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Ontologia dell’ontykona….c’è un’ontosonanza e un ontovisione o una onto-risonanza o un onto-previsione ontoepistemica dell’essere-arte-disarte-dell’ikona-dell’essere delle muse-dismuse abbandonate, ma mai fuggenti, dagli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi. Quella ontosonanza e ontovisione-disvisione si eventua alla presenza ontoepistemica del musagete-dismusagete in estatica con-templatezza della ontorisonanza-ontoprevisione delle muse-dismuse-attanziali e seducenti, anzi ontoattanti e introducenti l’ontoducenza della destinanza dell’essere-arte-dell’essere e giammai arte dell’ente o del non-ente o del niente o del nulla: giacchè lì si eventua l’ontovisione dell’essere, la visione ontologica dell’esser-arte, la risonanza ontologica dell’aletheia dell’essere compresa solo dall’ontorisonanza del musagete mitico-dismitico-ontopoietico. L’epistemica o l’ontica o l’ontoteologia negano l’evidenza di quella comprensione, negano l’esistenza dell’ontovisione e ontosonanza dell’essere, giacchè per loro l’unica visione possibile è quella della mondità: la visione della mondanità è la sola realtà plausibile, anche nella visione clonante dei mondi possibili virtuali o immaginari: esiste per loro l’unica visione del mondo senza l’essere senza essere o esserci alterità, ma la messa-dismessa in opera della verità nell’esser-arte ci svela l’esistenza della visione dell’essere, dell’interesserci, dell’interessere-disinteressere. La visione della mondità vuota giacchè gli dei sono fuggiti è una visione della vivenza dis-ontoteologica e perciò onto-visione dell’esserci del musagete in ontosonanza con le muse-dismuse senza più dei-disdei fuggenti-disfuggenti. Ma gli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi non portano con sé la verità dell’essere o il canto dell’essere o l’ikona dell’essere o la poiesis dell’essere o il mito dell’essere o la gestell dell’essere, anzi quelle varietà dell’essere si sottraggono, non fuggono insieme agli dei, ma soggiornano poeticamente con le muse-dismuse in ontosonanza con la vivenza del musagete-dismusagete che cura la verità dell’essere giammai fuggita attraverso l’onto-visione dell’essere opera d’arte mai fuggita con gli dei, ma che continua ad abitare poeticamente la radura-disradura dell’essere. Gli dei sono fuggiti dal mondo, dalla verità, dal mito, dall’epistemè, dall’esserci, dalle ikone, giammai sono fuggenti dall’essere, giacchè l’essere è indifferente di fronte all’evento della fuga-disfuga degli dei-disdei e non si lascia influenzare dalla loro fuga, infatti gli dei non sono fuggiti e mai possono fuggire dall’essere. Anzi l’essere non fugge mai dal mondo e men che mai dal mondo degli dei o dagli stessi dei-disdei, giacchè l’essere fonda il mondo e la mondità degli dei in fuga-disfuga. Tant’è che con la sua ontovisione-ontosonanza-ontopoetante imaginaria si dà e dà alla luce o si dà e dà al mondo gli dei classici o mitici o ontoteologici o eventuali o morti-risorti o immaginari, si dà e si lascia fuggire gli dei ematopoietici o si lascia sfuggire gli dei-disdei in fuga-disfuga, ma mette in opera, dismette, crea l’attanza intermittente della messa in opera dell’essere arte della creatività dell’essere-sacro, dell’essere-divino, dell’essere il dio-infuga-disfuga dal mondo e dal mito e dalla verità epistemica-disepistemica. L’essere si getta, si dà, disgetta nella mondità l’opera d’arte dell’ontorisonanza-ontovisione-ontopoetante-ontoimaginaria che crea l’ontologia mitopoietica dell’evento post-mortem del divino, dell’evento del dio-che-viene-dal-nulla, dell’eterno ritorno degli dei fuggenti-disfuggenti, qui s’eventua l’ikonopoiesis o l’ikonopoietica dell’essere che si dà quale essere-del-sacro, essere-del-divino, essere-della-mitopoiesis degli dei-disdei in fuga-disfuga nel loro eterno ritorno nell’opera d’arte del musagete-dismusagete. È la dis-apparenza dell’apparenza, il venire alla luce dell’essere che non c’era più, o che si kriptò nell’opera d’arte, per esserci aldilà dell’apparenza epistemica, quale dis-apparenza ontologica dell’ikonapoiesis dell’essere nella sua qualità d’essere arte che consente l’ontovisione dell’essere. Gli dei-disdei fuggenti-disfuggenti o fuggitivi-disfuggitivi sono fuggiti dalla mondità e forse anche dalla mondanità, ma mai sono fuggiti-fuggenti dall’essere, giacchè l’essere non si lascia sfuggire gli dei e gli dei non possono fuggire dal loro essere e forse neanche dal loro esserci: l’essere non fugge né dagli dei, né dalla mondità sacra degli dei, né dalla physis degli dei, né dalla gestell o gegenstand divina, né dalla comprensione epistemica o ermeneutica o mitopoietica o epistemologica degli dei fuggenti-fuggitivi-abbandonanti l’esserci del musagete. Anzi è l’essere che fonda e getta il mondo-degli-dei-disdei, si dà per dare alla luce l’ikonapoiesis trascendente l’ikonoclastia dell’apparenza divina fuggente-disfuggente, lascia fuggire gli dei classici o mitopoietici o gli idola bruciati dall’ikonoclastia mondana per dismettere, mettere in opera l’arte della creatività dell’essere in essere ikonapoiesis, l’arte dell’incessante creazione degli dei quale arte dell’essere che getta nella mondità l’opera d’arte dell’onto-risonanza della dis-apparenza poetante imaginaria, la quale sempre crea-discrea l’ikonapoiesis-post-ikonoclastia della re-esistenza, re-surrezione, eventuale degli dei che vengono dal nulla, dell’eterno ritorno degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi. È l’ikonapoiesis-post-ikonoclasta che si dà quale essere-arte-del-sacro-essere, dell’essere-divino-essere, della mitopoiesis della dis-apparenza-post-apparenza degli dei-disdei-post-ikonoclastia-ikonopoitica dell’opera d’arte che si disvela quale ontovisione della verità dell’essere-arte-sacra. Gli dei hanno abbandonato l’apparenza mondana per abitare divinamente il mito post-ikonoclasta per essere solo mitopoiesis archeologica, ma non hanno più soggiornato nella radura-diradanza dell’essere: lì nell’abisso-disabisso della spazialità vuota ove l’essere si eventua per abitare la mondità non c’è la presenza-assenza, né l’apparenza-dis-apparenza degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi, ma solo l’ontopoiesis o ikonapoiesis-post-ikonoclasta dell’ontosonanza-ontovisiva dell’essere. Per tali eventi l’essere non si sente abbandonato, non avverte l’apparenza-dis-apparenza dell’abbandono, anzi si lascia o lascia che dei abbandonino la mondità per rifugiarsi nel mito-post-ikonoclasta, né l’essere si rivela soccombente dinnanzi alla furia catastrofica e decostruente dell’ikonoclastia mitica dell’apparenza dell’ente-sacro, anzi è indifferente di fronte agli eventi del nihilismo-ikonoclasta attuato dalla tecnè-epistemica-mitoklastica, giacchè la sua ikonopoiesis-post-iconoclasta si dà, si eventua sulle ceneri degli eventi-ikonoclasti-mitoclasti delle entità-sacre-mondane o della mondanità. L’essere ikonapoiesis-post-ikonoclastia della mitopoiesis-post-iconoclasta si eventua anche quando gli dei sono scomparsi, o la loro apparenza è dis-apparenza, o sono fuggiti-disfuggiti dinnanzi alla volontà di potenza iconoclasta o mitoclasta della tecnica ontoteologica, o la loro fuga-disfuga sia approdata nel regno del mito per sottrarsi alla furia decostruttrice dell’iconoclastia o mitoclastia dell’epistemè-tecnè, anche dopo tutti quei possibili e plausibili eventi ed anche quando l’essenza del sacro e del divino si presenti nell’apparenza-dis-apparenza dell’eterno ritorno dell’ikonoclastia o della mitoclastia, anche allora l’essere si dis-oblia con indifferenza nella ikonapoiesis-post-iconoclastia, nell’ontosonanza dell’onto-apparenza-dis-apparenza, nell’ontovisione delle muse-dismuse dell’essere e dell’interessere, della mitopoiesis-post-mitoklastia per soggiornare quale essere-opera-d’arte del musagete-dismusagete e per eventuarsi quale verità ikonopoietica-post-iconoclasta dell’essere, quale aletheia-disaletheia dell’ikonapoiesis-post-iconoclasta della messa in opera dell’esser-arte o della dismessa ikonopoietica-post-ikonoclastica dell’opera d’arte dell’essere. Per tali e tanti eventi ontologici o per tale destinanza-post-mito-iconoclasta anche quando l’opera d’arte è abbandonata dagli dei-disdei in fuga-disfuga per apparenza-destinanza iconoclasta o mitoclasta o ontoteologica o epistemica, l’essere non si cura o è indifferente o cura la sua passione per l’indifferenza per quella fuga-disfuga e quindi mai abbandona la verità ontologica dell’opera d’arte, giacchè la sua ikonapoiesis-post-iconoclasta non è mai scalfita dal nihilismo dell’iconoclastia-mitoclastia epistemica della tecnè dell’apparenza ontica e mondana. Anche quando l’opera d’arte viene decostruita dalla tecnica-epistemica-ikonoclasta-mitoclasta la sua ikonapoiesis si eventua nell’erranza dell’ontosonanza e nell’ontovisione ematopoietica dell’ontopoiesis o imagopoiesis dell’aletheiapoiesis: giacchè è l’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis della mitopoiesis che si eventua nella gestell dell’opera d’arte, anche quando gli dei-disdei ontoteologici sono fuggiti-disfuggiti e l’arte fu ed è stata preda dell’ikonoclastia e mitoclastia della tecnica-epistemica ontica e mondana. Anzi proprio quando impera nell’arte e nella pro-gettualità la tecnè-epistemica-virtuale-ikonoclasta sopratutti allora si dà, c’è, ilya, l’eterno ritorno dell’aletheiapoiesis nella sua ontosonanza-ontovisiva-ontoprogettuale-post-ikonklasta del musagete-postmitoklasta contemplante l’ikonopoiesis delle muse-dismuse-postmuseklaste ontopoietiche-postmitoklaste e mitopoietiche-postikonoklaste. L’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis è quella che resta-invisible, disapparenza-della-apparenza, è l’esserci-mai-visto, mai-visibile, mai-udibile, mai-dicibile di fronte alla furia nihilista dell’ikonoclastia e mitoclastia evidente dopo la fuga ontoteologica degli dei-disdei o dinnanzi all’imperativo della volontà di potenza della tecnè-epistemica-iconoclasta-mitoclasta: lì nell’epoca della sua morte irreversibile c’è il suo eterno ritorno, lì ove si celebra la sua assenza ontoteologica c’è la sua presenza ontologica-postepistemica-post-tecnè. L’ontologia della verità dell’opera d’arte lì si eventua, lì nella prossimità-disallontanante o nella disallontananza-prossimante, lì nel vuoto kaos-kosmico lasciato in eredità dagli dei fuggitivi-fuggenti, lì nella radura-diradanza si dà quale gestell-postikonoklasta-che-resta-invisibile-inaudita-indicibile, mai-vista, mai-sentita, mai-detta, ontovisione mai-visibile allo sguardo paradigmatico ontoteologico ed epistemico, ontosonanza mai prima d’allora risuonante che si discopre solo alla presenza della con-temperanza del musagete-postmitoklasta e postikonoklasta-ontopoietico dell’aletheiapoiesis ikonopoietica delle muse-postmuse. L’ikonapoiesis custodisce l’enigma dell’opera d’arte, cura e krypta l’indicibile dell’esser-arte, svela alla mondità e all’esserci l’evento dell’esser-creata-arte del musagete-sempre-postepistemico-postikonoclasta-postmitoclasta-postmuse che getta e progetta l’aldilà in con-temperanza dell’ontovisione delle muse-dismuse-postmuse-dell’essere, dell’interesserci-postinteresserci, dell’interessere-postinteressere: o con più pregnanza all’essere-che-resta-invisibile o all’essere-che-resta-inaudito o all’essere-che-resta-indicibile o che fin allora era-invisibile, era-inaudito, era-indicibile, e che si disveli lì ed aldilà in essere che si eventui nell’ontosonanza e ontovisione dell’ontikona o nell’ikonapoiesis o nell’imagopoetante dell’essere musa delle post-muse-in-essere-create dall’arte. Lì in quell’essere-per-la-fine dell’arte o con-figura-disfigura-postfigura delle configurazioni postikonoklaste o in quell’essere-per-la-fine-dell’essere che è ancora invisibile-inaudito-indicibile-abissale-kaosmico si disveli l’evento dell’essere per la fine della morte o dell’essere per la fine della morte-dell’arte quale ikonapoetante dell’essere per la vivenza dell’essere o dell’essere per la vivenza dell’esser-arte-postikonoklasta-post-mitoklasta o dell’essere per la vivenza dell’opera d’arte post-muse o dell’essere per la vivenza della verità nella messa in opera dell’essere arte del musagete-postmitoklasta in contemplanza delle muse-dismuse-postmuse dell’essere. Lì si dà l’evento della com-prensione dell’essere quale ontoepistemica dell’essere-verità-dell’arte, lì si getta il pro-getto ontologico dell’ikonapoiesis-postikonoklasta-postmitoklasta dell’essere-arte-della-verità-dell’essere, dell’essere-arte-dell’aletheia-dell’essere, dell’essere-arte-della-disvelanza-dell’essere. È il pro-getto ontologico dell’essere che si eventui quando gli dei-disdei abbandonano la mondità e la mondanità e l’esserci e l’essere nel mondo per fuggire-disfuggire nel mito o nell’iconoclastia, lì nel medesimo istante l’essere abbandonato dagli dei abbandona gli dei alla loro destinanza ontopoietica per lasciare libertà d’essere alla disvelatezza dell’origine dell’opera d’arte, per essere solo arte dell’essere e mai più solo arte contemplante gli dei in fuga-disfuga ontoteologici, iconoclasti, idola della mondanità. Lì l’essere abbandona gli dei ed è abbandonato dagli dei, ma in quella diradanza vuota, in quella radura-diradanza s’eventua il progetto ontologico dell’essere arte dell’essere: l’arte consente l’onto-visione e l’ontosonanza dell’essere, quale ontologia dell’arte dell’essere-che-mai-non-c’è, ma che c’è sempre e sempre ci sarà


 

