interessere-disinteressere. La visione della mondità vuota giacchè gli dei sono fuggiti è una visione della vivenza dis-ontoteologica e perciò onto-visione dell’esserci del musagete in ontosonanza con le muse-dismuse senza più dei-disdei fuggenti-disfuggenti. Ma gli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi non portano con sé la verità dell’essere o il canto dell’essere o l’ikona dell’essere o la poiesis dell’essere o il mito dell’essere o la gestell dell’essere, anzi quelle varietà dell’essere si sottraggono, non fuggono insieme agli dei, ma soggiornano poeticamente con le muse-dismuse in ontosonanza con la vivenza del musagete-dismusagete che cura la verità dell’essere giammai fuggita attraverso l’onto-visione dell’essere opera d’arte mai fuggita con gli dei, ma che continua ad abitare poeticamente la radura-disradura dell’essere. Gli dei sono fuggiti dal mondo, dalla verità, dal mito, dall’epistemè, dall’esserci, dalle ikone, giammai sono fuggenti dall’essere, giacchè l’essere è indifferente di fronte all’evento della fuga-disfuga degli dei-disdei e non si lascia influenzare dalla loro fuga, infatti gli dei non sono fuggiti e mai possono fuggire dall’essere. Anzi l’essere non fugge mai dal mondo e men che mai dal mondo degli dei o dagli stessi dei-disdei, giacchè l’essere fonda il mondo e la mondità degli dei in fuga-disfuga. Tant’è che con la sua ontovisione-ontosonanza-ontopoetante imaginaria si dà e dà alla luce o si dà e dà al mondo gli dei classici o mitici o ontoteologici o eventuali o morti-risorti o immaginari, si dà e si lascia fuggire gli dei ematopoietici o si lascia sfuggire gli dei-disdei in fuga-disfuga, ma mette in opera, dismette, crea l’attanza intermittente della messa in opera dell’essere arte della creatività dell’essere-sacro, dell’essere-divino, dell’essere il dio-infuga-disfuga dal mondo e dal mito e dalla verità epistemica-disepistemica. L’essere si getta, si dà, disgetta nella mondità l’opera d’arte dell’ontorisonanza-ontovisione-ontopoetante-ontoimaginaria che crea l’ontologia mitopoietica dell’evento post-mortem del divino, dell’evento del dio-che-viene-dal-nulla, dell’eterno ritorno degli dei fuggenti-disfuggenti, qui s’eventua l’ikonopoiesis o l’ikonopoietica dell’essere che si dà quale essere-del-sacro, essere-del-divino, essere-della-mitopoiesis degli dei-disdei in fuga-disfuga nel loro eterno ritorno nell’opera d’arte del musagete-dismusagete. È la dis-apparenza dell’apparenza, il venire alla luce dell’essere che non c’era più, o che si kriptò nell’opera d’arte, per esserci aldilà dell’apparenza epistemica, quale dis-apparenza ontologica dell’ikonapoiesis dell’essere nella sua qualità d’essere arte che consente l’ontovisione dell’essere. Gli dei-disdei fuggenti-disfuggenti o fuggitivi-disfuggitivi sono fuggiti dalla mondità e forse anche dalla mondanità, ma mai sono fuggiti-fuggenti dall’essere, giacchè l’essere non si lascia sfuggire gli dei e gli dei non possono fuggire dal loro essere e forse neanche dal loro esserci: l’essere non fugge né dagli dei, né dalla mondità sacra degli dei, né dalla physis degli dei, né dalla gestell o gegenstand divina, né dalla comprensione epistemica o ermeneutica o mitopoietica o epistemologica degli dei fuggenti-fuggitivi-abbandonanti l’esserci del musagete. Anzi è l’essere che fonda e getta il mondo-degli-dei-disdei, si dà per dare alla luce l’ikonapoiesis trascendente l’ikonoclastia dell’apparenza divina fuggente-disfuggente, lascia fuggire gli dei classici o mitopoietici o gli idola bruciati dall’ikonoclastia mondana per dismettere, mettere in opera l’arte della creatività dell’essere in essere ikonapoiesis, l’arte dell’incessante creazione degli dei quale arte dell’essere che getta nella mondità l’opera d’arte dell’onto-risonanza della dis-apparenza poetante imaginaria, la quale sempre crea-discrea l’ikonapoiesis-post-ikonoclastia della re-esistenza, re-surrezione, eventuale degli dei che vengono dal nulla, dell’eterno ritorno degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi. È l’ikonapoiesis-post-ikonoclasta che si dà quale essere-arte-del-sacro-essere, dell’essere-divino-essere, della mitopoiesis della dis-apparenza-post-apparenza degli dei-disdei-post-ikonoclastia-ikonopoitica dell’opera d’arte che si disvela quale ontovisione della verità dell’essere-arte-sacra. Gli dei hanno abbandonato l’apparenza mondana per abitare divinamente il mito post-ikonoclasta per essere solo mitopoiesis archeologica, ma non hanno più soggiornato nella radura-diradanza dell’essere: lì nell’abisso-disabisso della spazialità vuota ove l’essere si eventua per abitare la mondità non c’è la presenza-assenza, né l’apparenza-dis-apparenza degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi, ma solo l’ontopoiesis o ikonapoiesis-post-ikonoclasta dell’ontosonanza-ontovisiva dell’essere. Per tali eventi l’essere non si sente abbandonato, non avverte l’apparenza-dis-apparenza dell’abbandono, anzi si lascia o lascia che dei abbandonino la mondità per rifugiarsi nel mito-post-ikonoclasta, né l’essere si rivela soccombente dinnanzi alla furia catastrofica e decostruente dell’ikonoclastia mitica dell’apparenza dell’ente-sacro, anzi è indifferente di fronte agli eventi del nihilismo-ikonoclasta attuato dalla tecnè-epistemica-mitoklastica, giacchè la sua ikonopoiesis-post-iconoclasta si dà, si eventua sulle ceneri degli eventi-ikonoclasti-mitoclasti delle entità-sacre-mondane o della mondanità. L’essere ikonapoiesis-post-ikonoclastia della mitopoiesis-post-iconoclasta si eventua anche quando gli dei sono scomparsi, o la loro apparenza è dis-apparenza, o sono fuggiti-disfuggiti dinnanzi alla volontà di potenza iconoclasta o mitoclasta della tecnica ontoteologica, o la loro fuga-disfuga sia approdata nel regno del mito per sottrarsi alla furia decostruttrice dell’iconoclastia o mitoclastia dell’epistemè-tecnè, anche dopo tutti quei possibili e plausibili eventi ed anche quando l’essenza del sacro e del divino si presenti nell’apparenza-dis-apparenza dell’eterno ritorno dell’ikonoclastia o della mitoclastia, anche allora l’essere si dis-oblia con indifferenza nella ikonapoiesis-post-iconoclastia, nell’ontosonanza dell’onto-apparenza-dis-apparenza, nell’ontovisione delle muse-dismuse dell’essere e dell’interessere, della mitopoiesis-post-mitoklastia per soggiornare quale essere-opera-d’arte del musagete-dismusagete e per eventuarsi quale verità ikonopoietica-post-iconoclasta dell’essere, quale aletheia-disaletheia dell’ikonapoiesis-post-iconoclasta della messa in opera dell’esser-arte o della dismessa ikonopoietica-post-ikonoclastica dell’opera d’arte dell’essere. Per tali e tanti eventi ontologici o per tale destinanza-post-mito-iconoclasta anche quando l’opera d’arte è abbandonata dagli dei-disdei in fuga-disfuga per apparenza-destinanza iconoclasta o mitoclasta o ontoteologica o epistemica, l’essere non si cura o è indifferente o cura la sua passione per l’indifferenza per quella fuga-disfuga e quindi mai abbandona la verità ontologica dell’opera d’arte, giacchè la sua ikonapoiesis-post-iconoclasta non è mai scalfita dal nihilismo dell’iconoclastia-mitoclastia epistemica della tecnè dell’apparenza ontica e mondana. Anche quando l’opera d’arte viene decostruita dalla tecnica-epistemica-ikonoclasta-mitoclasta la sua ikonapoiesis si eventua nell’erranza dell’ontosonanza e nell’ontovisione ematopoietica dell’ontopoiesis o imagopoiesis dell’aletheiapoiesis: giacchè è l’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis della mitopoiesis che si eventua nella gestell dell’opera d’arte, anche quando gli dei-disdei ontoteologici sono fuggiti-disfuggiti e l’arte fu ed è stata preda dell’ikonoclastia e mitoclastia della tecnica-epistemica ontica e mondana. Anzi proprio quando impera nell’arte e nella pro-gettualità la tecnè-epistemica-virtuale-ikonoclasta sopratutti allora si dà, c’è, ilya, l’eterno ritorno dell’aletheiapoiesis nella sua ontosonanza-ontovisiva-ontoprogettuale-post-ikonklasta del