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5 settembre 2013

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............Ecco una parola non disse del particolare della sua bellezza; nulla o alcuna idea precisa della sua persona; nessuno ha detto una sola parola in tutta l'immaginazione o immagina brillanti colori, o immagina la fragranza di una rosa immagina l' origine della sublymanza, nel senso della sublyme-bellezza: il costruire un determinato tempio di Zeus, oppure la svelatezza ab-scissa, ovvero il portare-in-posizione una determinata statua di Apollo, oppure il portare in scena una tragedia: non è soltanto l’alterezza di una sublymanza: disposizione in quanto alterezza è mitopoiesis . Consacrare o mitopoiesis significa “rendere sacro”, nel senso che nell’offerenza del sublyme il sacro viene svelato in quanto ciò che è sacro è il Dio e viene cercato extraendolo dentro la disvelatezza della sua presenza. Alla mitopoiesis: omaggio alla dignità e allo splendore del Dio. Dignità e splendore vengono svelati nella sublyme-bellezza, non accanto o dietro alle quali si sia il Dio, bensì esso si dà alla presenza nella dignità e nello splendore. Ogni disposizione nel senso dell’alterezza mitopoietica è anche sempre ab-scissione eventuata in quanto modalità di collocazione dell’edificio e della statua, in quanto dire e nominare all’interno di un linguaggio. All’inverso una collocazione e una sistemazione non sono già una disposizione nel senso dell’alterezza che pone-in-costruzione; infatti, si presuppone che il sublyme da erigere, da disporre, possieda già in sé il tratto essenziale della disposizione, sia cioè se stesso, in ciò che sia più la risonanza. Ma in che modo si coglie la risonanza autentica, che dispieghi l'ab-scindere e l'eventuarsi dell’essere-sublyme? La sublymanza è in sé una ab-scissa nella quale un mondo viene svelato a forza o in dinamica estatica e, in quanto svelato, gettato in ab-scissa. Ma che cos’è un mondo? Ciò si lascia dire qui esclusivamente nell’allusione: il mondo non è l’insieme delle cose-aderenze sussistenti in quanto risultato di un’enumerazione, eseguita in dettaglio o anche solo pensata, delle medesime. Tuttavia, se non è la somma di ciò che è sussistente, tanto meno il mondo è l’ambito solamente immaginato e mentalmente prefigurato per il sussistente. Il mondo mondifica e svela il nostro esserci in quanto è una scorta all’interno della quale permangono disvelati, l’indugio e la fretta, la lontananza e la prossimità, l’ampiezza e l’angustia di ogni essente. Quella scorta non viene mai incontro come oggetto, ma, indiziando, trattiene estatizzati il fare e lasciare entro una risonanza, dai quali la grazia che chiama con un cenno e la sciagura che abbatte con un colpo, proprie degli Dèi, hanno il loro avvento o il restare-assente è una modalità in cui il mondo mondifica. Quell'indiziante può soccombere al disordine ed essere così un non-mondo: sia mondo o non-mondo, in ogni inoggettualità, più essente di qualsiasi delle cose sussistenti e sussunte, nelle quali, in modo conforme alla quotidianità, crediamo di essere di casa. Il mondo, però, è sempre l'indicibile; mentre sappiamo ciò, non sappiamo cosa sappiamo in-oggetto, nel senso di in-contrastante o contrastanza. Ora, il mondo è ciò che il sublyme es-pone, esso cioè e-rompe e conduce la svelatezza a restare in stabilità, alla dimora mondificante. Extra-ponendo il sublyme essenziale della svelatezza-di-mondo disvela un vuoto essere-capace e forse provoca persino una qualche “impressione”. Mentre il sublyme in risonanza, libera e custodisce e cura un mondo, è in ekstasy quel sovrano rifiuto che allontana il sussistente: l'indicibile che si addensa attorno è quell’isolamento nel quale il sublyme si disvela: in virtù della solitudine, in ekstasy riesce di ergersi-fuori nella svelatezza, e di pro-curarsi la sua dimensione sublyme. Mentre il sublyme conduce il suo mondo alla risonanza, si procura per la prima volta il compito al servizio del quale sta, crea se stesso, lo spazio che domina e determina se stesso, il luogo nel quale giunge in estasy nel sito-alterezza. L'ab-scissa come alterezza estatika consacrante dà fondo nella disposizione come disvelata libertà di un mondo. Quella può sottrarsi nell’inessenziale sublime sottrazione-di-mondo e della disgregazione-di-mondo certamente sussistente, ma non c’è più, è in fuga. Questo essere-via non è però un nulla, bensì la fuga stessa permane nel sublyme sussistente, e allora tale fuga si trova ancora soltanto con l’ab-scissa assentemente presente, all’essere-sublyme appartiene la risonanza dinamica infinita dell'apeiron nell'arkè, giacché l’essere-sublyme non può essere afferrato concettualmente a partire dall’essere-genesi, bensì, al contrario, l’essere-genesi a partire dall’essere-sublyme. Per contrassegnare il tratto essenziale nell’essere-sublyme in risonanza è deposta quale pietra, legno, metallo, colore, suono e lingua. Tutto ciò è l'ilemorfico, condotto entro una morfogenesi. Successivamente, tale scomposizione del sublyme lascia maturare ancora ulteriori distinzioni secondo argomento, contenuto e configurazione. L’utilizzo delle determinazioni di ilemorfia in riferimento al sublyme è possibile sempre e in qualsiasi momento, di esso si occupano tutti con facilità e per questo, da secoli, è divenuto corrente: discendono dall’interpretazione del tutto univoca dell’essente che Platone e Aristotele fecero valere alla fine della filosofia greca. Secondo di essa, tutto l’essente possiede ogni volta un suo proprio aspetto, che si mostra nella sua morfologia. Un essente sta all’interno di tale morfologia in quanto aderente al gegenstand e può essere pro-gettato. L’essente in quanto essente è sempre il sussistente fondato. Quell’interpretazione dell’essere dell’essente non è attinta dalla sperimentazione del sublyme, però la decostruzione è applicabile al sublyme sempre e in ogni momento, in virtù dell’essere quale essere-sublyme. Se si delinei l’essere-sublyme quale alterezza, allora con ciò non può intendersi che sia costituito da una ilemorfia, o non solo e non tanto giacchè il sublyme è risonanza dell'a-ilemorfico o immateriale o transcendenza della purezza dell'ente e del non-ente, quale niente o nulla. Ma che cosa è l'ab-scissa della risonanza-sublyme ? Così come il sublyme si dà nel mondo, si eventua nella sua curvatura ellittica o iperbolica o metabolica o nella varietà chiasmale moebiusiana in relatività monadale delle singalarità virtuali, altrettanto si risprofonda nella pesantezza della pietra, nella durezza e nella lucentezza del metallo, nella compattezza e nella duttilità del legno, nello sfavillio e nella cupezza del colore, nella risonanza del suono e nella forza virtuosa della parola. Tutto ciò non viene in luce per la prima volta nel sublyme, siano gravità, rilucenza, sfavillio, risonanza? O non è invece il gravare del masso e la lucentezza dei metalli, l'estasy in alterezza e la duttilità dell’albero, la luce del giorno e il buio della notte, la fluttuanza delle onde e il bisbigliare tra i rami? Come potremmo nominare o pensare o intuire, quale cognizione della adeguatezza, tutto ciò? La singolarità virtuosa di quest’insuperabile completezza lo chiamiamo sublyme e con ciò non intendiamo il globo planetario, bensì la completezza, la varietà virtuosa di mare e monti, di tempeste ed aria, di giorno e notte, gli alberi e l’erba, l’aquila e il destriero. Quel sublyme che cos’è? Ciò che dispieghi risonanza e completezza e tuttavia sia reversibile nel chiasma moebiusiano topologico, quale eterno ritorno nell'essere in vista dell'essere sublyme all'indietro e trattenente e custodente quale cura autentica ciò che è dispiegato. La pietra grava, mostra pesantezza e proprio così si ritrae in se stessa; il colore si accende e resta tuttavia chiuso; il suono risuona e tuttavia non emerge nella svelatezza in completezza. Ciò che emerge nel disvelato, invece, è esattamente lo schiudersi ed è l’essenza del sublyme. Tutte le cose rifluiscono nella relativa singolarità virtuale: nell'ontogenesi delle monadi ....... EssereVENTO dell'Essere radura dell'Essere. L'"Essere" è evento di sé Essere è METAEVENTO dell'Essere crea schema nulla dall'essere stabilità dell'essere Nulla non è altro che "nulla" dell'essere. L'essere "è" METAEVENTO del suo essere nella radura dell'essere dal nulla È già lì METAEVENTO dell'essere perché già è diradata nulla è nulla nel nulla daessere È già essere nella storia della storia dell'essere. È già l'essere! Crea l'essere è l'ultimo Evento. Nulla dell'Essere che già supera La metafisica Imposta la fine della metafisica. L'Evento dell'essere getta nell'essere l'abisso dell'essere Esserevento Essere o evento o abisso dell'essere vuoto dell'essere l'ultimoEVEnTO nulla dell'essere infinità dell'essere è l'essenza della storiaDell'esser-ci "è" METAEVENTO dell'Essere crea è di per séEventoEssere dell'Essere evento o dispiegarsi dell'essere CReA METAEVENTO È l'essere già EvEnTO dell'essere ontostoria dell'Essere schema dell'evento già dell'EssereEvento dell'essere METAEVENTO dell'Essere SchemaEvento Daessere l'evento dell'essere evento dell'essere evento che supera la metafisica è in sé è EvEnto MetaEventoEstasi lì in sé DaEssere latenzA Ereignisestäsi Ereignis"de-costruzione" "Ereignis"Estasi MetaEventO dell'essere de-costruzione ontologica Estasi dell'essere-là - "ex-statica" ontologica dell'essere già lì Estasi già EreignisEvento dell'essere"Ereignistopologica""là" già"EventoEreignis de-costruzione della storia della ontologia": Ereignis dall'Essere dell'EssereEventoLichtung EstasiEvento dell'essereEreignis EreignisDaEreignis è Ereignis Ereignis EreignisEvento"là" è già eventoEreignis"evento"già di per sé metaEvEntoEreignis Lì EreignisEvento EreignisEvento "Ereignis" vedi tutto EssereVENTO dell'Essere radura dell'Essere. L'"Essere" è evento di sé Essere è METAEVENTO dell'Essere crea schema nulla dall'essere stabilità dell'essere Nulla non è altro che "nulla" dell'essere. L'essere "è" METAEVENTO del suo essere nella radura dell'essere dal nulla È già lì METAEVENTO dell'essere perché già è diradata nulla è nulla nel nulla daessere È già essere nella storia della storia dell'essere. È già l'essere! Crea l'essere è l'ultimo Evento. Nulla dell'Essere che già supera La metafisica Imposta la fine della metafisica. L'Evento dell'essere getta nell'essere l'abisso dell'essere Esserevento Essere o evento o abisso dell'essere vuoto dell'essere l'ultimoEVEnTO nulla dell'essere infinità dell'essere è l'essenza della storiaDell'esser-ci "è" METAEVENTO dell'Essere crea è di per séEventoEssere dell'Essere evento o dispiegarsi dell'essere CReA METAEVENTO È l'essere già EvEnTO dell'essere ontostoria dell'Essere schema dell'evento già dell'EssereEvento dell'essere METAEVENTO dell'Essere SchemaEvento Daessere l'evento dell'essere evento dell'essere evento che supera la metafisica è in sé è EvEnto MetaEventoEstasi lì in sé DaEssere latenzA Ereignisestäsi Ereignis"de-costruzione" "Ereignis"Estasi MetaEventO dell'essere de-costruzione ontologica Estasi dell'essere-là - "ex-statica" ontologica dell'essere già lì Estasi già EreignisEvento dell'essere"Ereignistopologica""là" già"EventoEreignis de-costruzione della storia della ontologia": Ereignis dall'Essere dell'EssereEventoLichtung EstasiEvento dell'essereEreignis EreignisDaEreignis è Ereignis Ereignis EreignisEvento"là" è già eventoEreignis"evento"già di per sé metaEvEntoEreignis Lì EreignisEvento EreignisEvento "Ereignis" Ereignis'"Ereignis"Ereignis "EventoEreignis" Ereignis Ereignisevento "Evento""Evento: l'evento Evento lì"Evento"Ereignis EreignisEvento là "Evento" lì RisonanZa L'ultimoEvento "risonanza" dell'essereEvento svela l'esserelì evento dell'Essere "Eventoabisso" dell'essere"risonanza": "risonanzaEstasi" dell'essere. Essere"risonanza"dell'essereEreignisevento lì "risonanza""Ereignis"dell'Essere"crea"'"eventoEreignis" dell'essere. Ereignisgià dell'essere Ereignis è Ereignis "risonanza dell'EssereEreignis" "TopologiaEreignis"ex-statica EventoEreignis"Ereignis" dell'essere ontologia daessere"abisso"evento ""abisso"del nulla"Evento"Ereignis È Ereignis EreignislìEreignis dell'EssereEreignisEventodasEreignisEvento evento è L'eventoEstasi "Evento" dell '"evento""evento""Ereignis" "Evento" '"evento" è "topologiacatastrofe""topologiaEvento""evento"è lìEreignisEreigniseventoEreignis Er-eignisEreignisEventovuotoEreigniseventoevento:L'eventoEr-eignis topologiaEreignisEventoEreignistopologiaEreignisEventoEreignisEvento dell'essereEreignislì"è lì""Ereignis""eventoEreignis"EreignisEreigniseventoeventoEreigniseventoEventoEreignis è Evento È Evento evento l'evento è Ereignisevento Evento Ereignisevento è Ereignis Ereignisnulla dell'essere-là È"essere-là" dell'essere"abisso" EventoEreignisEvento "evento evento topologico" dell'Esserelà dell'essere EventoEreignis "topologia" "EventoEreignis" "topologiaEreignis" Ereignis"topologia"EventoEreignis" È "Topologia" eventoEreignis dell'EssereEreignis Ereignis "Ereignis" là in sé dell'essereEvento evento dell'essereEreignisLichtungcatastrofe eventoEreignis EreignisEventoLì Ereignislì Ereignis Ereignis daessere là Ereignislà EreignisEvento "Ereignis"topologicoEreignis EreignisEvento "è" "Ereignis"EreignisEreignis dell'Essere Ereignis Ereignis Ereignis dell'EssereEreignis EreignisEr-eignis. L'essereEreignis Ereignis È nulla È Nihil dell'essereEvento"è lì"Ereignis dell'essere"è lì"Ereignis Ereignis che dà EreignisEvento "Ereignis" l'essere-làEreignis "Ereignis": "Evento topologico" dell'essere nullaNihilAbyssale Ereignis "topologia" dell"Ereignis Ereignis dell'ontologia dell'essereEvento EventoEvento evento in sé Ereignis l'evento topologicoEreignis"Ereignis""Ereignistopologia"che dà eventoEreignis Ereignis EreignisEreignis Ereignis È "Ereignis" '" eventoEreignis" della "topologia" — Preceding unsigned comment added by 79.49.133.58 (talk) 17:46, 30 May 2012 (UTC)
..........................................................Ecco una parola non disse del particolare della sua bellezza; nulla o alcuna idea precisa della sua persona; nessuno ha detto una sola parola in tutta l'immaginazione o immagina brillanti colori, o immagina la fragranza di una rosa immagina l' origine della sublymanza, nel senso della sublyme-bellezza: il costruire un determinato tempio di Zeus, oppure la svelatezza ab-scissa, ovvero il portare-in-posizione una determinata statua di Apollo, oppure il portare in scena una tragedia: non è soltanto l’alterezza di una sublymanza: disposizione in quanto alterezza è mitopoiesis . Consacrare o mitopoiesis significa “rendere sacro”, nel senso che nell’offerenza del sublyme il sacro viene svelato in quanto ciò che è sacro è il Dio e viene cercato extraendolo dentro la disvelatezza della sua presenza. Alla mitopoiesis: omaggio alla dignità e allo splendore del Dio. Dignità e splendore vengono svelati nella sublyme-bellezza, non accanto o dietro alle quali si sia il Dio, bensì esso si dà alla presenza nella dignità e nello splendore. Ogni disposizione nel senso dell’alterezza mitopoietica è anche sempre ab-scissione eventuata in quanto modalità di collocazione dell’edificio e della statua, in quanto dire e nominare all’interno di un linguaggio. All’inverso una collocazione e una sistemazione non sono già una disposizione nel senso dell’alterezza che pone-in-costruzione; infatti, si presuppone che il sublyme da erigere, da disporre, possieda già in sé il tratto essenziale della disposizione, sia cioè se stesso, in ciò che sia più la risonanza. Ma in che modo si coglie la risonanza autentica, che dispieghi l'ab-scindere e l'eventuarsi dell’essere-sublyme? La sublymanza è in sé una ab-scissa nella quale un mondo viene svelato a forza o in dinamica estatica e, in quanto svelato, gettato in ab-scissa. Ma che cos’è un mondo? Ciò si lascia dire qui esclusivamente nell’allusione: il mondo non è l’insieme delle cose-aderenze sussistenti in quanto risultato di un’enumerazione, eseguita in dettaglio o anche solo pensata, delle medesime. Tuttavia, se non è la somma di ciò che è sussistente, tanto meno il mondo è l’ambito solamente immaginato e mentalmente prefigurato per il sussistente. Il mondo mondifica e svela il nostro esserci in quanto è una scorta all’interno della quale permangono disvelati, l’indugio e la fretta, la lontananza e la prossimità, l’ampiezza e l’angustia di ogni essente. Quella scorta non viene mai incontro come oggetto, ma, indiziando, trattiene estatizzati il fare e lasciare entro una risonanza, dai quali la grazia che chiama con un cenno e la sciagura che abbatte con un colpo, proprie degli Dèi, hanno il loro avvento o il restare-assente è una modalità in cui il mondo mondifica. Quell'indiziante può soccombere al disordine ed essere così un non-mondo: sia mondo o non-mondo, in ogni inoggettualità, più essente di qualsiasi delle cose sussistenti e sussunte, nelle quali, in modo conforme alla quotidianità, crediamo di essere di casa. Il mondo, però, è sempre l'indicibile; mentre sappiamo ciò, non sappiamo cosa sappiamo in-oggetto, nel senso di in-contrastante o contrastanza. Ora, il mondo è ciò che il sublyme es-pone, esso cioè e-rompe e conduce la svelatezza a restare in stabilità, alla dimora mondificante. Extra-ponendo il sublyme essenziale della svelatezza-di-mondo disvela un vuoto essere-capace e forse provoca persino una qualche “impressione”. Mentre il sublyme in risonanza, libera e custodisce e cura un mondo, è in ekstasy quel sovrano rifiuto che allontana il sussistente: l'indicibile che si addensa attorno è quell’isolamento nel quale il sublyme si disvela: in virtù della solitudine, in ekstasy riesce di ergersi-fuori nella svelatezza, e di pro-curarsi la sua dimensione sublyme. Mentre il sublyme conduce il suo mondo alla risonanza, si procura per la prima volta il compito al servizio del quale sta, crea se stesso, lo spazio che domina e determina se stesso, il luogo nel quale giunge in estasy nel sito-alterezza. L'ab-scissa come alterezza estatika consacrante dà fondo nella disposizione come disvelata libertà di un mondo. Quella può sottrarsi nell’inessenziale sublime sottrazione-di-mondo e della disgregazione-di-mondo certamente sussistente, ma non c’è più, è in fuga. Questo essere-via non è però un nulla, bensì la fuga stessa permane nel sublyme sussistente, e allora tale fuga si trova ancora soltanto con l’ab-scissa assentemente presente, all’essere-sublyme appartiene la risonanza dinamica infinita dell'apeiron nell'arkè, giacché l’essere-sublyme non può essere afferrato concettualmente a partire dall’essere-genesi, bensì, al contrario, l’essere-genesi a partire dall’essere-sublyme. Per contrassegnare il tratto essenziale nell’essere-sublyme in risonanza è deposta quale pietra, legno, metallo, colore, suono e lingua. Tutto ciò è l'ilemorfico, condotto entro una morfogenesi. Successivamente, tale scomposizione del sublyme lascia maturare ancora ulteriori distinzioni secondo argomento, contenuto e configurazione. L’utilizzo delle determinazioni di ilemorfia in riferimento al sublyme è possibile sempre e in qualsiasi momento, di esso si occupano tutti con facilità e per questo, da secoli, è divenuto corrente: discendono dall’interpretazione del tutto univoca dell’essente che Platone e Aristotele fecero valere alla fine della filosofia greca. Secondo di essa, tutto l’essente possiede ogni volta un suo proprio aspetto, che si mostra nella sua morfologia. Un essente sta all’interno di tale morfologia in quanto aderente al gegenstand e può essere pro-gettato. L’essente in quanto essente è sempre il sussistente fondato. Quell’interpretazione dell’essere dell’essente non è attinta dalla sperimentazione del sublyme, però la decostruzione è applicabile al sublyme sempre e in ogni momento, in virtù dell’essere quale essere-sublyme. Se si delinei l’essere-sublyme quale alterezza, allora con ciò non può intendersi che sia costituito da una ilemorfia, o non solo e non tanto giacchè il sublyme è risonanza dell'a-ilemorfico o immateriale o transcendenza della purezza dell'ente e del non-ente, quale niente o nulla. Ma che cosa è l'ab-scissa della risonanza-sublyme ? Così come il sublyme si dà nel mondo, si eventua nella sua curvatura ellittica o iperbolica o metabolica o nella varietà chiasmale moebiusiana in relatività monadale delle singalarità virtuali, altrettanto si risprofonda nella pesantezza della pietra, nella durezza e nella lucentezza del metallo, nella compattezza e nella duttilità del legno, nello sfavillio e nella cupezza del colore, nella risonanza del suono e nella forza virtuosa della parola. Tutto ciò non viene in luce per la prima volta nel sublyme, siano gravità, rilucenza, sfavillio, risonanza? O non è invece il gravare del masso e la lucentezza dei metalli, l'estasy in alterezza e la duttilità dell’albero, la luce del giorno e il buio della notte, la fluttuanza delle onde e il bisbigliare tra i rami? Come potremmo nominare o pensare o intuire, quale cognizione della adeguatezza, tutto ciò? La singolarità virtuosa di quest’insuperabile completezza lo chiamiamo sublyme e con ciò non intendiamo il globo planetario, bensì la completezza, la varietà virtuosa di mare e monti, di tempeste ed aria, di giorno e notte, gli alberi e l’erba, l’aquila e il destriero. Quel sublyme che cos’è? Ciò che dispieghi risonanza e completezza e tuttavia sia reversibile nel chiasma moebiusiano topologico, quale eterno ritorno nell'essere in vista dell'essere sublyme all'indietro e trattenente e custodente quale cura autentica ciò che è dispiegato. La pietra grava, mostra pesantezza e proprio così si ritrae in se stessa; il colore si accende e resta tuttavia chiuso; il suono risuona e tuttavia non emerge nella svelatezza in completezza. Ciò che emerge nel disvelato, invece, è esattamente lo schiudersi ed è l’essenza del sublyme. Tutte le cose rifluiscono nella relativa singolarità virtuale: nell'ontogenesi delle monadi ....... EssereVENTO dell'Essere radura dell'Essere. L'"Essere" è evento di sé Essere è METAEVENTO dell'Essere crea schema nulla dall'essere stabilità dell'essere Nulla non è altro che "nulla" dell'essere. L'essere "è" METAEVENTO del suo essere nella radura dell'essere dal nulla È già lì METAEVENTO dell'essere perché già è diradata nulla è nulla nel nulla daessere È già essere nella storia della storia dell'essere. È già l'essere! Crea l'essere è l'ultimo Evento. Nulla dell'Essere che già supera La metafisica Imposta la fine della metafisica. L'Evento dell'essere getta nell'essere l'abisso dell'essere Esserevento Essere o evento o abisso dell'essere vuoto dell'essere l'ultimoEVEnTO nulla dell'essere infinità dell'essere è l'essenza della storiaDell'esser-ci "è" METAEVENTO dell'Essere crea è di per séEventoEssere dell'Essere evento o dispiegarsi dell'essere CReA METAEVENTO È l'essere già EvEnTO dell'essere ontostoria dell'Essere schema dell'evento già dell'EssereEvento dell'essere METAEVENTO dell'Essere SchemaEvento Daessere l'evento dell'essere evento dell'essere evento che supera la metafisica è in sé è EvEnto MetaEventoEstasi lì in sé DaEssere latenzA Ereignisestäsi Ereignis"de-costruzione" "Ereignis"Estasi MetaEventO dell'essere de-costruzione ontologica Estasi dell'essere-là - "ex-statica" ontologica dell'essere già lì Estasi già EreignisEvento dell'essere"Ereignistopologica""là" già"EventoEreignis de-costruzione della storia della ontologia": Ereignis dall'Essere dell'EssereEventoLichtung EstasiEvento dell'essereEreignis EreignisDaEreignis è Ereignis Ereignis EreignisEvento"là" è già eventoEreignis"evento"già di per sé metaEvEntoEreignis Lì EreignisEvento EreignisEvento "Ereignis" vedi tutto EssereVENTO dell'Essere radura dell'Essere. L'"Essere" è evento di sé Essere è METAEVENTO dell'Essere crea schema nulla dall'essere stabilità dell'essere Nulla non è altro che "nulla" dell'essere. L'essere "è" METAEVENTO del suo essere nella radura dell'essere dal nulla È già lì METAEVENTO dell'essere perché già è diradata nulla è nulla nel nulla daessere È già essere nella storia della storia dell'essere. È già l'essere! Crea l'essere è l'ultimo Evento. Nulla dell'Essere che già supera La metafisica Imposta la fine della metafisica. L'Evento dell'essere getta nell'essere l'abisso dell'essere Esserevento Essere o evento o abisso dell'essere vuoto dell'essere l'ultimoEVEnTO nulla dell'essere infinità dell'essere è l'essenza della storiaDell'esser-ci "è" METAEVENTO dell'Essere crea è di per séEventoEssere dell'Essere evento o dispiegarsi dell'essere CReA METAEVENTO È l'essere già EvEnTO dell'essere ontostoria dell'Essere schema dell'evento già dell'EssereEvento dell'essere METAEVENTO dell'Essere SchemaEvento Daessere l'evento dell'essere evento dell'essere evento che supera la metafisica è in sé è EvEnto MetaEventoEstasi lì in sé DaEssere latenzA Ereignisestäsi Ereignis"de-costruzione" "Ereignis"Estasi MetaEventO dell'essere de-costruzione ontologica Estasi dell'essere-là - "ex-statica" ontologica dell'essere già lì Estasi già EreignisEvento dell'essere"Ereignistopologica""là" già"EventoEreignis de-costruzione della storia della ontologia": Ereignis dall'Essere dell'EssereEventoLichtung EstasiEvento dell'essereEreignis EreignisDaEreignis è Ereignis Ereignis EreignisEvento"là" è già eventoEreignis"evento"già di per sé metaEvEntoEreignis Lì EreignisEvento EreignisEvento "Ereignis" Ereignis'"Ereignis"Ereignis "EventoEreignis" Ereignis Ereignisevento "Evento""Evento: l'evento Evento lì"Evento"Ereignis EreignisEvento là "Evento" lì RisonanZa L'ultimoEvento "risonanza" dell'essereEvento svela l'esserelì evento dell'Essere "Eventoabisso" dell'essere"risonanza": "risonanzaEstasi" dell'essere. Essere"risonanza"dell'essereEreignisevento lì "risonanza""Ereignis"dell'Essere"crea"'"eventoEreignis" dell'essere. Ereignisgià dell'essere Ereignis è Ereignis "risonanza dell'EssereEreignis" "TopologiaEreignis"ex-statica EventoEreignis"Ereignis" dell'essere ontologia daessere"abisso"evento ""abisso"del nulla"Evento"Ereignis È Ereignis EreignislìEreignis dell'EssereEreignisEventodasEreignisEvento evento è L'eventoEstasi "Evento" dell '"evento""evento""Ereignis" "Evento" '"evento" è "topologiacatastrofe""topologiaEvento""evento"è lìEreignisEreigniseventoEreignis Er-eignisEreignisEventovuotoEreigniseventoevento:L'eventoEr-eignis topologiaEreignisEventoEreignistopologiaEreignisEventoEreignisEvento dell'essereEreignislì"è lì""Ereignis""eventoEreignis"EreignisEreigniseventoeventoEreigniseventoEventoEreignis è Evento È Evento evento l'evento è Ereignisevento Evento Ereignisevento è Ereignis Ereignisnulla dell'essere-là È"essere-là" dell'essere"abisso" EventoEreignisEvento "evento evento topologico" dell'Esserelà dell'essere EventoEreignis "topologia" "EventoEreignis" "topologiaEreignis" Ereignis"topologia"EventoEreignis" È "Topologia" eventoEreignis dell'EssereEreignis Ereignis "Ereignis" là in sé dell'essereEvento evento dell'essereEreignisLichtungcatastrofe eventoEreignis EreignisEventoLì Ereignislì Ereignis Ereignis daessere là Ereignislà EreignisEvento "Ereignis"topologicoEreignis EreignisEvento "è" "Ereignis"EreignisEreignis dell'Essere Ereignis Ereignis Ereignis dell'EssereEreignis EreignisEr-eignis. L'essereEreignis Ereignis È nulla È Nihil dell'essereEvento"è lì"Ereignis dell'essere"è lì"Ereignis Ereignis che dà EreignisEvento "Ereignis" l'essere-làEreignis "Ereignis": "Evento topologico" dell'essere nullaNihilAbyssale Ereignis "topologia" dell"Ereignis Ereignis dell'ontologia dell'essereEvento EventoEvento evento in sé Ereignis l'evento topologicoEreignis"Ereignis""Ereignistopologia"che dà eventoEreignis Ereignis EreignisEreignis Ereignis È "Ereignis" '" eventoEreignis" della "topologia" — Preceding unsigned comment added by 79.49.133.58 (talk) 17:46, 30 May 2012 (UTC)
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22 settembre 2009

nyhyl

1
Paolo Parrini
La scienza come ragione pensante1
Dice Heidegger alla fine del saggio del 1943 dedicato a “La parola di Nietzsche „Dio è
morto?”: “Il folle [ossia chi proclama la morte di Dio] … è colui che cerca Dio gridando „Dio? a
gran voce. Forse un pensante ha realmente gridato qui de profundis? E l?orecchio del nostro
pensiero? Il grido continuerà a non essere udito finché non si inizierà a pensare. Ma il pensiero
inizierà solo quando avremo esperito che la ragione, glorificata da secoli, è la più accanita
avversaria del pensiero” ([2: vol. 5, p. 267 = p. 246 sg.] = [6, p. 315 sg.]; cfr. [5, p. 245 sg.]).
Compare in queste parole, in maniera particolarmente nitida, una contrapposizione fra
pensiero e ragione che, in vario modo, caratterizza l?itinerario intellettuale di Heidegger ed acquista
maggiore forza dopo la svolta avvenuta negli anni immediatamente successivi al quinquennio 1927-
1932 - un quinquennio di importanza cruciale in cui si collocano, in rapida successione, la
pubblicazione di Essere e tempo e di Kant e il problema della metafisica (rispettivamente 1927 e
1929), l?ormai famoso incontro di Davos con Cassirer e Carnap (1929) e l'attacco mosso dallo
stesso Carnap alla filosofia heideggeriana nel saggio Il superamento della metafisica attraverso
l’analisi logica del linguaggio (1932). La contrapposizione vede, da un lato, un pensiero pensante,
che sembra essere appannaggio della filosofia speculativa e, dall?altro, una ragione che sembra
esaurire l?attività intellettuale della scienza e della razionalità scientifica, confinate entrambe
nell?ambito algoritmico o calcolistico delle procedure formali e astratte della logica, della
matematica e delle discipline esatte in generale. È da tale antitesi che maturano le considerazioni
heideggeriane sulla scienza e sulla tecnica esposte nelle lezioni dei primi anni Cinquanta su Che
cosa significa pensare, lezioni nelle quali compare la famosa (e per alcuni famigerata) frase che “la
scienza non pensa” ([2: vol. 8, p. 9] = [7, p. 41]).
È stato osservato che, esprimendo questo giudizio, Heidegger intendeva non tanto criticare la
scienza, quanto piuttosto indicare e circoscrivere l?ambito in cui essa consapevolmente e
metodicamente si muove. Per il filosofo tedesco, cioè, sarebbe la scienza stessa a porsi il compito di
indagare qualcosa che essa assume come oggetto senza metterlo in questione come tale. La fisica,
per esempio, si occuperebbe a livello ontico della natura di certi enti (o essenti), ma non si porrebbe
la questione ontologica del modo d?essere che compete a quegli enti e che va loro riconosciuto. La
1 Lectio magistralis tenuta a Firenze il 15 Novembre 2008, nella Sala Gonfalone del Consiglio Regionale della
Toscana, in occasione della consegna del Premio Giulio Preti 2008. Il testo è apparso nel volume Pianeta Galileo
2008, a cura di Alberto Peruzzi, Centro Stampa del Consiglio Regionale della Toscana, Firenze, 2009, pp. 235-242.
2
scienza dunque non pensa, perché il compito peculiare del pensiero sarebbe proprio quello di
andare al di là del procedere metodico sia della scienza in generale sia di qualunque disciplina
particolare per portare alla luce e mettere in questione i presupposti, accettati per lo più come ovvi e
scontati, che ne stanno alla base.
Può essere superfluo precisare che chi vi parla, e che ha avuto l?onore di ricevere il premio
intitolato al suo maestro Giulio Preti, non può che muoversi in un orizzonte di idee assai diverso da
quello heideggeriano. Ma proprio la lezione di Preti invita ad assumere nei confronti del filosofo
Heidegger (e sottolineo la parola “filosofo” per indicare che non intendo parlare dell?uomo
Heidegger e, tanto meno, del rettore Heidegger!) una posizione più cauta e in qualche modo più
articolata di quella che in genere è stata presa, soprattutto da noi, tanto dai suoi detrattori quanto dai
suoi estimatori. Io credo certamente - come risulterà chiaro al termine di questo mio breve discorso
– che l?affermazione che la scienza non pensa sia da contestare in base ad una visione più
aggiornata della razionalità scientifica e di quello che fin da subito vorrei chiamare pensiero
scientifico; nondimeno ritengo che tale “scandalosa” idea - come Heidegger stesso la qualifica ([2:
vol. 8, p. 9] = [7, p. 41]) - vada inquadrata all?interno di una concezione generale nella quale spunti
che potevano essere utilizzati (e saranno da altri utilizzati) per una assai diversa valutazione
dell?attività scientifica non erano del tutto assenti.
Ciò che intendo dire, insomma, è che sono stati gli attacchi di Heidegger alla scienza e alla
ragione a calamitare in modo pressoché esclusivo l?attenzione di gran parte di coloro che, in
positivo o in negativo, si sono confrontati con la sua posizione. Per questo, prima di dire come e
perché io ritenga che essa non renda giustizia alla scienza, vorrei brevemente mostrare che su questi
stessi argomenti Heidegger ha sostenuto anche tesi più sfumate e non prive di acutezza. Nei suoi
testi, infatti, si possono trovare considerazioni di notevole interesse, dalle quali traspare una certa
sensibilità nei confronti degli accesi dibattiti epistemologici del tempo, dibattiti suscitati dalle
profonde trasformazioni scientifiche dei primi decenni del Novecento. Ho in mente, in particolare,
quelle discussioni sulle implicazioni filosofiche della fisica relativistica e della meccanica
quantistica che, nei primi anni Venti, conducono un esponente della filosofia scientifica come Hans
Reichenbach a difendere un?epistemologia che, pur critica nei confronti del kantismo e del
neokantismo, tiene ferma l?idea di un a priori costitutivo. Ciò che porta Reichenbach a riassumere il
senso dei radicali mutamenti intervenuti nella scienza con la frase, splendidamente sintetica: “La
filosofia viene messa di fronte al fatto che la fisica crea nuove categorie non rinvenibili nei
dizionari tradizionali” ([10: vol. 3, p. 382 = p. 356]).
L?affermazione reichenbachiana che ho appena citato risale al 1922. Cinque anni più tardi
Heidegger pubblicherà Essere e tempo introducendo – come si sa - la celebre differenza (qui già
3
richiamata) fra il problema ontologico dell?essere e i problemi ontici riguardanti gli enti, e
denunciando al tempo stesso l?errore capitale della metafisica tradizionale e dell?onto-teologia. Esse
avrebbero inteso erroneamente l?essere o come semplice presenza, o come l?ente interpretato in
senso generalissimo o come l?ente supremo. E due anni dopo, nel 1929, con la monografia su Kant
e il problema della metafisica, Heidegger comincerà a servirsi proprio di tale tesi cosiddetta della
differenza ontologica tra essere ed ente per offrire una nuova lettura della rivoluzione copernicana
compiuta da Kant. Ora, è appunto da questa lettura che si può evincere come anche all?attività
scientifica egli riconosca la possibilià di giungere alla problematizzazione delle modalità di essere
degli enti di cui essa via via si occupa.
Prendiamo attenta nota delle parole con cui fin da Essere e tempo Heidegger fissa la linea
interpretativa che seguirà, in modo dettagliato (e non senza gravi forzature), nel testo su Kant.
“L?apporto positivo della Critica della ragion pura – dice nell?opera del „27 - non consiste in una
„teoria? della conoscenza, ma nel suo contributo all?elaborazione di una ricerca intorno a ciò che
appartiene a una natura in generale. La sua logica trascendentale è una logica a priori delle cose che
cadono in quell?ambito d?essere che è la natura” ([2: vol. 2, p. 14 = p. 10 sg.] = [3, p. 27]. E infatti,
nella monografia kantiana, egli affermerà che Kant ha avuto il merito di comprendere che “La
manifestazione dell'ente (verità ontica) si impernia sul disvelamento della costituzione dell'essere
dell'ente (verità ontologica)” ([2: vol. 3, p. 13 = [4, p. 25]). Kant insomma, in primo luogo, si
sarebbe interrogato, heideggerianamente, non sul problema gnoseologico, ossia sul problema della
possibilità della conoscenza, ma sul problema ontologico, ossia sul problema dell?essere e del
rapporto di tale essere con gli enti sia pure limitatamente all?essere degli enti di natura.
A mio parere, un autore che è stato in grado di tradurre nel proprio linguaggio in modo così
speculativamente creativo la gnoseologia trascendentale di Kant, non può non essersi misurato con
l?idea che se la scienza – come dice Reichenbach nel testo sopra citato - è in grado di creare
categorie nuove non reperibili nei dizionari tradizionali, e in particolare nel dizionario della
filosofia kantiana, ciò potrebbe significare – detto in termini heideggeriani – che essa è in grado di
approntare modi nuovi di pensare l?essere degli enti di cui parla. Certamente, se andiamo a leggere
i paragrafi introduttivi di Essere e tempo ci imbattiamo in un Heidegger che è tutto teso a
rivendicare l?assoluta priorità fondazionale dell?indagine ontologica sulla natura dell?essere in
generale; priorità che viene reclamata non solo rispetto alle indagini scientifiche particolari le quali,
muovendosi sul piano ontico, accantonano il problema dell'essere degli enti di cui parlano e si
concentrano esclusivamente sulle proprietà e le relazioni di essi, ma anche rispetto a quelle indagini
ontologiche di carattere più specifico (come sarebbe, appunto, la ricerca condotta dal Kant del
4
periodo critico) le quali si interrogano non sulla nozione generale di essere, ma sul particolare modo
d'essere delle entità di cui si occupano le singole scienze.
Ma questa vibrante rivendicazione di priorità non rende Heidegger del tutto sordo a ciò che
nella scienza può avvenire, e che di fatto in quel momento stava avvenendo sotto i suoi stessi occhi
con i profondi mutamenti che investivano soprattutto la fisica. In Essere e tempo, infatti, egli mostra
di sapere bene, per dirlo proprio con le sue parole, che “L?autentico „movimento? delle scienze - e
sottolineo la parola 'scienze? - ha luogo nella revisione, più o meno radicale e a se stessa
trasparente, dei loro concetti fondamentali. Il livello di una scienza si misura dall?ampiezza entro
cui è capace di ospitare la crisi dei suoi concetti fondamentali. In queste crisi immanenti delle
scienze, entra in oscillazione lo stesso rapporto fra il procedimento positivo di ricerca e le cose che
ne costituiscono l?oggetto” ([2: vol. 2, p. 13 = p. 9] = [3, p. 25]), ossia, nel linguaggio della
differenza ontologica, viene a porsi il problema dell'essere da riconoscere agli enti di cui ci si sta
occupando.
Se quindi ritorniamo alla contrapposizione heideggeriana tra ragione e pensiero da cui siamo
partiti, si potrebbe ben dire che per lo stesso Heidegger, nelle scienze, non è all?opera solo un
procedimento razionale, o empirico-razionale, il quale mira a stabilire a livello ontico un complesso
di ipotesi e teorie riguardanti le proprietà e le relazioni degli enti che cadono sotto il loro dominio.
Accanto a ciò – almeno stando ad alcuni suoi passi - può presentarsi anche quel pensiero che porta
ad indagare, e se del caso a sovvertire, i confini, le modalità d?essere e lo statuto ontologico degli
enti di cui le scienze si occupano.
Si potrebbe forse pensare che considerazioni di quest?ultimo tipo compaiano nell?opera
heideggeriana solo prima della svolta che porterà il filosofo a sottolineare, con forza via via
crescente, l?ascolto del linguaggio e della parola poetica come risposta privilegiata, se non
addirittura unica, alla domanda sull?essere in quanto contrapposta alle domande sugli enti. Alcuni
interpreti hanno sostenuto, infatti, che da un certo momento in poi Heidegger non riprende più “il
discorso sulla portata ontologica delle altre attività dell?uomo, oltre all?arte, […] se non per ciò che
riguarda il pensiero nella sua vicinanza con la poesia” ([11, p. 117]). Non per niente nella “Lettera
sull?„umanismo?” risalente al 1946-47 egli si rifarà ad Aristotele per affermare che “il poetare è più
vero dell?indagine dell?ente” [2: vol. 9, p. 363 = p. 193] = [8, p. 313]).
Lascio naturalmente queste questioni alle attente analisi degli esegeti del pensiero
heideggeriano tra i quali di certo io non posso essere annoverato. Vorrei far notare, però, che ancora
nel saggio su “L?origine dell?opera d?arte”, risalente alla metà degli anni Trenta e in seguito
ristampato nella raccolta del 1950 Holzwege, Heidegger mostra di non aver abbandonato l?idea che
nella scienza possa esservi spazio per un genuino movimento di pensiero. È vero che, quando parla
5
della verità come apertura originaria e del suo accadere nell?opera dell?uomo, non pone la scienza
fra le attività umane (come la fondazione di uno stato, la religione o l?arte) in cui tale accadimento
può realizzarsi. Di più: se si prosegue poco oltre nella lettura, è addirittura esplicito nel negare
all?attività scientifica ciò che riconosce all?arte e ad altri modi di operare dell?uomo. Al contrario di
quanto avviene in questi ambiti – egli scrive – la “scienza […] non è affatto un accadere originario
della verità, ma è di volta in volta la strutturazione di un ambito veritativo già aperto, e invero una
strutturazione attuata attraverso il comprendere e il fondare ciò che, nella sua cerchia, si mostra
come possibilmente e necessariamente corretto, esatto” ([2: vol. 5, p. 49 sg. = p. 50] = [6, p. 60];
cfr. [5, p. 46 sg.]). E tuttavia, subito dopo una caratterizzazione così decisamente negativa, torna a
farsi avanti la consapevolezza che ci sono aspetti dell?operare scientifico cui tale caratterizzazione
non può venire applicata: “Quando e nella misura in cui – aggiunge e conclude Heidegger – una
scienza va al di là dell?esattezza e perviene a una verità, cioè all?essenziale disvelamento
dell?essente in quanto tale, essa è filosofia” ([2: vol. 5, p. 49 sg. = p. 50] = [6, p. 60]; cfr. [5, p. 46
sg.]).
Anche nell?attività scientifica può esservi dunque spazio per l?esercizio del pensiero e quindi,
nella visione di Heidegger, per la filosofia. Certo, può suscitare qualche legittima ironia un simile
riconoscimento, il quale vede la scienza, nel suo momento più alto, trasformarsi in qualcosa di
diverso da sé. Non posso discutere in questa sede il complesso rapporto scienza/filosofia né la
questione – ammesso e non concesso che di una vera questione si tratti – se certe drastiche
trasformazioni concettuali che possono verificarsi, e si sono di fatto verificate, nell?ambito delle
scienze debbano essere etichettate come scientifiche o filosofiche. Tuttavia, quello che qui mi sta a
cuore mostrare è che proprio la riflessione su tali radicali mutamenti di impianto categoriale – al
centro della meditazione del Reichenbach degli anni ?20 ma, come abbiamo visto, percepiti anche
da Heidegger – ha condotto l?epistemologia di oggi a una concezione della razionalità scientifica
lontana dalla visione che per lo più ne dà Heidegger e che costantemente troviamo in gran parte
degli heideggeriani. In altre parole: il fatto che nella scienza, come essa storicamente si sviluppa,
siano presenti momenti di pensiero nel senso heideggeriano del termine – momenti, cioè, in cui una
scienza o la scienza, sempre heideggerianamente, scopre l?ente come tale e ripensa i suoi propri
fondamenti - ha posto con prepotenza la questione se la razionalità scientifica possa ancora essere
identificata con una ragione confinata all?applicazione automatica di regole astratte univocamente
determinate e formalmente specificabili.
Benché oggi siano in molti a pensare che il contrasto fra scienza rivoluzionaria e scienza
normale non sia così netto come Thomas Kuhn lo ha presentato, resta comunque vero che è stata
soprattutto l?indagine sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche che ha condotto gli epistemologi a
6
ripensare la visione tradizionale della razionalità scientifica. Dalla riflessione sui cambiamenti dei
paradigmi (nel senso di matrici disciplinari) che si verificherebbero nelle fasi cosiddette
„rivoluzionarie? è nata una concezione come suol dirsi „a tessitura aperta? di tale razionalità, una
concezione che non la esaurisce più - come fa Heidegger quando la contrappone al pensiero – in
procedure di tipo logico e algoritmico e neanche, più in generale, in una razionalità di tipo
criteriale, e cioè basata sull?uso di concetti ritenuti chiaramente definibili e circoscrivibili nelle loro
applicazioni. La razionalità, lungi dall?essere solo conformità a regole più o meno compiutamente
formalizzabili, si estrinseca anche attraverso l?attività del giudizio e della deliberazione, ossia
attraverso un processo che non è guidato da principi di natura generale e i cui esiti non sono il
risultato di un modo di ragionare di tipo esclusivamente „calcolistico?. Una parte cospicua delle
nostre valutazioni e decisioni razionali viene compiuta non mediante la "disputa", ma mediante la
discussione critico-razionale la quale dipende dall?applicazione di procedure discorsive peculiari
che vanno da quelle studiate da Aristotele quando parla della saggezza al sistematico impiego di
metafore ed analogie, dalla denuncia delle contraddizioni performative ai giudizi casistici presenti
in molte parti della giurisprudenza, della medicina clinica e della critica artistica (da quella
letteraria a quella musicale e figurativa). Vi è insomma una razionalità che procede con modalità
diverse da quelle che Kant attribuiva al giudizio determinante, ma che resta, nondimeno, una
razionalità.
Può un simile allargamento del concetto di ragione essere considerato una sorta di
„avvicinamento? delle prospettive dell?epistemologia contemporanea a certe istanze
dell?impostazione ontologico-ermeneutica di Heidegger? Da un lato certamente sì (v. [9, § 6]), ma
dall?altro non bisognerà dimenticare – come ha osservato uno dei più profondi interpreti statunitensi
del filosofo tedesco – che il metodo mediante cui, fin da Essere e tempo, Heidegger ha mirato alla
comprensione dell?essere dell?ente intende porsi come “un'alternativa alla tradizione delle
riflessione critica in quanto [tale metodo] cerca di porre in rilievo e di descrivere la nostra
comprensione dell'essere dall'interno di tale comprensione senza tentare di rendere il nostro cogliere
le entità teoricamente chiaro” ([1, p. 4]). Laddove invece la chiarezza e l?intersoggettività restano
un requisito ideale di primaria importanza anche entro la concezione „allargata? della razionalità che
esce dalla riflessione epistemologica odierna.
In ogni caso, di fronte a un concetto di razionalità divenuto così ampio, „mobile? e „aperto?,
bisognerà quanto meno riconoscere che sembra difficile continuare a contrapporre scienza e
filosofia, ragione e pensiero in termini così drastici come quelli prevalentemente utilizzati da
Heidegger e ancor più difficile confinare o relegare la scienza al regno del non pensiero. Con buona
pace delle formulazioni heideggeriane che vanno in questa direzione (e senza nulla togliere
7
all'importanza di Heidegger nella filosofia del Novecento), pare più opportuno riconoscere che la
scienza non è solo ragione calcolante, ma anche, e soprattutto, ragione pensante.
8
Riferimenti bibliografici
[1] Dreyfus, Hubert L., Being-in-the-World. A Commentary on Heidegger’s “Being and
Time”, Division I, The MIT Press, Cambridge (Mass.), 1991
[2] Heidegger, M., Gesamtausgabe, Klostermann, Frankfurt am Main, 1975-
[3] Heidegger, M., Sein und Zeit, trad. it. di P. Chiodi, Essere e tempo (1970), Longanesi,
Milano, VI edizione 1986
[4] Heidegger, M., Kant und das Problem der Metaphysik, trad. it. di M. E. Reina, Kant e il
problema della metafisica, Silva, Milano, 1962
[5] Heidegger, M., Holzwege, trad. it. di P. Chiodi, Sentieri interrotti, La Nuova Italia,
Firenze, 1968, V ristampa anastatica 1990
[6] Heidegger, M., Holzwege, trad. it. di V. Cicero, Holzwege. Sentieri erranti nella selva,
Bompiani, Milano, 2002
[7] Heidegger, M., Was heisst Denken?, trad. it. di U. Ugazio e G. Vattimo, in M. Heidegger,
Che cosa significa pensare? * Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?, Sugarco, Milano, 1979
[8] Heidegger, M., Brief über den «Humanismus» (1946), in M. Heidegger, Wegmarken, in
M. Heidegger, Gesamtausgabe, vol. 9; trad. it. di F. Volpi, “Lettera sull?«umanismo»”, in M.
Heidegger, Segnavia, Adelphi, Milano, 1987
[9] Parrini, P., “Hermeneutics and Epistemology: A Second Appraisal. Heidegger, Kant and
Truth” (relazione in corso di pubblicazione nei Proceedings of the 8th Meeting of Pittsburgh-
Konstanz Colloquium in the Philosophy of Science: Interpretation, Pittsburgh, University of
Pittsburgh, The Cathedral of Learning, 3-4 October 2008)
[10] Reichenbach, H., “Der gegenwärtige Stand der Relativitätsdiskussion” (Logos, X 1922,
pp. 316-378), ora in H. Reichenbach, Gesammelte Werke, Band 3: Die philosophische Bedeutung
der Relativitätstheorie, Friedr. Vieweg & Sohn, Braunschweig/Wiesbaden, 1979, pp. 342-404
[11] Vattimo G., Introduzione a Heidegger, Laterza, Roma-Bari, 1971