musagete-postmitoklasta contemplante l’ikonopoiesis delle muse-dismuse-postmuseklaste ontopoietiche-postmitoklaste e mitopoietiche-postikonoklaste. L’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis è quella che resta-invisible, disapparenza-della-apparenza, è l’esserci-mai-visto, mai-visibile, mai-udibile, mai-dicibile di fronte alla furia nihilista dell’ikonoclastia e mitoclastia evidente dopo la fuga ontoteologica degli dei-disdei o dinnanzi all’imperativo della volontà di potenza della tecnè-epistemica-iconoclasta-mitoclasta: lì nell’epoca della sua morte irreversibile c’è il suo eterno ritorno, lì ove si celebra la sua assenza ontoteologica c’è la sua presenza ontologica-postepistemica-post-tecnè. L’ontologia della verità dell’opera d’arte lì si eventua, lì nella prossimità-disallontanante o nella disallontananza-prossimante, lì nel vuoto kaos-kosmico lasciato in eredità dagli dei fuggitivi-fuggenti, lì nella radura-diradanza si dà quale gestell-postikonoklasta-che-resta-invisibile-inaudita-indicibile, mai-vista, mai-sentita, mai-detta, ontovisione mai-visibile allo sguardo paradigmatico ontoteologico ed epistemico, ontosonanza mai prima d’allora risuonante che si discopre solo alla presenza della con-temperanza del musagete-postmitoklasta e postikonoklasta-ontopoietico dell’aletheiapoiesis ikonopoietica delle muse-postmuse. L’ikonapoiesis custodisce l’enigma dell’opera d’arte, cura e krypta l’indicibile dell’esser-arte, svela alla mondità e all’esserci l’evento dell’esser-creata-arte del musagete-sempre-postepistemico-postikonoclasta-postmitoclasta-postmuse che getta e progetta l’aldilà in con-temperanza dell’ontovisione delle muse-dismuse-postmuse-dell’essere, dell’interesserci-postinteresserci, dell’interessere-postinteressere: o con più pregnanza all’essere-che-resta-invisibile o all’essere-che-resta-inaudito o all’essere-che-resta-indicibile o che fin allora era-invisibile, era-inaudito, era-indicibile, e che si disveli lì ed aldilà in essere che si eventui nell’ontosonanza e ontovisione dell’ontikona o nell’ikonapoiesis o nell’imagopoetante dell’essere musa delle post-muse-in-essere-create dall’arte. Lì in quell’essere-per-la-fine dell’arte o con-figura-disfigura-postfigura delle configurazioni postikonoklaste o in quell’essere-per-la-fine-dell’essere che è ancora invisibile-inaudito-indicibile-abissale-kaosmico si disveli l’evento dell’essere per la fine della morte o dell’essere per la fine della morte-dell’arte quale ikonapoetante dell’essere per la vivenza dell’essere o dell’essere per la vivenza dell’esser-arte-postikonoklasta-post-mitoklasta o dell’essere per la vivenza dell’opera d’arte post-muse o dell’essere per la vivenza della verità nella messa in opera dell’essere arte del musagete-postmitoklasta in contemplanza delle muse-dismuse-postmuse dell’essere. Lì si dà l’evento della com-prensione dell’essere quale ontoepistemica dell’essere-verità-dell’arte, lì si getta il pro-getto ontologico dell’ikonapoiesis-postikonoklasta-postmitoklasta dell’essere-arte-della-verità-dell’essere, dell’essere-arte-dell’aletheia-dell’essere, dell’essere-arte-della-disvelanza-dell’essere. È il pro-getto ontologico dell’essere che si eventui quando gli dei-disdei abbandonano la mondità e la mondanità e l’esserci e l’essere nel mondo per fuggire-disfuggire nel mito o nell’iconoclastia, lì nel medesimo istante l’essere abbandonato dagli dei abbandona gli dei alla loro destinanza ontopoietica per lasciare libertà d’essere alla disvelatezza dell’origine dell’opera d’arte, per essere solo arte dell’essere e mai più solo arte contemplante gli dei in fuga-disfuga ontoteologici, iconoclasti, idola della mondanità. Lì l’essere abbandona gli dei ed è abbandonato dagli dei, ma in quella diradanza vuota, in quella radura-diradanza s’eventua il progetto ontologico dell’essere arte dell’essere: l’arte consente l’onto-visione e l’ontosonanza dell’essere, quale ontologia dell’arte dell’essere-che-mai-non-c’è, ma che c’è sempre e sempre ci sarà