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7 settembre 2008

sublatione

......................eterno  ritorno  nel mondo  ,  né  si  aspira ad  un altro  mondo.    La  transvivenza     continua  lì tra  il colore  e  i  profumi  della  dea  del  sublime   che  li circonda con l'unica consolazione  possibile:  essere sublimi  nella  transtopia  sublime   dell'essere  sublime  o  nella  transpazialità  abissale   sublime?  Perchè  la  dea del  sublime  li cura    come  se  fossero  in  estasi  abissale   sublime?  Fiori sublimi tra  fiori   sublimi?   Ah  lì  l'assenza   invade  la  transmente  e  la riempie  di  presenze  simili  all'assenza  o  al  nulla   sublime.   A  niente  giova  pensare quale  sarà  la  destinanza,  in una esistenza    ove  al nulla succeda  il nulla,   senza  posa,  né  timore che  al transenso  del niente  prevalga    una  ipotetica  salvezza.   A  cosa pensare  quando nulla  è  possibile   per  sedurre  l'essere sublime?   E'   meglio  chiudere  la  transmente per  precludere  qualsiasi  desideranza  per placare  i dolori  del senso  del nulla  sublime.      Ancora  un attimo  e  tutto  scomparirà   e  i  ricordi saranno  abitati  dalle presenze  fantasma  parlanti  la  lingua  dei morti.   Si  spera  d'accedere  subito alle  prossime  stagioni,   senza  attendere eventi  che  preannuncino  già  incontri  nefasti.  Alle  volte  è  possibile  ascoltare  la transonanza  della  voce  sublime  e  lontana,  ma  il transenso  dei  desideri  è  sempre  rivolto  verso  altre  stelle  con la  transmente  ancora densa  di   transcordanza  di pensieri inutili  e  si  decide  di  lasciare  a  chi  sappia  meglio  abitare  il mondo, la  gloria, la  destinanza.  Mai  più  si  sognerà  l'essenza  degli  sguardi,  mai  più  s'ascolterà  la  transonanza  della  voce  che chiama,  perchè  da  sé  non si sente troppo  desiderata, mai più il vuoto denso d'essenze  sarà  abitato dalla luce generata dal nulla   sublime  abissale:    ah  dea  del  sublime,   ah  dee  perchè    avete  abbandonato  l'esserci?  Lì     l'incanto  c'è quando  la   splendenza sublime   si  sveli  e  s'elelevi  più  bella  delle  meraviglie  del mondo,   ignari  del  perchè  si  lascia  partire  un soffio di  desideranza  che  increspa  ed  aleggia,  d'improvviso  l'immensità  vacilla,  barcolla,  danza all'interno  del  sublime  transequilibrio  ed  ancora di  più la  transonanza  incanta,   quasi  ci  fosse  una  transintenzionalità  con il  soffio della  transvivenza:  quasi  volesse  danzare  tra le  onde    sublimi  in  transcordanza.    Ah  mai  illusione  balenò  all'orizzonte  più  terribile   e  sublime:  d'incanto  così  all'improvviso  ci  fu  la  transmorfia  sublime   degli  eventi: d'impeto  ammainò  e  riversò  la sua  essenza sublime nelle  acque  agitate  e  tempestose:  un immenso  fragore  s'udì  in tutti  i  luoghi  del globo  e    la  dea  del  sublime  inabissò tracimando con moti  ondosi  altisonanti  mai  visti, né  uditi   in  transonanza  transudita:  quel  che  fu la  più  transtabile  che  si  conoscesse s-pro-fondò  negli  abissi   con la  sua  sublime    transvivenza  glaciale.  Ah  la  catastrofe  sublime:  un soffio può far capovolgere  le  immensità  più  eccelse,  tanto da  generare  l'attante  della  transmorfia  sublime   che  farà  naufragare  l'esserci: è    il soffio  dell'essere  sublime che  genera  la  catastrofe   sublime   per  mutarsi  in essere  abissale  sublime.   Ah  il soffio di  desideranza dell'essere sublime  si  dà  quale  catastrofe sublime,  prossimità  del naufragare, quale  destinanza  dell'essere  per la  morte  sublime.  Alla    presenza  dell'essenza  sublime   della  transonanza   dell'incanto,  al balenare    del  miraggio  sublime  immenso   e  transinfinito  l'essere   sublime    è   in  diafana  transvedenza  quale  estasi  sublime, quale  respiro    che  sente  la  vicinanza  del  sublime,   ma  quel  soffio   farà  vacillare  l'immensa    la  sublime  e  transinfinita  esistenza  glaciale.   L'equilibrio  fondante  la  transtabilità  dell'esistenza  dell'essere sublime si  svelerà  oscillante e  transonante.   Una  transonanza  transinfinitesima  genera  l'abisso sublime  ove  l'essere  sublime   naufragherà: dall'incanto  sublime    alla  morte  sublime:  dal miraggio  sublime   al  naufragio  sublime.   Ah  l'abisso  sublime   che  si  disvela  nella  sua  ellittica  curvatura   sublime: si vive solo la  superfice  del mondo trafitti dal raggio del nulla sublime    ed è  subito  morte   sublime,   l'essere  sublime   è  solo  sulla transvarietà  transferica trafitto  dal raggio  abissale sublime   ed  è  subito  sublime  abissale   in  diafana aldilà.       La  dea    sublime distese  le  sue  intime  essenze  mentre  disvelò  al  transtempo  il suo   essere  nuda  al  mondo.  Ahah   essere  in     nuce, ah  essere  in luce:  lunghi  anni sulle  ali dell'estate  sono state  le  sole  volte  in cui  la vita  sorse  senza  dinieghi  né divieti.  Ah  le  ore  grandi come  un secolo, ah  le  cose  piccole  come  galassie,  si  svelarono  diafane  in  transvedenza animate  come  nuvole  d'un  giorno  assolato  e  solo,  scorto dietro  l'angolo della  morte  sublime.  Lì    la sorte  verrà  ancora  a  spiegare  la  transmente,  mentre  le  nubi  lanciano  al  mondo ombre  colme d'attesa  e  di  tormenti.  Si   transente  già  la  gioia  che  s'avvicina  a  passi  lenti.  Ma  menti?  Ah  le  montagne  viola  o  lillà,   la  notte   sublime lì  là  in prossimità  della  mondità  con la  velocità  della  destinanza,   più  rapida d'un uccello  da  preda,   prenda,    prenda,   predante  la  preda  fuggitiva  lì  là, che  al  fine  si  dà,  giacchè non ce  la fa.  Si   farà  ancora  in tempo  a  spengere  le luci  prima del sonno  dell'attesa  e  del riposo: denso di  sogni  ed incubi  e  vuoti  di  mente.  Lì   è  ancora  giorno e  il sole  tarda a  tralasciare, sarà  ancora  preda  della  nostalgia della  bella  estate  che  si svela alla sera  sublime  con l'abito delle  stelle  fisse, mobili, cangianti  ma  senza  tanti allori  per  piangere  e  per sognare: con la  sorte  oltre  la morte  sublime.   Avrò  ancora  sogni  da  vendere  e  gioie  da  acquistare, ma  non so più se  c'è  la  diafana  tranvedenza   o  se la  luce  segua ancora il destino  dei  viventi  o  la  nostalgia  dei  morti.      Proverò  ad  essere  una  tranvedenza con la sera  dietro  le  spalle   e  la  notte sublime e buia quale transvivenza,  ma  sarà una  nube  nera  come  l'incanto  della  morte  sublime  ad  avvisare  le  ultime speranze  con il  fascino  del nulla sublime.  Ahah  udrò ancora  il sole  cantarmi  le  melodie dell'armonia  afenomenica  della  transonanza  in   diafana  tranvedenza che  lascia al  mondo il mistero dell'evento  sublime,  ma  all'ultima  ora la  destinanza  sublime   sorprenderà  con la  fantasia  dei  fiori  e  la  luna  da  sola apparirà  all'orizzonte  degli  eventi  sublimi:  lascerà  sognare  senza  fare  del male: con la  follia  sublime   negli  occhi:  ah  come  è  vuota la  notte sublime senza  i  sogni  del  transdicibile.    Ora  son trascorsi  millenni  luce   e  dell'attimo  del cosmo  e  dell'universo  non c'è  traccia:  nulla, né  del  destino, né  della   transvivenza così  densa, così  tersa, così  casta, così  vicina  al nulla  sublime   e  senza  fasti.   Qui   correrò ancora un'altra  volta per   raggiungerla  con le ali del   destino  sublime    e   l'ultimo raggio che  provenga  dall'aldilà  sublime   e   insegua  senza  sosta  una  luce sublime  e  misteriosa  e  senza  transenso,    poi mi  volterò ancora una  volta  per  vedere  gli  occhi  di  chi  decise  la  sorte  del mondo,   prima  che  sia  fuori per sempre  e  transenta il  transaudibile  con la musica  della  transonanza  o  la  la  transcordanza  sulle   note  del nulla  sublime,  o  con i  sogni  sublimi   abitati dagli occhi  dell'essere  sublime:  lei  è  sublime,  è  la risonanza  della  transonanza  in  transcordanza,  amante  del  disordine, in lei  c'è  la  leggerezza  ma  anche  la  tristezza  d'una  nuvola  a  primavera,  lei  è  sublime  amante  della  transvedenza,   in lei c'è  la  luce  ma  anche  il buio  atroce  d'una  nebbia  subliminare,  lei  è  sublime  nemica  delle  tenebre:  è  caotica come  il sole,  ma  le  piace  il  perielio  sublime  di  venere,  non saprei  bene  se  le  piace  la  nostalgia  della pace  o  l'ira  della  vittima  che  tace,  ma  sublime  lei  è  e  sarà,   non  mi  sogni   più,  ho  le  labbra  grosse  da  attraversare,  la  sera  o  al  mattino:  non fa  differenza,  tanto  ci  sarà sempre  chi  avrà  gli  occhi  per  ridere  e  lo  sguardo  finto  metallo.   Ogni  sera  al tramonto  alzi  gli  occhi  al cielo  e  pensi:  quando  era  sublime  la  mia  giornata,   tant'è  che non riuscivo  mai  a  sapere  quando  il lunedì   venisse,  c'è,   ci   sono?   Sì, sì, ancora  un  altro  poco  ed andrò  a  dormire,  sognerò gli  occhi  tristi  della  sera  e  la  luna  sublime   mi  farà  compagnia,  col  raggio  blu dell'estate  e  col raggio   rosa  dell'autunno,   ma  non mi  sogni più,    non  farà  bene sostare sulle  piazze  di  notte  e  cantare come  i  grilli  dei  conventi   e  le  sere  passate  ad  urlare: dio, dio, non molestare  gli  organi e  i  letti  e le  strane  passioni  dei  gatti.   AH  gli  occhi di  metallo lucido li  ho  visti  una  domenica  pomeriggio  in vitro,   in vetro,  dietro  le  vetrate  virtuali,    ma  non mi  sogni    mai  più,   o  i  sogni  sublimi  non ci  lasceranno  più.    Sublime  è   il tramonto  dei  sogni:  è  il tramonto  sublime  dei    sogni. Fra  un  poco  verrà  la  sera  ed   uscirai  di  qui  libero  come gli   uccelli  del mare  che  vanno a  pescare di  notte  il  sangue  blu,   ma    non ci  sarà  più.   Adoro ancora  la  sera restare  a guardare la  notte sublime  e   più  buia,  con le  stelle annoiate  d'essere fisse  e il  creato che  è  lì che  attende  i    desideri  dei  nostri  sogni  sublimi.   Ancora una  volta  e  tutto  sarà  scomparso sulla  faccia  della  terra:   non c'è  più  pioggia,  non c'è  più  luce,  non c'è più  un   dio    che    produca un miracolo stanco  o  appena più  in linea con l'orizzonte e  l'universo,   ah    mi  sentii   persa  tra  le  sublimi   transcordanze   come  una  gru  a  primavera,   ma  c'era  il  sole  e  c'era  il  mare  e  a  me  veniva  voglia  di  cantare  le  nenie  da  bambina, quando  l'età  incrina  e  la  soglia tra  la  vita  e  la  morte   torna  a  vacillare.   E'  la  transonanza  sublime.  Ancora  un solo attimo  e  poi  si  potrà  morire: mi  guardò   per  l'ultima  volta  con  gli  occhi  più  lucenti  della  transfera  del  circolo  polare  artico ,  ma  non si  smosse  dalla  destinanza.  Subì  ancora  una volta la  sorte  avversa:  aveva  un  diadema  con la    veste   più  vaporosa  della  serata,  di  quelle  che  quando  ballano  fanno  vacillare  il  mondo  e  il  cuore,  e  si  inizia  a  tremare  come  se  si  fosse  sottozero  all'equatore.  Oh  la  musica    era  bella  sì,  ma  si  cantava  da  folli,  si  suonava la    transonanza   dell'infanzia  maledetta  e  le  vesti  che  volavano  sublimi      e  senza  senso,   ma  quella notte  sublime non si  lasciò  alla  sorte  il  privilegio  di  fare  le  scarpe.  Capii  all'improvviso  che  il tempo  della  giovinezza  era  pallido  e  il tempo  del sorriso  già  dietro le  spalle  dei vecchi  platani  d'un giardino  verde  e  rosa,  blu  e  glicine,  sublime  lillà,   lì   là  quando  sorgerà ancora  il tempo  della  pazienza  fuggitiva  e  secolare,  quando  la  sorte  guarirà  gli  incubi  che  accompagnano  la  luce  del giorno.  Quando  verrà?  Ora  che  non ci   sarò  più?  Oh    spinga,  spinga    forte:  la  navetta    dovrà  tremare  con la  forza  d'urto  delle    corazze    e  la  bellezza  sublime   degli  sguardi  di  fanciulle  prima  che  per loro  sia  già  sera  o  notte  sublime   e   fonda:    addio,  addio,  affondi  pure  negli  abissi  sublimi   del tempo,   tanto non ci  sarà  mai  più  chi  le  darà  la  luce  sublime    dell'inverno  a  sole  spento,   oh  mare,   mare   non  mi  lasciare  di  notte  a  naufragare,  con  le  stelle  della  notte  sublime   che  guardano  le  volte del  creato  tutte  le  volte  che  il loro  sorriso  si  volge  al passato,  oh  non gridi  invano,  tanto  gli  astri   sono  tutti  folli,  oggi  ti  dicono  che  potrai  trovare  i  tuoi  sogni  nel  cassetto, domani  nel letto  e  un altro  giorno ancora  non si  sa dove  o si  speri  o  si  spara.    Oh    attenda  pure  un altro  anno,  tanto  dovrà  arrivare  ancora  con lingue  piene  di  vento  e  la  chioma  nera  e  china  e  bianca,   come  l'alba  sublime,  ah  ci  sono  giorni  in cui  la  sera  non arrivi  mai  e  il tramonto  duri  il  transtempo  transinfinito  che  serve  per  morire, nascere  e  rivivere  in altri  luoghi,  in altri  mari, in altri  mondi   o   in  altri  universi  sublimi,  senza  sentirsi  persi,  né  tremanti  di  gioia  o  di  paura, ma  solo  vuoti,  soli,  come  il sole  nella  transradura  abissale   della  foresta  sublime  e    nera,  nel cuore  del  continente  più  antico  d'ansie e  di  timori  sublimi,   come  quando  pare  che  non ci  sia  più  niente  da  fare  per  restare  ancora  in vita.   No,     non mi  sogni  più   con la  gioia sublime   del cuore  e  il  sorriso  perso  per  strada   mentre  si  cercavano  le  viole.    Non  è  ancora giunto il transtempo  in cui  la  notte  sublime   avrà  lasciato  le  sue  spoglie  alle  stelle  e  vestirà la corolla  con i  fiori  roridi di  pianto.   No ,  non mi  sento  stanca:  è  solo  il  soffio  della  vita  che   accompagna  la  notte  sublime  con il dolore  della  morte sublime   e  al  mattino  fugge  via,  con  la  velocità dei    sogni   sublimi.   E' sveglio? sono le otto del mattino e la sua sorte sta partendo,   non so più dove andare ed ho una gran voglia di morire,  ma fra poco sognerò di entrare in quella luce che fin allora mi uccise  tutti i sogni   a occhi chiusi e a occhi aperti. Ma, la prego, non apra,    perchè è la morte che attende con l'arma bianca e nera vicino al mare, oh no, no, non so soffrire,   ma fra poco morirò e mai più la rivedrò,   la sogno sempre, sempre, oh come è dolce il tempo, oh come è forte il vento,  ma  fermare non si può e dove andrà,  non lo so,   ma non si volti mai, non si giri e ri-giri mai,   giammai vorrò che i suoi sogni siano spenti come i miei,   non si fermi più. Sento già suonare. Quella porta è già aperta e il sole del   transinfinito già splende in altomare,  mi vien voglia di gridare, ma la mia voce non suona più, le mani e i piedi sono immobili,  come il respiro,  il mio povero cuore non mi batte e ri-batte più ed il mitico corpo già si sente giù,   giù, giù fin nell'abisso,  da dove non non si sale più su,   sussù non lasci,   non  lasci, ma non si fermi,  continui almeno lei a sognare,  ad occhi chiusi o ad occhi aperti,  tanto per sognare il  sublime   non serve guardare.   Oh   mi spinge  oltre quel tempo della vita mortale,  lì   ove le  onde  fuggitive e stanche varcano le soglie dei sogni  e sostano  un istante transinfinito per contemplare le bellezze  sublimi  lunari  o   lunatiche?    Oh si lasci guardare,  è     bella solo come il sole all'alba,   che  non guardo  mai,  perchè  mi piace  di  più  sognare  il sole  tramontante,  con i suoi raggi  sublimi   ultraviolentiviola  che  volano da qui  a  lì  senza il timore delle distanze  o degli  ostacoli  o  delle remore  o  dei dinieghi .    Lei ci  ri-penserà,   si dà?  si  darà ? si  sottrae,  si  kripta,   si dekrypta,   si  vela   e  si  disvela,  è  la verità    bellezza,   la legge  dura  della  dolcezza  del  sublime,   un nobile  fenomeno  della  seducenza  astrale,  le stelle  son lì  solo  per  farsi  con-templare,   guai  a  chi pro-getti  la  prossimità,   ikaro-docet? così la  finirà di  farsi  del  male  da  soli?  così parlò   Kalypso  prima del diluvio universale,  niente  male,   aldilà   delle stelle e non solo  quelle,   ma di  sola  bellezza non si salva  il mondo. Oh   non è  così?   Oh  è  dolce  come  il mare  salato,   ma di  dolcezza si vive una sola volta.  Oh   si  regali  un  sogno  sublime  abissale  o   vuoto come la grazia pregnante dell'universo denso  d'incubi e di orrorose tragicità.  Oh   faccia sognare  il  sublime  della  transplendenza  per irradiare l'intermittenza aurorale  del  miraggio  boreale  quale brillanza astrale,  ma di luci  soffuse e terse  si può   anche  perire o svenire,  o sbranare dall'eroina  versus semidei.Ohh,   oh si lasci  affondare:   è sublime  come le stelle,  ma quelle  non se  ne stanno  lì   a  guardare:  son  fisse,  mai  fesse,  ma fissate, replicanti,   in  armonia  afenomenica  transonante la medesima melodia armoniosa e tediosa  mormorante:  domani,  domani?  sì, domani,   potrà   annegare  o volare,  o  morire  o  soffrire,   ma  non  lasciare,   non  lasci  mai  più,   le stelle  amano essere  viste a  distanza  siderale,   guai  a  toccare il  fondale  universale,  si  può    s-pro-fondare  nell'abisso   sublime,  senza  mai  più  tornare tra  l'aurora  e  l'infinito  o  transinfinito:  è  finito?  è  già    tutto irreversibile  abissale?   Oohh  non  lasciare,    anzi  si  lasci  attraversare senza  fiatare,  come  già  si lasciano oltrepassare  i suoi  occhi  dalle intermittenze  delle  desideranze,   che  danze!   E'   finita:   con il sorriso  sornione  della perfida albione,  appena  baciata  dalla fortuna  bendata, anzi  cieca   come la sua anima  dis-animata,  che  corre e fugge  via, per  non tornare  mai alla deriva,  strane onde fuggenti,  saranno le  superonde  della stranezza   sublimi   che  spezzano e frantumano la transpazialità -transtemporale,  ma  così difficili  da catturare  dai  miti  sublimi?  Quanti  quanti  ancora?  Chissà,   è l'indeterminatezza  sublime   della  stranezza,    bellezza,  che   spro-fondatezza.   Ora  e  mai  più   non ha più senso ascoltare le voci degli abissi sublimi  della memoria dei ricordi diafani,   non ha più senso alleviare con il miele eterno   l'eterno  ritorno,  sì  ma  dove?  Si  è  soli  con la desideranza della morte  sublime,   ah si inveisce ogni volta , quando appare il sublime    ed  abissale    sguardo,   non ha più senso spendere le lacrime della noia senza ascoltare la voce dell'aurora: che sale saliente ogni volta che l'esserci   sublime    muore.    Ora   ho anche io lasciato alle luci della notte   sublime   il vago sopore dell'anima morente, in mente,   ah verrà la morte ed avrà gli occhi dell'eternità sublime.      Si   ascolta  sempre  la voce dell'anima: in silenzio: senza il clamore dell'eternità   sublime.   No   non   ci  sono   più  sogni da vendere, nè vendette da sognare, nè ricordi   sublimi   da regalare a chi viene e và soltanto per mostrare il volto del bene o il volto del male o ambedue anfibologici,   la sapienza   consiglia di sorridere, sempre, o per lo più ogni tanto: almeno quando la presenza della transvivenza sfiora il fiore del   tramonto  sublime: chi rimpiangerà mai più i giorni lontani dell'infinito ritorno del sublime? In un giorno di maggio  ci  fu   l'inizio della fine: una sola volta vidi volare la luce dell'eternità , quando la sera svelò   lo sguardo della morte  sublime, con gli occhi sublimi della divinità:  non c'è più quella sera rischiarata dalla voce luminosa della tempesta  sublime  e   perciò   perfetta,  non c'è più tempo per sognare una luce antica e amica che  ri-veli il transenso dell'essere e, o, la deriva dell'infinito transinfinito ritorno che mai, se mai, verrà senza arrivi e senza partenza, ma solo una vaga presenza,  come la luce sublime  dei suoi occhi di là , dall'abysso infinito che mai  lascerà,    libero d'essere simile ai sogni pensati nel buio della notte  sublime.  Non ha più senso ascoltare il colore dei suoi occhi, se la sera la noia assale ed invade la memoria sognante,  nel vuoto spazio della notte   sublime   c'è il nulla sublime   che canta con la voce della seducenza astrale  in  transonanza: solo la   transcordanza    della morte ci può salvare,   nel vuoto eterno del nulla  sublime, una sola   transonanza che canti: una canzone   in  transcordanza: su, sussù,   non tremi, le stelle non stanno lì solo a guardare,  la dea  del  sublime non ci ha abbandonato abita lì là    in un campo di  ogigia,   la  xhorà  del  sublime, lillà in un campo di ogigia  la   xhorà   sublime   abita  Kalypso  la  sublime dea  della  diafanè,  lì là  ove  la dea si getta in  transplendenza in  un campo,   in una transradura fiorita di lillà , di ogigia   la  transpazialità  abissale del  sublime,   lì   scende in campo insieme all'eroe  della  naufraganza,   là   in una transradura luminosa  in  transplendezza  di ogigia,  la  xhorà lillà.   L'essere   sublime si getta sul campo di ogigia   la  xhoràlillà, lì là la ricamata seducenza della dea  del sublime si svela e disvela nella   transcordanza sublime che seduce la dea    Kalypso-lillà , in una transradura   sublime fiorente di ogigia  la  sublime  xhoràlillà,    lì là ove l'essenza della dea  sublime si getta, si dà , sì, sissì, la rugiadosa transradura sanguigna, ruggiosa, brillosa, luminosa, transplendente, seduce lì la dea    del  sublime in un campo di ogigia  la xhoràlillà,   lì là si disvela l'aletheia   sublime, la verità   sublime  si svela in una transradura di lillà , l' essenza della   dea  sublime si svela sul campo, si dà  in campo lì là,   sì in quella divina transradura sublime   il padre o la madre sono figli dell'essere  sublime,   o sono figli di se stessi,   la madre è figlia dell'essere  sublime, o la madre è figlia di sè, così come iddio è figlio di se stesso o il dio è figlio dell'essere o la dea madre è figlia di se stessa o la madredea madreperlacea è figlia dell'essere   sublime:   la natura della dea  sublime   è figlia dell'essere   sublime, la physis sublime   della  divina è figlia di sè e si dà   da sè , sì, si svela da sè , si getta da sè, si pro-getta da sè in un campo di lillà , si fonda da sè in una transradura radiosa in  transplendenza  diafana  di ogigia  xhoràlillà lì là.    Ah essere figli della transradura sublime  vuota, sgombra, libera, disertata,annullata, annichilita, svuotata, diradata,  diafana in eterna diradanza  e  transplendenza,   figli della transpregnanza sublime   della  divina   splendenza,   figli della sua desideranza   sublime,    figli della sua ontogenesi o dell'essere sublime   transpregnante che si dà   da sè o    dà   sè o     dà   la transpregnanza  all'essere  sublime. Ah la fanciulla transpregnante dell'essere sublime  che dà luce e dà alla luce figli dell'essere sublime  pregnante, o dell'essere sublime in estasi sublime   in un campo di ogigia  la   xhoràlillà,  lì   là   solo la dea del   sublime    ci può creare.  Ah  essere   disvelanza  sublime   della  transmonade  vuota     in   exstasy   sublime,  quale deliranza  che  danza  nella  diradanza  sublime   dell'aletheia  dell'essere  sublime,  senza  il  nulla,  senza  altri   dei,  né   altri eroi,  né  entità  o  superentità,  solo   il  suo evento sublime che si  dà:   viene  in  sogno l'evento sublime   della  dea sublime   che  si  dà  nella  diradanza  che danza con l'imago   dell'eternità  transvedenza.  Viene  in sogno  con la  luce  dell'eterno  ritorno   della  transvedenza,  all'alba  di  un  altro  giorno   sublime   con  solo   un  ultimo   desiderio nei  pensieri,   ma  non    viene  mai in  mente,  né  oggi  né  mai.   Lì i   sogni   si  svelano  con  lo  sguardo    della  diafana  transplendenza  del  sublime  nella bellezza,   o  dell'essere  sublime  nella  bellezza  dell'ente  ideale,   o   con la  luccicanza  sublime   dell'exystenza  senza  presenza,  o  solo  con  l'assenza  sublime,  mentre  sussurra  sempre  ai   transensi  di  svelare  solo l'imago  della  diafana  transvedenza:   tanto  per  la ricerca  del  tempo  dell'eventuale  ritorno  c'è  sempre  innanzi  l'infinito   o  il  sublime   transinfinito.  Ho  solo  un  sogno  da  raccontare,  ma  non  lo  svenderò  per  qualche  virtù  virtuale,  ho  troppi sensi nascosti  e  silenti e  inauditi  e  indicibili:  forse  un giorno  aleggerà  nella  mondità  la  sua  eterna  presenza,   ma  è  già  sera,  è  già troppo  tardi  per credere  ancora  alle  fabule  con o senza  dormienti,  senza  sogni. Una  sola  volta,  se  mai ci  sarà,  forse  verrà  la  dea  del  sublime  con  in seno  un  sogno senza  senno,  insensato,  ma  non ci  sarà  più  il   tempo  per  sognare l'imago  imaginaria degli  eventi,   giacchè  non  c'è  più il  tempo  imaginario dell'imago eventuale.   A  nulla  pensa  il  nulla sublime  che  sogna  o  immagini  l'evento sublime   del  suo  infinito  ritorno  dall'abisso  animato,  ove  la  luccicanza  dell'evento sublime  si  dà,  senza  nulla  chiedere,   sino  al  terminale  dei  nostri  sogni  insonni  salienti  abyssali,    come una kuspyde sublime   imaginaria che attrae il  chiasma  eventuale,  ahhh   l'evento  sublime dell'essere  chiasmale,  sublime   interattanza  dell'interagenza kuspydale,  ewentuanza  sublime,   l'essere sublime   s'eventua  da  sè,   senza  la   legge  che  non  c'è,  senza   il   translogos   che   non  c'era,   senza   il   dio   che   mai  ci  sarà.   Ah   l'essere  sublime   s'eventua  aldilà   del  dio  che  non  c'è   più,   ah   l'essere sublime   si   dà   luce  da   sé,  senza   il  dio  del  bene   e  del  male  che  non  c'è   mai  più,   ah   l'essere sublime    s'eventua   aldilà  del  bene  e  del  male  che  non  c'è  più.     L'essere  della  sublimanza si   dà   alla  luce  da  sé,   aldilà  del  dio  dell'eterno  ritorno  che  non  c'è  mai  più.   Ah   l'essere sublime si  dà  luce  e  si  darà  alla   luce  aldilà   del  tempo  che  non  c'è,   aldilà   del  tempo  dell'eterno  ritorno  che   non  ci  sarà   mai   più.   Madre sublime della  sublymanza,   oh  eventuanza  sublyme  nei  suoi  occhi   c'è   l'essenza   della  nostra  morte  eterna,  non  saprei  come   e  senza  un  perchè,  né   saprei  come  mai  la  notte  sublime  si  nascose  nel  letto  delle  nuvole   e  si   rivelò   all'alba  con  il  raggio  di  luce  sublyme   di  un  tempo   che   fu  e  che  sarà:   oh  quante  volte   gli  occhi  hanno  visto  l'invisibile   sublyme    senza  scorgere  la  disvelanza  sublyme  dell'essere?    A   chi  si   rivolga  il  tempo  quando  pensi  alla  destinanza   e  giochi   con   le  sorti   degli  universi?   La   dea sublyme     non  gioca  mai  con  la   mondità,   ma  soffia  le   sue  auree sublymi  nei   pensieri  delle  stelle  che  mai   guardano  a   ieri,   ma   illuminano   i   sentieri  della  destinanza  sublyme  dell'essere.    Madre   della  sublymanza  ed eterna   eventuanza  che  guardi   e  contempli  senza   parole   e  getti   e  lanci   i   segni   degli  ewenti  sublymi  della  destinanza  senza  deklyni,   come   il  volgersi  dell'eventuarsi  astrale   degli  immensi  ed   infiniti   universi,   né  replicante   o  klonante   come  le  stagioni  del  cuore  della  natura,   o   le   intermittenze   sublymi   della   notte   o   del   giorno   in  disperanza  disanimata della   destinanza  della  sublatione  sublyme.   Ma   solo   lì   la  singolarità   sublyme   dell'evento  dà   alla  luce  la   destinanza   dell'excstasy  sublyminare che  dagli  abyssi  sublymi   sorge,   si  dà in  risplendenza,   si  ewentui  quali   luci   della  vivenza  sublyme  delle  aurore  senza  più  le  scorie   di  ieri  e  senza  più  le  pre-visioni  del   domani:   oh   madre  sublyme  della  destinanza  dia  all'essere   l'ewentuanza o  l'invisibile     sogno  sublyme,   affinchè  l'esserci  possa  raggiungere   le   lontananze  sublymi  delle  luci  boreali   e   naufraghi  nel  sublymynare  abysso  degli  ewenti  waghi,   ewanescenti  ma   pregnanti  di   miraggi   della  desideranza  sublyme.    AH   ascoltai  la  sera  sublime con  i  pensieri  rivolti   verso  le  veglie  ed  ora  si  è  qui  ad  attendere  gli   ewenti  sublymi  velati  di  presagi   e   ricordi.   Non   saprei  quando   possa  durare   l'attesa   dei   sogni  sublymi,   né  se  la  notte   sublyme  della  destinanza  salvi   dalle  spire  degli  abissi  della  sublimanza,    ma  se  la   madre dell'eterna   sublymanza   e della  destinanza   sublyme  disvelasse   agli   sguardi  il  tramonto   e  giammai  invocasse  il  deklyno  eterno  degli  abissi   sublymi,   l'eternità  abiterà  le  menti  sublymi  quale  gioia  sublyme   senza  fine   e  senza  fini,        e   grazia  sublyme   fluttuante  nelle  tempeste  di  tutti  i  wenti  degli  ewenti  abissali  della  destinanza  sublyme.    Ora  si  è  oltre  gli  ewenti  sublymi  della  destinanza  abissale,  trascorsi   all'ombra   degli  abyssi  tenebrosi   e  il  sentiero   abissale  non  svela radure  sublymi  della  transplendenza,  ma  solo  abyssi  sublymi   ove  possa  naufragare  la  destinanza  senza  ritorni   ewentuali.    Oh   che  i  wolti     sublymi  che  giungano  in-contro   siano  l'eventuarsi     dell'esserci,   e  se  così  non  fosse  e  mai  vada  si  sia  preda  della  destinanza  abissale sublyme,   altro  tempo  non  è  più  necessario per   calpestare  il  nulla  sublyme   o  il  niente  abyssale  che   svuoti  le  sfere  della   mondità   abissale  senza  anime  né  sensi.   SI  attenderà  che l'ewento  sublyme  dell'essere   si  sveli   dagli  abyssi  sublymi   con  le  luci  delle  aurore  delle  destinanze:   meglio  il  bagliore  sublime  della  sublazione  dell'ewentuanza dell'essere  che  la  lenta  transcendenza  negli  abissi  kaosmici:  così  parlò  Kalypso la  sublime  dea  o  musa  o  transmusa dell'eventuanza. 