 

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23 dicembre 2011

skemurgia

...........

Cur ergo errat anima quam fecit Deus?substantia 
chaos Fonda Demiurgo che ordina il mondo 
Zaradhust o classico di Dionisio fatto a brani dai Titani 
gnosticismo o manicheismo o neoplatonismo o neo- 
pitagorismo Platone  
metafisica Fedone e nel Fedro di- 
scordia pura Bellezza-stabile Gorgia Plotino, Jam- 
blico, Proclo  magia  crea il mondo  monaDio creatore 
 risuona Cur ergo errat anima quam fecit 
Deus? Dionigi-Proclonella Magia dell' Essere il nulla, crea panteismo crea ex nihilo dal nulla  Metafisica  ricet- 
tacolo crea nulla crea crea ab inizio  crea l'Anima del Mondo crea essere nel Nulla  1'essere nulla Crea la creazione. 
 Proclo: Crea1'essere sia la sostanza che la forma oltre bellezza nulla substantia nullo o nulla in  essere  il nulla. Perchè nulla?  nulla, sono nulla il 
nulla la morte,crea la creaturaEsserel' Essere crea ex nixilo crea creata consustanzia crea dell'essereousia 1' Essere da Proclo Proclo o essere 
nulla nel mondo essere  nell'Isole dei Beati PROCLO-Timeo- PROCLO crea la mistica O essere nullum nullum  nullum  nihil del Demiurgo dei Manichei crea  estatico bellezze  risonanze  di nulla  nulla al mondo 
di nulla  crea nulla nulla crea qui fin qui qui sunt nonnul- 
lus v'e nullus crea creature  neopitagorica  spaziale C'e la bellezza  spaziale, supera lo spa- 
zio, vince lo spazio,crea la musica. 
 musica-modello degli Dei creatori crea trascende bellezza si presenta  si manifesta Nulla
prerazionale-super-razionale intuizione pura modello
Crea bellezza Demiurgo di Platone modello che crea infinito. Crea Timeo 1'infinita Bellezza nel mondo 
Tale  Demiurgo  metafisica della essenza Proclo  modello della potenza creatrice o 
meglio delle potenze creatrici  PHOCLO, Elementi di Teologia, Proclo crea creando crea modelli e schemi  insiti schemi senza 
ragione, 1' Essere increata nel mondo crea crea'essere  creature creatura nihilNihil nihil dissonare crea la creazione  nulla c'e Essere, creaVerita creatrice enti aventi  ontologica'esistenza della metafisica platonica nihil  spazia contemplal'essere puro svela  spaziotempo  
Creato nihilnihil crea  il nulla crea la figura crea la verita di pensiero nel creatore e nella creatura. 
 crea creatura creata nulla nulla svela Crea nulla  nihil  sublimi.  nulla in se nulla, nulla est nulla crea Senz'altro  PENSIERO nihil anzi  crea  nihil  crea singolarita  pen- 
siero pensante e pensiero pensato  
crea CreaNulla,  creatrix 
dell'essere l'essere nihil nihilessere nell'es- 
sere nulla,  crea nihil  creatura  Crea C'e Crea 
la creatura Creanulla 
Nihil  Nulla crea consente di es- 
sere che il nulla, vuota nulla, nullaQui creaCrea nihil crea creature vuote, crea vagheggia vagheggia crea vagheggia crea crea creata crea creato nulla vuoto crea  nulla nulla nulla dell'essere che crea e che crea 1'architettura 
e le arti, il linguaggio e le lettere, il calcolo, la musica, la filosofia,  crea eventi in nulla che crea nulla 
L'essere sublime  
C'e crea. La natura crea creatura gettata  crea crea crea 
crea crea creacrea-creacreasublime crea l'infinito. di Dio (1). Cosi per Ago- 
stino, come abbiamo visto, in rapporto alle cose terrene 
esse sono gli interpret!, per quanto in maniera umana, 
cioe imperfetta, della razionalita eterna. Ed in questa 
inerpretazione esse devono essere seguite quando non 
sorge il contrasto fra la loro voce e quella della Chiesa. 