    Le  interpretazioni  della   transestetica     transestatica   quella  transplendenza   della  sublazione  dell'eventuanza  sublime dell'abissalità   transgettano  nel  pensiero  in  mondità.  Quel  che  seguirà  è  intriso  di  quella  transpregnanza  e  transalienza  in   transplendenza   sublime  o  transplendezza dell’essere,  o  storia dell'oblio dell'essere sublime  o  storia  dell'eventuanza  della  sublatione  sublime.     L'essere sublime   è il nullo fondamento di una nullità  sublime.   Il Dasein sublime   è l'evento fondamentale della gettatezza  sublime  dell'esserci:  essere-nel-mondo  è  l'essere  nel  sublime  o  essere  nell'excstatica transradura sublime  o  Lichtung  sublime dell'essere, o  nella verità sublime   dell'eventuanza dell'essere   o   nell'eventuanza   estatica del  sublime  come cura  sublime  dell'esserci  sublime. Nel  sublime   star-fuori nella transradura  il Dasein-sublime  o L'essere-nel-mondo-sublime   soggiorna  in  excstasi  nella  sublime  naufraganza abissale. Il soggiornare  sublime  nella  naufraganza  abissale  è la sublime  transradura  della  sublatione    ove abita poeticamente   la  sublime eventuanza  dell'essersi  sublime, lì  l'essere dimensiona l'estaticità  della  eventuanza  della  sublatione  sublime. È solo con tale sfondo abissale  e  transinfinito  dell'essere in  sublatione  che  si  eventua  la verità sublime  dell'essere. La  bellezza  ideale  o  fenomenica  o  noumenica  o  epistemica  si  dà  ragione e   propone fini, impone regole, dispone mezzi e adatta ogni cosa ai modi dell'azione,   si dispiega ed è ovunque ed in priorità  un porre-innanzi, una presentanza del  dominio  imperativo  categorico  in  ideale  transcendenza.  La bellezza  mondana  ha agito troppo e pensato troppo poco,  giacchè la definizione di fini, di mete e di mezzi  è sin dall'epigenesi inadeguata nell' abnegarsi   in eventuanza   della  sublatione sublime  o  Ereignis sublime:   nessuno  ideò  la  bellezza  dell'evento   o  l'eventuarsi  della  bellezza,  giacchè  lì  c' è l'  eventuanza  del  sublime  o  la  sublatione  sublime  dell' Essere  o l'essere  che si eventua  nel  sublime. L'evento sublime   dell'essere  transgetta  l'eventuanza   della  sublatione  dell'essere nel sublime:   l'evento  sublime   è il  mostrarsi  o  manifestarsi  nell'evento,  o  nella struttura ontologica   dell'evento,  nella dispieganza della verità sublime   dell'essere  e  consentì  di  pensare l'essere nella sua eventuanza.  È  l'essere  sublime  che  si  eventua   nel  sublime, in una transradura sublime   dell'essere evento della  sublatione  sublime.  L'eventuanza  del  sublime  abita poeticamente   sia la fondatezza che  l'essere fondamento infondato o  Ab-Grund  sublime, ogni fondazione è inadeguata all'essere come fondatezza  del  sublime,  giacchè ogni fondazione non può che ridurre l'essere ad entità:  il pensiero sublime pensa la verità sublime   dell'essere,  giammai  la verità della metafisica della  bellezza  estetica  ideale o la  tecnica  del disvelamento,  ma la verità come aletheia  sublime  transpoiesis  della disvelatezza  sublime. Anche la phisis, il sorgere-di-per-sé, è  sublatione  sublime abnegarsi   dal nascondimento al  mostrarsi  o manifestarsi   sublime; nella  sublime   disvelatezza  si fonda la sublime técne: la técne è la poietica  sublime della  sublatione  dell'eventuanza  sublime dell'essersi,  è la  sublime disvelanza, la  dispieganza sublime, la  disvelanza   sublime  ove accade l'eventuanza  dell'aletheia  sublime, la sublime   verità  della  sublatione  dell'essersi. Gestell sublime  che si disveli   sublatione  sublime  della  Gestell della  disvelatezza  dell'eventuanza della disvelatezza  sublime,  o aletheia  del  sublime quale cura  o custodia di ciò che è libertà sublime  o  sublime  disvelatezza.  Il  sublime è là ove c'é il pericolo e lì  c'è  la sublatione  sublime   che salva  la verità   sublime  dell'essere  o  l' eventuanza  sublime:  ormai solo il Dio o  la  dea  del  sublime  può salvare l'eventuarsi  sublime  dell'essersi. La storia della metafisica della  bellezza  ideale  o  fenomenica  o  noumenica  o  epistemica  è la  storia della dimenticanza dell'essere sublime,  quindi storia del nichilismo estetico, storia dell'oblio del  sublime  o della differenza ontologica  della sublatione sublime dell'essere. La metafisica della  bellezza  ideale ideata da Platone evidenzia nell'essere la sola   idea  estetica  o  fenomenica  o  noumenica  o  epistemica.   Platone ideò l'idea dell'evidenza   dell'essere che è l'entità stessa dell'ente, o  l'essere  dell'ente o   idea a priori  platonica quale idea dell'ente nel  suo essere ente  dell'essere bellezza  estetica  che  si mostri nei  fenomena.  È l'inizio della  bellezza  ideale metafisica, Nietzsche  ne rappresenta l'estrema completezza, come  volontà di potenza  dinamica  della  bellezza  fenomenica, cioè della estetica fondamentale della  bellezza  dell'ente  o  dell'essere  dell'entità. L'essere dell'ente in Nietzsche è  ancora  la bellezza  fenomenica  ideale  o  noumenica  o epistemica sia  pure  la  purezza-gaia-scienza  nietzscheiana. Platone ideò   l'archetipo della metafisica della  bellezza  e Nietzsche pensò l'essere assolutamente in senso platonico e la  metafisica della  bellezza  tragica, apollinea  o  dionisiaca,   nell'ideale  interpretanza platonica,  quale adequatio, estetica metafisica della  bellezza  ideale  fenomenica, con  l'essere  dell'entità: Nietzsche è l'ultimo metafisico  della  analitica  della  bellezza  ideale. È l' essere bellezza  ideale  dell'ente 
 di Nietzsche che  si dà quale estetica ideale nichilista  o volontà di potenza  dinamica, o eterno ritorno  dell'ideale  bellezza  fenomenica; pensare l'essere quale bellezza  ideale  estetica  dell'ente è  la  volontà di potenza dinamica dell'eterno ritorno della metafisica della  bellezza  fenomenica dell'essere dell' ente  bellezza  ideale  del  mondo immagine.   Nietzsche ideò  così  il nichilismo della  bellezza  quale  estetica  del  non-ente,  del  niente,  del nulla  o  la bellezza dell'essere dell'ente  nella sua relatività con l'estetica del nulla, o  bellezza  del nichilismo  o  ideale  bellezza  del ni-ente o nichilismo della  bellezza  fenomenica  o  noumenica  o  epistemica. È la  Gestell  del  sublime  o  il suo eventuarsi quale sublatione del  nichilismo o la nientità dell'ente, quale  transradura della verità sublime  dell'essere che  si  eventua  quale eventuanza  della sublime   sublatione della grande potenza del nulla   che dispiega La verità sublime, la destinanza  sublime,  la transradura   sublime  dell' essere sublime o
l’eventuarsi dell’essere libertà  sublime. La differenza ontologica  del  sublime è la struttura  ontologica  sublime dell’essere.  
Platone  ideò il  fenomeno  dell'evento dell’essere  dell'ente  quale fondamento dell’apparenza,  o evidenziarsi
dell’essere bellezza  delle  entità: l’evento del  sublime  si  iscrive  ancora  nel fenomeno  del  sublime sia  pure  nella purezza fenomenica ermeneutica.  Ernesto Grassi e Luigi Pareyson svelarono  nell'estetica della  bellezza del  Dasein la  purezza o la  priorità  dell' a priori,   o  la  struttura  ontologica  o  la filosofia ermeneutica della verità inesauribile.  Verità e  interpretanza  infinita  della differenza ontologica, quale priorità della  fondatezza dell’estetica della  bellezza:  è  l'ermeneutica  fenomenica  di  Pareyson dell’essere bellezza  ideale della libertà  o  l’essere  dell’ente  nel suo essere svelato quale verità,  o  mostrarsi  o  manifestarsi bellezza della  purezza  ideale  dei  fenomena, l’ente dell’essere  verità dell’essere. Hölderlin  eventuò  la transpazialità del  sublime  o dell’abitare poeticamente  la  naufraganza  della   transtemporalità, o la  naufraganza dileguante  del  sublime   che è  l'abnegarsi verso l'epigenesi  prioritaria  densa  e  intrisa di  pregnanza  sublime  o  sublime presagio, si  è  nel  sentiero   in cammino verso l'eventuanza  sublime  che viene  o  verrà  a  salvarci: non è più  l’immagine o  l'imago del sublime  ad essere pensata a partire dalla bellezza, quanto l'estetica  della  bellezza  ideale  fenomenica della  bellezza ad essere pensata a partire dall’icona  o imago  o  immagine  dell'eventuanza  del  sublime  che  verrà  a  salvarci,  anche  là  ove  c'è  il  pericolo  o  il  terrore  o  l'angoscia  o  la  tragedia. L’immagine o  l'imago  del sublime  non si nasconde  più  nell'oblio  ideale  fenomenico,  o  nella  purezza  della  bellezza visibile o  evidente  nell'idea  dell'essere  dell'ente,  e perciò  invisibile  o  afenomenica  o  anoumenica  o  aepistemica e asimmetrica o  incalcolabile, indicibile, inaudita, indecidibile, incommensurabile.  L’essersi disvelato  nel  sublime  consente  all'essere d'essere l'eventuanza  sublime   dell'Ontologia Del Dasein sublime,   e  non  più  solo  l'ideale  fenomeno  dell'essere  entità  della  bellezza  ideale  della  purezza  della  transcendenza  noumenica  o  epistemica  o  metafisica della  bellezza  dell’esserci, quale  Metaphysik des Daseins. Lì   il  sublime  Da-sein   si  eventua  nella  sublatione  sublime  dall'Abgründ sublime  quale eventuanza  sublime della purezza  della  bellezza ideale,  o   eventuarsi del Dasein sublime. Nietzsche e  Leibniz  eventuarono  il  nulla  quale  fondatezza  estetica  sia  del  fenomeno  della  bellezza  sia  della  sublime  bellezza: nihil est sine ratione,   anche  la  purezza  fenomenica  della  bellezza  sublime. Niente è senza  translogos o  ideale o  noumenico o  epistemico,  neanche  l'essere  dell'entità. Leibniz disvelò  l'eventuarsi  della  bellezza  sublime quale  verità sublime  che  non  si dà più  come adaequatio rei et intellectus,  ma  quale  disvelanza  dell'essere  la  transmonade  sublime, quale svelatezza   che  eventui  anche  il  fenomeno  o  il  noumeno  o  l'epistemè dell’evidenza ideale  dell’essere dell'entità. Tale  sublime  svelatezza è la verità sublime   dell’essere sublime, o verità ontologica sublime. Tra verità sublime
ontologica dell'eventuanza  dell'essere  e verità ontica della  bellezza ideale  dell’ente si dà  la differenza ontologica sublime dell' essere. L’essere sublime  si dà nell'eventuanza quale svelatezza che consenta  la  sublatione sublime. Lo svelarsi del  sublime  nella  bellezza  ideale  o  fenomenica o  noumenica  o  epistemica  dell’ente è l’essenza della fondatezza  dell'essersi  eventuanza sublime: lì è non-ente, niente,  nulla  o  verità sublime che si biforchi
 in ontica  fenomenica  ideale  della  purezza della  bellezza   e transcendenza  ontologica  o  transontologia sublime dell'eventuanza. La svelatezza,   il mostrarsi  o  il  manifestarsi  dell'evento sublime  nella  bellezza  ideale è  consentita  dall'abnegarsi  sublime della  differenza transontologica della  sublatione  sublime: quell'eventuanza è  la
fondatezza della differenza ontologica quale trascendenza sublime  della  sublatione  dell’esserci. L’esserci è l'eventuanza sublime della  trascendenza, l’esserci trascende, perché mai si adegua all’entità, ma lo  eventua  nella sublatione o  nella svelatezza  dell'essere  sublime nella  bellezza. La  trascendenza ontologica  è  il  sublime  nella  bellezza: trascendenza o sublatione  sublime  dell'essere che  si  dà oltre, aldilà ed  al  di  sopra, oltrepassa la  fenomenica  bellezza. È trascendenza  sublime  cioè sublatione  sublime che trascende  la  bellezza  ideale,  oltrepassa  il  fenomeno della  purezza  della  bellezza. L’esserci sublime  si  eventua nella trascendenza sublime  come essere-sublime-nel-mondo,  o  essere  sublime  nella  purezza  e  bellezza  della  mondità.  La  sublazione  sublime nel trascendere progetta il mondo  sublime. Solo il pro-getto sublime che si  dà oltre l’entità consente all’entità di  mostrarsi sublime o manifestarsi o  abnegarsi  come   sublime  nella  bellezza. L’accadere dell'eventuanza sublime progetta  l'aldilà sublime, l' oltre ente, quale sublime  dell’essere dell’esserci  sublime, o  sublatione  sublime  dell’essere-nel-mondo-sublime:  l’esserci trascende la  sublatione  sublime  nel suo essere morfogenesi  sublime  del  mondo.  ................


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permalink | inviato da gpdimonderose il 7/9/2008 alle 1:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

28 dicembre 2006


Ontologia dell’opera d’arte mah…essere per la salvezza dell’essere significa essere per la salvezza dell’arte? E l’opera d’arte aiuterà l’essere a salvarsi? Mah… solo l’opera d’arte ci può salvare? E solo l’arte salverà l’essere o il mito ontoteologico della salvezza della mondità? Solo l’arte ci potrà salvare? Solo il mito dell’opera d’arte può salvare il mito delle muse della poiesis o dell’ontopoiesis? Ma l’arte è anche la salvezza del musagete, quale essere divinità che si dà all’arte o dà all’arte la fondatezza del mito? O che disvela con l’arte l’ontologia ontopoietica dell’opera dell’esser-arte-nella mondità come nella mondanità, o esser-arte-per-la-morte dell’arte… Già nelle origini della ermeneutica poetica la mimesis disvela la fondatezza della physis: aldilà della classicità simulativa, imitativa, clonante, tautologica, la mimesis quale apprensività attraverso lo sguardo, cattura con la vista, con gli occhi l’essere che si disvela nella sua physis. E’ l’esserci che com-prende contemplando l’eventuarsi della physis dell’essere, della natura dell’essere, dell’essere-nella-mondità. E’ la mimesis del disvelarsi dell’essere poetante…o l’ontologia dell’icona della physis quale ontologia dell’ikona dell’essere nel mondo. O l’ontologia della temporalità della physis che si disvela nel mondo quale spazialità immaginaria nella radura immaginaria ove s’eventua quale opera d’arte immaginaria… anzi l’ontologia fluttuante dell’essenza dell’essere poetante dà senso e dà alla luce la physis, non la imita o la modella o la ricorda, la divela quand’era abbandonata nell’oblio dalla fuga precipitosa degli dei epistemici, mitici, tecnici, ontoteologici quali il deus ex machina, la macchina poetica aristotelica. E’ indispensabile intraprendere gli studi e le ricerche dell’ontologia dell’opera d’arte, giacchè nel nuovo millennio tutte le configurazioni del sapere epistemico, ma anche le ontologie ermeneutiche, hanno evidenziato i propri confini aldiqua dell’essere-opera-d’arte, per concentrarsi solo sull’ontica, sulle entità narrate o sulle superentità ontoteologiche. L’epistemica dell’opera d’arte si è confinata nella sua ortogonalità calcolante, l’interpretanza ermeneutica ed intenzionale non si cura di offrire una fondatezza né alla nuova epistemica, né alla matesis virtuale, né alla physis immaginaria, né alla temporalità ontologica, men che mai dà fondamenta stabili alla struttura ontologica dell’opera d’arte. Solo il pensiero della disvelatezza resiste, o persiste nella sua re-esistenza, sostenuto dalla sua struttura ontologica fondata sull’essenza dell’essere-opera-d’arte-nel-mondo-per-la-morte. Ma la sua origine, o originalità o singolarità, non dispiega la sua pregnanza oltre la soglia del pensiero poetante che contempla poeticamente l’opera d’arte o la interpreta infinitamente nella temporalità kairos-logica più tosto che cronologica. Per raggiungere anche i sentieri interrotti della physis poetante dell’opera d’arte e quindi anche la fondatezza non tecnica della teknè, o il fondamento non epistemico dell’epistemica, la physis dell’opera d’arte si dovrà eventuare nella struttura ontologica dell’essere animati, aldilà dall’essere solo opera inanimata, per gettare le fondamenta nella radura, nel vuoto quantico epistemico, della topologia fluttuante dell’essere opera d’arte che si dà alla mondità per inter-essere o inter-esserci opera d’arte dell’essere animato che getta quale icona dell’essere-nel-mondo-della-morte-dell’arte. Può l’ontolgia dell’opera d’arte raccogliere gli eventi gettati nel sentiero dell’essere ed intraprendere la biforcazione dell’oltre che conduce alla radura, alla spazialità topologica sgombra dalle temporalità epistemiche o anche ermeneutiche, per approdare alla libera luce senza fondo, senza fondale, senza fondamenti epistemici, senza grund ma solo ab-grund, abissi ove l’evento dell’ikona poetante dell’essere possa abitare poeticamente quale opera d’arte dell’essere-poetante? E’ inevitabile intraprendere perciò il sentiero interrotto dell’ontologia dell’opera d’arte la quale ci porterà all’ascolto dell’intermittenza dell’essere-poetante-poeticamente-opera-d’arte-nel-corso-della-temporalità-immaginaria, ma anche delle temporalità kairoslogiche o kronoslogiche che si disvelano nella radura illuminante del kaosmos o nel campo morfogenico della physis dell’interessere o dell’interesserci animato dell’opera d’arte. Il sentiero, il meta-odos, il metodo, il seynweg che condurrà l’ontologia dell’opera d’arte verso la radura, sgombra, libera dalle scorie della volontà di potenza come opera dell’arte o della tecnè dell’imperativo categorico dell’epistemica tecnica vittima del pensiero calcolante, clonante, simulante, imitante, mimetico, quale mimesis dell’arte; ma anche oltre la classica decostruzione ermeneutica dell’ontologia storica privilegiante l’essere inanimato dell’arte o il superente ontoteologico, per abitare il vuoto ontologico là ove la seinpoiesis, l’ontopoiesis, possa disvelare la sublimità dell’interessere o interesserci opera d’arte dal classico alla temporalità virtuale. La ricerca filosofica della nuova ontologia dell’opera d’arte avrà quale priorità la libertà dell’essere poetante nella mondità e nella physis poetante: in qualità d’essere libertà poetante dell’interessere o dell’interesserci nell’opera d’arte nel corso del tempo. E’ ineludibile nella nuova epoche del nuovo millennio intraprendere il sentiero interrotto, la seinweg che ci conduce all’ascolto dell’intermittenza poetante dell’opera d’arte nel suo eventuarsi quale ikona dell’interessere o interagenza dell’interesserci dell’ontopoiesis o della seinpoiesis. Gli eventi intermittenti dell’ontopoiesis dell’opera d’arte si gettano nel campo morfogenico e nella radura ontologica per sgombrare prioritariamente le scorie e lasciare libertà di campo topologico all’evento dell’ikona dell’essere quale opera dell’arte dell’interessere o dell’interesserci abitante poeticamente la physis, la natura, dell’opera d’arte. Senza la libertà dell’essere opera d’arte quale libertà dell’essere nell’essere in physis poetante l’interessere non può abitare poeticamente la physis dell’opera d’arte, la natura ontologica, la struttura ontologica dell’arte. L’intermittenza dell’interagenza dell’interessere o interesserci assentemente presente o presentemente assente, nell’ontologia classica o poetante, abitò già nell’origine la tecnè o meglio nell’ontologia della tecnè ovvero nell’ontologia dell’opera d’arte. Quale opera d’arte prima dell’evento della tecnica, quale arte prima d’essere opera tecnologica dell’arte sia nella progettuali che nella poetica, sia nella gestell, quale struttura ontologica dell’opera d’arte che nella morfogenesi della configurazione ikonica o immaginante. Ma l’ ontologia dell’opera d’arte si disvelò assentemente presente anche nella matesis trasfigurante l’arte in tecnè, quale topologia dell’essere o interagenza dell’interessere o interesserci nella mondità prima di fossilizzarsi in epistemica del pensiero calcolante inanimato che contempli onticamente solo le entità della mondanità o le superentità delle ontoteologie conflittuali per le egemonie fondamentalistiche o relativistiche, clonanti metafore narrative algebriche, poliedriche, cabalistiche, iconoclastiche innanzi tutto quali artefici di roghi dell’icona dell’essere nel mondo o evento dell’ikona dell’essere nell’opera d’arte. Il luogo ove storicamente quegli eventi si evidenziano è la gestell dell’opera d’arte quale epistemè dell’essere alla mano, saper fare poetico, interagenza poetante che si dà, si getta nell’impianto, nella struttura ontologica abitandole poeticamente…successivamente quella eventualità mondana decade in volontà di potenza attanziale, attraente, attuante, attrattoriale, imperativa categoricamente di una superentità mondana, valorizzante storicamente solo ontoteologie mitiche fondamentali solo epistemicamente ed ermeneuticamente frattali e sferiche. Il ritorno al futuro dell’ontologia dell’opera d’arte disvelerà un altro possibile, virtuale, sentiero ininterrotto attraversante sia la matesis topologica dell’essere-opera-d’arte, sia la tecnè epistemica imperativa della volontà di potenza mondana dionisiaca o apollinea che si desideri, sia l’epistemè abbandonata dall’ontologia classica al naufragio e al nihilismo senza orizzonte, senza fondale, né fine, né senso, né futuro, né salvezza. E’ ineludibile intraprendere sintagmaticamente la ricerca, giacchè l’ontologia classica ha eluso la fondatezza non matematica della matesis, la fondatezza non logica del logos, la fondatezza non mitica del mitos, la fondatezza non epistemica dell’epistemè, la fondatezza non tecnica della tecnè, la fondatezza non artigianale, o seriale, dell’opera d’arte: proprio nell’epoca ove quelle varietà superontiche rischiano di imporre le loro imperanti volontà di potenza ontoteologica fondamentali sta. Purtroppo per gli artefici dell’oblio dell’ontologia dell’opera d’arte quella presenza strisciante si dispiega nelle fondamenta dell’imperativo categorico del pensiero calcolante della tecnè, ma anche nella decostruzione ermeneutica e fin’anche nell’ontologia classica, o là ove il pensiero poetante non sappia disvelare tutta la sua sublime poiesis quale opera d’arte dell’ontopoiesis dell’interagenza dell’essere poetante. Ma perché neanche l’ontologia classica ha disvelato i dispiegamenti, sia pure intermittenti dell’interesssere o dell’interesserci dell’opera d’arte nella physis poetante.