Ci sono poi tutte le altre forme di autorita umana, 
quella degli uomini sapienti, quella di chi per qualsiasi 
motivo e degno di fede, o ha acquistato dimestichezza 
in una determinata arte o disciplina (secondo il con- 
cetto socratico) in modo da dovere essere in quel campo 
ascoltato e seguito, fino a quella piu comune e modesta 



(1) Rom., Xin, 1-2, 



282 

del genitori verso i figli, delle quali abbiamo gia par- 
lato. 

In tutti questi casi il fondamento del concetto di 
autorita e la impossibilita di conoscere tutto per espe- 
rienza propria e quindi la necessita di credere per quella 
degli altri : sicut ergo de visibilibus quae non videmus, 
eis credimus qui viderunt... de invisibilibus, quae haec 
a nostro sensu exteriore remota sunt, iis nos oportet 
credere, qui haec in illo incorporeo lumine disposita 
didicerunt vel manentia contuentur (1). 

Autorita e testimonianza di cose conosciute, massi- 
ma e indiscutibile nella Ghiesa, in cui la testimonianza 
dei martiri rende certo quanto essi hamio affermato di 
aver visto e conosciuto, minore negli altri casi fino a 
quella vaga della pubbliea opinione, soggetta in questi 
casi ad esser discussa e idonea soltanto a far riflettere 
a quanto poi la ragione potra spiegare. L'autorita e in- 
fatti guida della ragione e non altro, ma non di meno 
guida necessaria. fi luce che mette in condizione di ve- 
dere 1'occhio della mente e, per quanto Agostino ne 
dimostri la insufficienza razionale nel <c De Libero Ar- 
bitrio a proposito delle leggi umane alle quali si crede 
ma per le quali non si conosce (2), esso ne afferma 
risolu.tamente il valore nel De Ordine dove se ne fa 
una ampia trattazione e si distingue in divina e uma- 
na (3), nel cc De quantitate animae (4), nel cc De Vera 
Religione (5), in altri passi del Libero arbitrio e 



(1) De Civ. Dei, 1. XI, cap. III. 

(2) De Libero Arbitrio, 1. I, cap. IV, 9. 

(3) De Ordine, 1. II, cap. IX, 26 e 27. 

(4) De quantitate animae, cap. VII, 12. 

(5) De vera Religione, cap. VIII, 14. 



283 

nei suoi scritti posteriori, tra cui nel De Trinitate e 
soprattutto nel cc De utilitate credendi (1) in cui afferma 
risolutamente e definitivamente, come abbiamo gia vi- 
sto : melius profecto stulti omnes viverent si servi pos- 
sent esse sapientum (2). 

Cosi attraverso il concetto dell'autorita come prin- 
cipio di conoscenza viene in campo di nuovo la questione 
della liberta, di quel problema che ha assunto una for- 
ma parossistica e forse patologica nei tempi moderni: 
la liberta del pensiero, che per Agostino si presentava 
sotto nn altro aspetto: la liberta dell'errore. Agostino 
la nega. 

Se Lattanzio aveva di fronte agli imperatori romani 
invocato la liberta del pensiero in nome del tempio 
della coscenza individuale, in nome della superiore na- 
tura della ragione umana che deve essere rispettata, 
Agostino, partendo dalla sua concezione volontaristoca 
dell'errore, invoca, di fronte agli imperatori cristiani, 
la repressione dell'errore, auspica la Santa Inquisizione 
dei tempi futuri. 

L'ardente polemica con i donatisti gli da la materia 
per 1'affermazione del suo principio dinamico : cogite 
intrare o cc compelle intrare . 

Se 1'errore e un atto di volonta contrario al pensiero 
che si puo dir veramente tale soltanto se e pensiero 
vero, e necessario che 1'uomo sia condotto dall'autorita 
colla ragione o colla forza a pensare le cose vere, a ri- 
nunziare all' opera della fantasia. Costringere 1'uomo 
che erra a pensare interamente, a cercare la verita, a 



(1) De Trinitate, 1. XV, cap. XII, 21. 

(2) De utilitate credendi, cap. XII, 27. 