Ontologia delle opere d’arte

 

 

 

 

L’opera d’arte eventua la destinanza dell’essere….o meglio il sentiero ininterrotto che non conosce oblio ma solo la risonanza dell’ikona dell’essere che si dà , si eventua quale onto-teleologia, quale sentiero del destino dell’essere:ontoteloslogia più tosto che ontoteologia, o mitopoiesis o mitologia: è l’ontopoiesis quale evento della risonanza dell’ontoteleologia dell’eSSere. Il pensiero dell’origine dell’opera d’arte dispiegò prima una ontoteologia poi un’ontica, ma mai si disvelò la ontoteleologia dell’opera d’arte o della poiesis, o del suo pensiero poetante. Solo alla fine dell’ultimo millennio la qualità di destinanza, o ontoteloslogia, si disvela quale sentiero che l’opera d’arte traccia, o getta nella mondità , quale destino ontologico dell’essere. Lì in quel sentiero ininterrotto l’eSSere si disvela nell’esserci per essere custodito nell’opera d’arte quale ikona della destinanza dell’eSSere, quale immagine del destino ontologico dell’eSSere nella mondità. La nascente ontologia dell’opera d’arte può rispondere all’enigma della destinanza dell’eSSere quale ikona dell’essere nella mondità: il destino dell’eSSere si eventua nella morfogenesi vuota della radura ove l’inter-essere poetante si getta quale ontologia della libertà della destinanza o quale attanza poetante del’essere, prima dell’attanza immaginaria nella physis e dell’attanza virtuale nella mathesis, nella tecnè, nella epistemè. Solo così l’ontologia dell’opera d’arte si eventua quale ascolto della risonanza dell’intermittenza poetante dell’essere in essere, dell’essere in attanza poetante nella physis poetante e nel kaosmos poetante quale essere che si getta nell’abisso quale fondatezza del fondale poetante che si dà quale destinanza dell’eSSere nella radura. La destinanza si getta quale fondatezza dell’essere nell’abisso dell’eSSere poetante ed eventua nella mondità l’ontologia poetante dell’opera d’arte la quale libera il sentiero della trascendenza poetante, nel kaosmos poetante, nella physis poetante, nell’essere in libertà poetante, quale sublimità poetante disvelante l’ontologia dell’opera d’arte, nella destinanza d’essere libertà poetante nel pensare l’eSSere in libertà, giacchè l’ontologia dell’opera d’arte è la libertà del pensiero poetante di pensare l’eSSere in essere libertà poetante o libertà d’essere opera d’arte dell’eSSere. La ricerca filosofica del sentiero ininterrotto dell’ontologia dell’opera d’arte quale ontologia poetante del discoprirsi della physis dell’esseRe, la quale si discopre nell’intermittenza del pensiero poetante o della poesia filosofica o poesia pensante, è ineludibile nella nuova epoche del nuovo millennio. Anzi la nuova epoca sarà caratterizzata dal discoprirsi della radura luminosa ove soggiorna l’esseRe discoperto, libero dall’imperativo categorico della volontà di potenza dell’epistemè, liberato dalle necessità del pensiero calcolante sempre meccanicamente o automaticamente adeguante l’essere alle entità o alla mondanità ontica. Nel suo discoprirsi l’ontologia dell’arte lascia invece l’essere d’essere libero in campo, nella radura, anzi in tutti i campi del sapere , del pensiero poetante e dell’arte pensante poeticamente. La ricerca filosofica degli eventi intermittenti dell’ontologia dell’opera d’arte sarà anche la classica storia dei saperi poetanti, ermeneutica dei poeti sapienti, l’ontologia dell’immagine o dell’immago, l’ontologia dell’immaginario virtuale o virtuoso. Lì soggiornerà l’essere poetante che si dà alla luce nella radura: qual sentiero topologico kaosmiko che eventua l’ontologia della physis poetante che dà fondatezza alla matesis, alla physis epistemica, alla tecnè attraverso la differenza ontologica dell’interessere poetante. La fondatezza ontologica ontopoietica della matesis si dà, si discopre quale disvelatezza dell’ontologia poetante della verità, dell’aletheia che si eventua nell’opera d’arte libera e poetante fondale ed abisso, grund e abgrund, della epistemè e della tecnè, oltre l’eterno ritorno del nihilismo della tecnica, ma anche oltre l’ontologia classica, forse però ancora necessaria solo per disvelare alla mondità a alla mondanità la nuova ontologia dell’opera d’arte quale verità ontologica che discopra l’esseRe nell’epistemè come nella matesis della physis. Ma quel che dovrà disvelarsi è l’ontologia della gegenstand sia quale essere dell’ente, sia quale esserci o essere nella physis o svelatezza dell’essere nell’opera d’arte. O meglio l’ontologia dell’opera d’arte discopre la fondatezza della differenza ontologica sempre presente sia nell’essere che nell’esserci delle entità nel corso del tempo prima che comprese dalle epistemiche della mondità. L’opera d’arte disvela innanzi tutto l’essere-nella-verità o l’essere-nell’aletheia o essere-la-verità-dell’immagine o essere la verità-dell’ikona-dell’essere. Le epistemiche mondane gettano l’oblio solo per comprendere la verità dell’ente, ma l’opera d’arte non sarà mai solo l’entità-epistemica finitamente interpretabile secondo l’ermeneutica narrativa, ma discopre sempre presente la differenza ontologica dell’essere la verità, l’aletheia dell’esserRe. L’opera d’arte non sostiene in sé la presenza della-non-verità o la non-aletheia quale oblio dell’essere, per tale pregnanza non sarà mai semplice epistemè della gegenstant delle entità del mondo che si eventuino quali intenzionalità del kosmo o della temporalità cronologica. In quella differenza l’opera d’arte disvela sempre l’ontologia della physis quale verità della natura dell’essere o aletheia dell’essere-nella-physis. Non si può più permanere nell’oblio della verità della physis, giacchè l’opera d’arte ci dispiega l’icona dell’essere nella physis anche nell’ikona epistemica della physis, quale temporalità immaginaria , quale radura nella spazialità del kaosmos. Anzi l’ontologia dell’opera d’arte non dimentica neanche il vuoto ontologico dell’essere dell’entità, giacchè lì soggiorna anche il vuoto della radura ove la verità dell’essere si discopre per gettarsi vuota-aletheia-dell’essere, vuota-disvelatezza-dell’essere. Solo così, solo quale verità ell’essere-nell’opera-d’arte l’aletheia non può più essere preda o vittima del nulla, giacchè il nulla annichilisce la verità ontica ed epistemica dell’entità, ma mai la verità dell’essere. Semmai l’aletheia dell’essere si può sottrarre o abitare assentemente l’immagine o l’icona, ma giammai annichilirsi nel nulla, nella non-entità, o nella mondanità temporale cronologica. La verità dell’essere soggiorna nel corso del tempo nell’immagine dell’opera d’arte con cura, per disvelarsi al mondo o all’esserci solo nella kairoslogia, quale singolarità ontologica che si dà, si discopre dall’abisso, si disvela dal nulla, dal suo essere sempre il non-ente, senza essere mai il niente. L’essere opera d’arte significherà così l’esser-vuota dell’ente e del nulla, libera dalle entità e dal niente, per essere solo opera, gettanza dell’essere-arte, senza tecnica né epistemica, ma solo immagine dell’essere-arte del non-ente, icona della verità della non-entità, aletheia della radura abissale ove l’essere possa abitare per sempre poeticamente quale ontologia dell’opera d’arte: giacchè l’essere è l’opera d’arte, l’essere è arte e l’arte d’essere opera d’arte quale opera d’arte dell’essere o dell’esserci. Solo così l’essere si cura, si custodisce, si libera dal nulla e dal niente oltre a mai adeguarsi alle entità della mondità fonologica, quale essere che si discopre dall’abisso per eventuare il fondale e la radura ove si possa disvelare l’opera d’arte. L’opera d’arte si dà quale esseRe che re-esiste nella radura libera e vuota e abissale per re-esistere quale opera d’arte non necessariamente epistemica o ermeneutica o ontica ma autenticamente ontologica o ontopoietica.

Ontologia dell’esser-arte…0ntologia dell’esser-arte ontology-art ontologia-art ontologia della physis dell’arte…il venir-fuori-dalla-velatezza è l’essere dell’opera, il disvelarsi di una nuova morfia della physis, di una sagomatura della natura animata dell’essere, di una templarità dell’ikona della physis dell’essere. L’ontologia dell’opera d’arte è la templarità dell’immagine dell’essere nella physis, o morfia templare quale supersimmetria dell’ikona della physis dell’essere. Il disvelarsi dell’aletheia ontologica è il venire alla luce, il darsi alla luce, la gettanza che si dà alla luce nella radura vuota e libera della templarità dell’ikona della physis dell’essere, quale morfica templare dell’immagine dell’essere nella physis. Il venir fuori della disvelatezza discoprente la templarità dell’ikona della physis ontologica dell’essere. È la templarità della radura vuota, del luogo ove abita poeticamente l’essere che disvela l’ikona della physis o l’immagine dell’aletheia dell’essere, quale topologia poetante o quale ontopoiesis o quale ontoikona dell’essere nella physis. È l’ontoykona dell’essere che getta le fondamenta, si getta e si de-costruisce nella radura luminosa della physis e si eventua in morfie templari dell’immagine della physis dell’essere e si disvela all’esserci quale gegenstand, sempre di fronte, dell’ikona ontologica della destinanza dell’essere. L’ontoykona ama disvelarsi nella radura luminosa della physis dell’essere quale opera dell’essere arte per l’arte del’esseRe o per essere l’aletheia dell’essere quale evento nell’opera d’arte. L’opera d’arte ama nascondersi nell’opera dell’essere ontoykona della physis per eventuarsi quale svelatezza nel gegenstand della topologia templare dell’immagine dell’essere. Ma perché l’ontoykona si eventua sempre quale opera d’arte dell’essere più tosto che evento del nulla o del niente? Mha perché la differenza ontologica lascia all’epistemica la destinanza delle entità mondane e cura, custodisce l’aletheia della physis dell’essere quale templarità ikonica della topologia ontologica dell’essere. È la physis templata che si eventua quale opera d’arte sia nella ontocronia che nella ontokairosia: nell’ontocronia dell’essere dell’entità, nella ontokairosia dell’essere evento della singolarità originaria dell’opera d’arte. Spesso è compresente sia l’ontocronia della physis della mondità che l’ontokairosa singolarità dell’essere o meglio nell’opera d’arte è assentemente presente l’una o presentemente presente l’altra nella stessa radura luminosa dell’onto-topia dell’essere opera dell’arte o ontopia-dell’arte o ontopia dell’ikona o dell’imago dell’essere o topologia ontologica dell’onto-ikontopia. È quella la differenza ontologica della temporalità e templaticità dell’opera d’arte: mentre la ontocronia si eventua solo nella physis mondana o dell’esserci, l’ontokairosia si dà, si eventua solo nell’essere-opera-d’arte. Attenzione qui si discopre la differenza anche nell’opera fatta a mano, immagine o suono o voce che sia, il manufatto dell’esserci- ontokronia e quello dell’essere-ontokairosia: il primo si adegua alla temporalità delle entità mondane senza discoprirne l’ontologia della physis, la temporalità templata invece disvela sempre e per sempre l’ontokairos dell’ontoykona dell’essere-arte-per-l’essere prima d’essere arte-per-il-mondo o essere arte-per-esserci…ah come si farà a comprendere? L’arte per esserci o l’arte-per-la-mondanità privilegia sempre e comunque l’ontologia del presente: si adegua alla verità epistemica del mondo senza chiedere nulla di più, giacchè la sua ermeneutica è finita con l’ontokronia dell’ontica o dell’esser-solo-entità-del-mondo, anzi solo entità ontica di questo mondo senza alcuna onto-topia, ma solo u-topia o dis-topia. Lì l’essere-arte-per-essere è custodita nell’oblio o nascosta nella physis epistemica del mondo o nella mitica origine dell’esserci. Ma l’ontologia dell’ontopia dell’ontikona si sottrae dalla ontokronia per abitare poeticamente la radura luminosa della templata-ontokairosa dell’esere-arte-per-l’essere che si getta nella physis della mondità ma che si differenzia sempre nella sua interpretanza infinita, quale ermeneutica ontologica dell’essere arte per l’essRe. Qui l’impianto, la ge-stell dell’ontologia dell’opera d’arte si eventua sempre quale templarità dell’ontoikona ontopica ontopoietica, anzi la gestell, la struttura ontologica, è l’ontikona templata dell’essere opera d’arte dell’esseRe, di più è la destinanza dell’ontopoiesis dell’ikona che apre il sentiero ininterrotto nella radura vuota ontologica. L’ontologia dell’esser-arte si disvela nell’essere-la-radura, lichthung-sein, quale gestell della radura della destinanza dell’essere: lì nella spazialità vuota la struttura ontologica dell’esser-arte soggiorna poeticamente quale ikona ontopica della ontokairosia. L’essere-la-radura quale destinanza sia del grund sia dell’abgrund dell’esser-arte, sia fondamento sia abisso dell’ontologia dell’opera d’arte: lì quel che appare quale eristica epistemica si eventua quale kaosmica-ontikona dell’aldiqua e dell’aldilà. Solo così si comprende l’originalità dell’opera d’arte, giacchè la sua destinanza ontologica non subisce mai la dettattura epistemica dell’essere dell’ente perché quella eventualità si dispiega solo nell’ontokronia e mai nell’ontokarosia: può essere tangente alla tecnè, tecnica, ma mai decostruire l’essere-arte ontopica. Nell’origine dell’opera d’arte l’ontokairosia dell’ontoikona si eventua per sempre senza più essere ontokronia epistemica dell’essere-entità: l’opera d’arte non è più abbandonata dall’essere…gli dei sono fuggiti dall’opera d’arte ontoteologica, ma non l’essere dell’arte quale ontikona della gestell ontologica. Perciò l’ontologia dell’opera d’arte non sarà mai una semplice estetica dell’esserci o dell’essere-entità ontokronica, giacchè i sensi sono dispiegamenti dell’esserci e possono solo percepire le entità ontiche, mai l’essere si disvela ai sensi sempre si discopre solo all’interessere ontokairoslogico. L’ontologia dell’esser-arte discopre la compresenza nell’opera d’arte dell’interagenza tra ontokronia e ontokronotopia: mentre nell’epistemica fisica esiste solo la kronotopia quantica dell’essere dell’ente, nell’essere opera d’arte si eventua l’essere della ontologia kronotopica ikonica che dispiega l’ontocronia iconica già assentemente presente nell’ontocronia quantica. Nella physis c’è la destinanza dell’essere quale gestell-ontokronica la quale si dà sia nella gestell-ontologica, sia nella gestell-ontica, sia nella gestell-epistemica, sia in quella gestell-paradigmatica che dà fondatezza all’ontologica gestell-grund come alla gestell-abgrund, alla gestell-abissale, alla struttura ontologica dell’esser-arte nella gestell-destinanza dell’opera ‘arte. Ma perché? Forse l’ontologia della destinanza dell’esser-arte sconvolge la causalità epistemica della temporalità per eventuare sempre e in ogni luogo la gestell-ontokronotopica del destino della gestell-ikona o della gestell-imagine o gestell-imaginaria o gestell-imago nell’essere opera dell’arte dell’essere oltre che dell’esserci. Già altri hanno svelato l’interagenza del tempo-figura col tempo-immagine o dell’immagine-tempo o dell’imago-tempo qui si discoprirà l’ontologia dell’imagine-spazio o dell’imagine-spaziotempo o dell’imago-spaziotempo fondanti lo spaziotempo-imagine o lo spaziotempo-figura o lo spaziotempo-imago nella gestell-ontopoetica o nella gestell-poetante-pensante dell’essere-arte. Lì l’ikona-tempo si disvela sempre nella sua qualità di ikona-spazio-tempo, quale ikona spaziotemporale dell’aletheia-tempo o dell’aletheia-spaziotempo disvelante sempre la gestell-aletheia o gestell-verità o la struttura ontologica della gestell-tecnè quale gestell-poiesis o gestell-ontopoiesis della gestell-ontoteleologica della gestell-ikona dell’esser-arte e non altro, ma che si dà quale fondatezza della destinanza epistemica dell’ontokronotopia. È la gestell-templata dell’ontologia dell’esser-arte che si dà quale opera d’arte del musagete, dell’esserci che cura nella rdura ontologica l’eventuarsi della gestell-ontopoietica. L’esser-arte è la misura di tutte le cose della mondanità, delle entità della mondità, dell’esserci, della presenza assentemente-presente, dell’essere nel mondo dell’arte, dell’imagine dell’essere nella mondità, dell’imago dell’essere, dell’ikona dell’essere, della gestell dell’opera d’arte, della struttura ontologica dell’opera d’arte. L’esser-arte è la misura, la destinanza ontokronotopica, del musagete, della gestell-musagete, della struttura ontologica dell’esser-musagete, dell’esserci quale musagete della gestell-imago, della gestell-imagine, della gestell-ikona della gestell-poetante-pensante. È la prova ontologica dell’esistenza dell’opera d’arte o meglio la prova ontologica dell’esistenza della gestell-arte, della struttuta ontologica dell’esser-arte. Non solo e non tanto quale prova ontologica dell’esistenza delle entità dell’arte, o quale prova ontologica dell’epistemica o ermeneutica dell’opera d’arte, giacchè l’esserci nella mondità delle opere d’arte è già presente nell’ontocronia del mondo, ma quale presenza ontokairosa della gestell-templata dell’esseRe: l’opera d’arte non è e non sarà mai solo l’ontica imagine del mondo ontocronico o utopico o distopico, ma sempre la gestell-ikona dell’essere ontocronotopia della ontokairostopia o ikonotopia dell’esseRe. La gestell-ikona non è più l’essere animato o l’esserci del musagete, ma non è altrettanto l’essere inanimato delle imagini del mondo, se mai sarà per sempre l’essere dis-animato dis-animante l’ikona dell’essere: senza essere anima o entità onteteologica o solo mitica o ematopoietica, l’indeterminatezza dell’animato o dell’inanimato per essere dis-anima della struttura ontologica ontopoietica dell’imagine-dell’esseRe. Ma che significa ikona dis-animata della gestell dell’opera d’arte? È l’ontologia dell’imagine del vuoto, l’imagine della radura o l’ikona del vuoto o l’ikona della radura che si dà nell’origine o nell’originalità dell’opera d’arte quale ikona o imagine dell’essere libero dalle entità ontiche della mondanità del nulla o del niente o del non-ente, quale ontologia della libertà dell’ikona ell’essere liberata dalle immagini del nulla o del niente o del nihilismo ontico delle varie volontà di potenza categoriche dell’imperativo mondano epistemico delle entità del vuoto quantico. Solo l’imagine del vuoto consente all’essere d’abitare poeticamente la radura-gestell-ontopica: là l’imagine dell’essere si disvela libera quale misura della mondità ontocronotopica. Qui si discopre l’autentica ermeneutica ontologica della misura quale gestell-templata o gestell-templare o struttura ontologica template dell’ikona dell’essere, mentre la misura classica o simmetrica si adeguò all’imagine ontica della temporalità ontocronica. Solo la gestell-ikona disvela la destinanza della singolarità che si eventua nel sentiero ininterrotto nella radura fondale-gestell. Lì l’aletheia della gestell o la verità della struttura ontologica consente all’ikona d’essere opera d’arte, ma anche consente alla verità di disvelarsi nell’opera d’arte quale evento della verità o evento dell’aletheia o evento della disvelatezza dell’ikona-gestell dell’esseRe. L’opera d’arte è la verità o meglio l’esser-arte è l’aletheia dell’ikona-gestell della destinanza dell’esseRe. Mentre la verità epistemica o ermeneutica si adeguano alle verità ontiche delle entità categoriche, la verità dell’opera d’arte disvela l’essere delle entità e non solo: la gestell-aletheia discopre l’ikona del vuoto o l’imagine della radura ove possa abitare poeticamente l’essere ed ove possa aleggiare l’evento dell’aletheia-destinanza. Ma forse quel che è più rilevante qui ed ora è la messa in opera della verità dell’ikona dell’abisso, dell’imagine dell’abgrund dell’essere: l’opera d’arte nella nostra epoca è innanzi tutto l’ontologia della gestell dell’ikona dell’abisso ell’esseRe.