284 

trovare la verita e, in chi e rivestito di aitforita, non un 
diritto, ma un dovere. Se 1'errore nasce dal legame di 
una consuetudine nociva e necessario che questo legame 
sia spezzato. 

Neil'epistola XGIII cc ad Vincentium Agostino po- 
ne i suoi argomenti fondamentali su questo punto. 

Si puo perniettere che un pazzo frenetico corra li- 
beramente al precipizio? O si deve in tal caso ritrar- 
nelo anche colla forza? cc Si enim quisquam inimicum 
suum periculosis febribus phreneticum factum, currere 
videret in praeceps, nonne tune potius malum pro ma- 

10 redderet si eum sic currere permitteret, quam si cor- 
ripiendum ligamdumque curaret? (1). Quale e dunque 
un male, la violenza contro il pazzo o la rovina del 
pazzo? Indubbiamente la violenza e un bene se sottrae 

11 pazzo alia propria rovina. 

E subito dopo : cc Cum vero terrori utili doctrina sa- 
lutaris adiungitur, et non solum tenebras erroris lux 
veritatis expellat, verum etiam malae consuetudinis 
vincula vis timoris abrumpa't, de multorum sicut dixi 
salute laetamur (2). cosi la violenza in questi casi un 
atto di liberazione, non e di ostacolo alia liberta uma- 
na, ma e 1'azione che libera il pensiero dai vincoli della 
consuetudine che ha asservito la volonta dell'uomo. 

La violenza non e di per se un male come non e 
un giusto, cioe un martire chi la subisce. La violenza 
la usano i buoni e i cattivi e la subiscono i buoni e i 
cattivi. Essa e 1'esplicazione di una potenza naturale di 
per se indifferente al bene e al male se non addirittura 



(1) Ep. XCIII ad Vincentium, 2. 

(2) Ivi, 3. 



285 

buona in quanto per natura e destinata al bene: Ali- 
quando ergo et qui cam patitur, injustus est, et qui 
earn facit iustus est. Sed plane semper et mail persecuti 
sunt bonos, et boni persecuti sunt malos: illi nocendo 
per injustitiam, illi consulendo per disciplinam, illi inu- 
maniter, illi temperanter, illi servientes cupiditati, illi 
caritati. Nam qui trucidat non considerat quemadmo- 
dum secet; ille enim persequitur sanitatem, ille putre- 
dinem. Occiderunt impii prophetas, occiderunt impios 
et propbetae. Flagellaverant judaei Christum, judaeos 
flagellavit et Christus. Traditi sunt apostoli ab homi- 
nibus potestati bumanae, tradiderunt et apostoli homi- 
nes potestati Satanae. In his omnibus quid adtenditur, 
nisi quis eorum pro veritate, quis pro iniquitate, quis 
nocendi caussa, quis emendandi? (1). fi dunque il 
principio animatore della violenza che la giustifica o la 
condanna. Ne e vittima o martire chi la subisce per 
una causa giusta. Inf atti : Si semper esset laudabile 
persecutionem pati, sufficeret Domino dicere, Beati qui 
persecutioneni patiuntur; nee adderet, propter justi- 
tiam (2). fi chi si sottopone alia persecuzione per la 
verita che e martire e giusto; 1'altro e un empio che 
subisce la giusta pena del suo peccato. 

Cosi colla pena gli uomini sono ricondotti a se stessi, 
sono spinti alia necessita di pensare, sono spinti verso 
la verita oc ut coercitione exiliorum atque damnorum, 
admoneantur considerare quid, quare patiantur (3). 
Cosi la persecuzione dell'errore come ogni altra cosa puo 
essere medicina dell'anima secondo il concetto socratico. 



(1) Ep. XCHI ad Vincentium, 8. 

(2) M. 

(3) Ivi, 10. 



286 

Con essa 1'uomo e costretto a considerare il perche di es- 
sa, e portato a conoscenza del male, ha la rivelazione del 
bene. Essa e la cura della volonta la quale, traviandosi, 
ha errato e, punita, deve tornare alia propria integrita 
naturale di volonta di bene. Essa e giustificata appunto 
dalla volontarieta dell'errore appunto perche cc nee er- 
ror esset si nihil 8nulla La creazione  
bellezza: Cicerone bellezza bellezza  Proclo 
e altri neoplatonicimistica ontologica dell'esistenza di Dio Plotino................


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permalink | inviato da gpdimonderose il 23/12/2011 alle 16:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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