c’è una differenza ontologica nell’ontica della verità: c’è una verità epistemica fondata sui modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’esser-arte eventua l’aletheia ontologica quale messa in opera dell’essere nell’opera d’arte. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-opera-d’arte o dell’esser-arte, ma anche dell’esser-epistemè-dell’arte o dell’essere epistemica ontologica dell’opera d’arte. Anzi solo la verità messa in opera dall’opera d’arte discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere arte dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere opera d’arte delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in opera dell’esser-arte? Anzi che cos’è la gettanza dell’esser-arte nell’opera d’arte? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, dell’opera d’arte che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nell’opera d’arte quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-dell’opera-d’arte quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il werk-setzen delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso dell’opera d’arte senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il setzen si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nell’opera d’arte, nella werk-setzen al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo l’opera d’arte riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nell’opera d’arte l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-werk-setzen cura da sé l’esser-arte, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È l’esser arte che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il werksein, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-opera o essere-gettatezza-dell’arte e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nell’opera d’arte è all’opera o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-arte-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della werksein e la werk-sein non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-werksein si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della worksein che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’esser-arte, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il werk-sein è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in opera lascia libertà d’essere all’arte, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-arte della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il werksein si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’esser-arte nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere opera ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma la werksein si eventua non solo nel fondale, nel grund quale setzen degli eventi ella verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’esser-arte dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere arte all’opera, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la werksein, la messa in opera dell’essere dell’arte consente al musagete di accogliere l’ascolto dell’opera d’arte che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale ell’esser-arte quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’opera dell’aletheia dell’esser-arte. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma dell’opera d’arte: l’arte ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’esser-arte ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica oontokairostopica. Solo così l’esser-arte si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’esser-arte si evntua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvlela quale dis-verità o essere opera della dis-aletheia dell’esser-arte, si discopre quale dis-inveramento della gestell-arte o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità dell’opera d’arte. La verità nell’opera d’arte ci appare quale aletheia-della-dis-inveratezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inveratezza dell’esser-arte, giacchè l’arte ama la disinveratezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’esser-arte getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-opera dell’opera d’arte o meglio nell’esser-opera è all’opera la verirà dis-ascosta della dis-in-veratezza o che nell’essere opera d’arte vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta della dis-in-veratezza dell’esser-arte. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è all’opera la verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’esser-arte ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’opera dell’esser-arte. Quella interagenza consente all’arte di essere-creata dall’esserci-musagete o meglio solo quando l’opera d’arte è creata dall’essere-verità-dis-ascosa della dis-in-veratezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è arte e l’arte è la verità dell’essere opera d’arte. Lì si dà l’arte o l’arte si dà quale werksein: l’origine o l’originalità dell’opera d’arte o del musagete è l’arte della verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’esser-creata, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in opera nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’esser-arte almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in opera quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-veratezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti per la verità-epistemica o verità tecnica fondata su modelli della matesis. Nella mitopoiesis invece il musagete ascolta la messa in opera della verità ontologica la sola che gli consenta l’interagenza con l’esser-arte della verità quale opera d’arte creata dall’essere che eventui l’essere-creata dal musagete. L’essere-creata dell’opera d’arte eventua l’epistemica ontologica della tecnè, ma soprattutto discopre l’evento della aletheia-dis-ascosità quale gestell della destinamza dell’essere-arte-creata dall’interagenza dell’esserci con la radura vuota e senza limiti, la radura sub-lime del fondale ove l’interessere possa soggiornare poeticamente in sinestesia con l’evento della verità-disascosità-disvelatezza-dis-verità-dis-aletheia. Qui nella mitopoisis come mell’ontopoiesis o nella poiesis stessa l’epistemica on tologica della verita si discopre quale in-disasconsità, ma anche quale dis-disascosità, meglio in aletheia e in dis-aletheia, in velatezza e disvelatezza indicibile ma sempre creata dall’esser-arte dell’interesserci con la physis. Solo quando l’esser-creata custodisce e cura l’aletheia-disascosità si eventua l’attrazione verso l’opera dell’esser-arte, anzi è la verità-attanza che attira la contemplazione dell’esserci, è l’aletheia-attanza che discopre il sentiero ininterrotto della destinanza d ell’essere-arte-creata-dall’essere. Ontologia dell’esser-creat-arte ah la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’esser-creata opera d’arte. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere opera d’arte o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale opera creata dalla mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’esser-creata dall’opera d’arte dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’esser-creata dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-creata dall’arte, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-creata-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-creata-dall’essere quale opera d’arte dell’essere per essere solo opera d’arte della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-creata dall’essere opera d’arte che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-creata dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’esser-opera d’arte creata dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della messa in opera della verità ontologica dell’esser-opera d’arte dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’esser-creata quale opera d’arte per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’esser-creata dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’esser-creata dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona dell’arte. È lì che la destinanza dell’esser-creata si disoblia per disgettarsi quala dis-mittenza dell’essere dis-opera della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella messa in opera dell’essere arte, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica messa in opera della verità o aletheia , nell’esser-arte si dà , si getta, si eventua la messa-in-opera della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica della messa-in-opera della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi la messa in opera della verità getta le fondamenta della messa-in-opera della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che crea la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-opera quale perenne dis-messa-in-opera dell’opera d’arte o meglio quando l’opera si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-opera d’arte si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale opera non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere dell’opera si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura nel dis-vuoto nel dis-nulla.

quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte dell‘arte O essere-per-l‘arte-della-morte o essere per la dis-morte della dis-arte o essere per la disarte della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia dell‘opera d‘arte o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale disarte della dis-poiesis ossia della poiesis della dismorte della disarte: quale arte creata dal dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E l‘opera d‘arte fondarsi sulla non arte o o la disarte o la poiesis sull‘a-poiesis o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della disarte o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o dell‘opera d‘arte o dell‘arte d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della disarte della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale opera d’arte gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte dell’arte o della disarte: l‘essere-per-l‘arte-disarte può salvare l‘arte-disarte nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare, Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte dell‘arte o dell‘arte per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte, O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria dell‘opera d‘arte-disarte. Arte immaginaria o immagine-disimmagine dell‘arte quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà l‘arte quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o mdisinteressere. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza dell‘arte-disarte. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella disopera d’arte-disarte del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: l’arte-disarte salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga: Solo il mito-dismito dell’opera d’arte-disarte può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dipoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis, l’arte-disarte è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà all’arte-disarte o che dà all’arte-disarte la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà all’arte-disarte del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione dell’arte-disarte dell’essere. il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante dell’opera d’arte-disarte quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nell’opera d’arte-disarte è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso all’arte-disarte, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere. l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la r adura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nell’opera d’arte-disarte. è chiaro che l’evento-disevento dell’essere creata opera d’arte-disarte disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento dell’opera d’arte-disarte il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quantista. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica dell’opera d’arte-disarte prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesi dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nell’opera d’arte-disarte il dis-evento-disepistemico si svela da sempre quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà l’opera d’arte-disarte-disepistemica ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-epistemica dell’essere? Nessuno prima del presente ha disvelato la differenza ontologica dell’epistemè anche perché la matesis e la metafisica della physis hanno gettato l’oblio dell’epistemica, ma in origine si disvelò sia l’onto-epistemè che l’eu-epistemè della verità nell’essere-creata quale opera del musagete-dismusagete in risonanza della disgettanza delle onto-morfie delle muse-dismuse: in quell’evento si discoprì la bellezza del sublime essere più vigente di quella manifesta, o meglio la bellezza dell’essere essere più ontomorfica di quella delle entità o della superentità o della mondità o dell’esserci. L’epistemè scelse la bellezza del mondo la ismittenza dell’arte-disarte si eventuò sempre più quale bellezza dell’essere: quella ontomorfia sarà contemplata e com-presa dall’ontoepistemica o dall’euepistemè. La differenza ontologica nell’epistemè discoprì l’eristica epistemica o l’isteresi epistemologica della loro destinanza: l’una si svelò quale erranza dell’altra, l’una gettò nell’oblio l’altra: l’arte si eventuò quale essere erranza dell’epistemè-tecnè, e l’epistemica si discoprì quale erranza dell’esserci del musagete contemplante solo le muse giacchè anche gli dei sono fuggiti. Si disvelò così l’erranza dell’essere nell’essere opera d’arte e l’oblio dell’essere nella tecnè-epistemica, ma quell’evento discoprì anche la diradanza dell’essere, dell’essere vuota nullità per l’epistemè e dell’essere vuota radura ove si possa abitare poeticamente anche quando la destinanza degli dei li porta alla fuga e le muse sono più libere nella loro disvelatezza delle risonanze musagetiche. Lì nella diradanza della radura-disradura si cura l’abisso dell’essere dis-diradanza ontomorfica com-presa solo con l’ontoepistemica o l’euepistemica dell’essere-opera-della-dismittenza-dell’arte. In quell’essere per la destinanza nella diradanza dell’essere si eventuò l’ontomorfia dell’essere per la verità o la morfogenesi dell’essere nella verità o essere per l’aletheia o essere nell’aletheia o essere-per-l’arte o essere-nell’arte più che esserci nella tecnè-epistemè. È l’increspatura ontologica della diradanza che disvela l’essere dall’oblio, dal suo essere stato un essere-nel nulla o un essere-nel-niente, o meglio l’essere stato compreso quale essere-del-nulla o essere-del-niente o solo essere dell’ente o della superentità. L’ikona dell’essere si dis-oblia dal suo essere-del-nihil o essere del nihilismo o essere per il nihilismo per disgettarsi quale ontoikona e ontomorfia dell’essere-nella-physis-dell’essere e perciò com-preso dall’ontoepistemica dell’essere opera dell’arte d’essere. La luce dell’essere si disvelò dal dis-oblio per essere com-presa quale divelanza della luce dell’essere, non del niente o del non-ente o dell’entità o dell’esserci o della tecnè-epistemica-ontica o della superentità ontoteologica. Anzi la fuga degli dei lasciò libertà d’essere alla diradanza dell’essere, alla risonanza delle muse, alla contemplanza del musagete, ma soprattutto lasciò alla destinanza dell’essere di essere nella libertà o di essere per la libertà della dismittenza dell’opera d’arte quale ontomorfia-compresa-dall’ontoepistemica o epistemè ontologica ell’imagine dell’essere nella radura o l’ikona dell’essere nella diradanza quale imago dell’essere-radura-disradura o ontikona dell’essere-diradanza-disdiradanza. Quella sua gestell o struttura ontomorfica si dis-oblia per essere nella physis, per essere della physis dell’essere ed essere al mondo quale esser-creata dall’essere che si getta nel suo mondo ontologico prima d’essere mondità ontoepistemica o mondanità dell’epistemè-tecnè. È la singolarità della luce sublime della diradanza che si dis-oblia o si dis-abissa quale ontomorfia dell’ikona dell’esser-arte della morphysis, della morfogenesi della physis, dell’ontogenesi dell’essere-physis da contemplare e com-prendere con l’ontoepistemè dell’arte-disarte: la luccicanza della vuova diradanza che si dà, si getta quale sacra luce misterica dell’essere-creata dall’esser-arte, quale immagine in essere dell’imagine dell’essere o ikona dell’essere o imagine per l’essere o imago dall’essere o imagine sull’essere-in-essere-compresa-dall’essere: epistemè in essere dell’essere epistemica dell’essere o ontoepistemica dell’essere-creata dall’arte-disarte quale esser oltre il nulla, oltre il niente, oltre il non-ente, oltre l’entità, oltre la morte dell’esserci, oltre il nihilismo della tecnè-epistemica, al di là del tempo, essere aldilà, essere l’aldilà, essere nell’aldilà, essere per l’aldilà: essere la poiesis, essere nella poiesis, essere della poiesis. Solo così l’essere non è più una delle tante storie dl nulla o del niente o del non-ente come ci hanno tramandato gli epistemici, ma si disvela quale storia in essere dell’essere-creata-dall’essere ad immagine dell’essere, o dell’immaginario dell’essere quale ontologia immaginaria o ontoepistemica immaginaria, aldilà del vuoto ontologico. È il dis-oblio della destinanza dell’essere poetante che disvela, contempla e com-prende la physis poetante, la libertà poetante, la mitopoiesis poetante, l’arte poetante della verità poetante o della aletheia poetante, l’ontomorfia poetante, pensiero poetante dell’essere-creata-dall’arte quale intermittenza dell’essere e mai più intermittenza del nulla. In origine la dismittenza-intermittenza del’essere si dis-oblia quale intermittenza del vuoto, della radura vuota, sgombrata, della diradanza che si increspa da sé e che si dà, si getta quale intermittenza dell’esserci o dismittenza-intermittenza del musagete-dismusagete o ex-stasi ontologica o estasi ontoepistemica che com-prende la risonanza delle muse-dismuse anche quando gli dei sono in fuga-disfuga dalla physis e dall’aldilà, dalla spazialità e dall’ontocronia. si disvela così l’essere in estasi dell’essere, quale ontologia dell’estasi dell’essere-creata-arte-disarte-sublime dell’estasi-sublime-dell’essere. È l’eventuarsi dal nulla, dalla radura vuota e libera, dalla diradanza della disgettanza estatica sub-lime dell’essere-creata-dall’essere-ad-imagine-dell’essere ontomorfia che si decripta dopo essere stato kriptato nel nulla, nel niente, nel non-ente, nelle entità, nelle superentità ontoteologiche. Fin allora l’essere fu assentemente presente quale niente o quale nulla ove abita l’essere kriptato, obliato: il nulla quale esserci kriptato, il nulla quale evento kriptato dell’essere. Il dis-oblio dell’essere-crea o si crea quale evento imaginario della dismittenza-intermittente dell’estasi dell’essere-in-essere singolarità imaginaria dell’ontogenesi ontomorfica dell’ontikona. L’essere che è sempre e c’è sempre e mai diviene o s-viene o dis-viene o interviene o previene o conviene o avviene o perviene, si dà, si getta, si dis-abissa, si dis-oblia quale opera messa in essere nell’arte-disarte in risonanza dell’essere-in-estasi-immaginaria. L’opera d’arte è l’estasi ex-statica dell’essere imaginario, dell’essere poetante che contempla l’estasi dell’essere e com-prende l’ikona del dis-oblio, della de-criptanza dell’essere, della decostruzione del nulla, del niente-oblio, dell’entità ontica, delle superentità ontoteologiche: lì ove l’essere si kripta lì si dekripta, lì ove la verità dell’essere si è kriptata, lì si decripta quale essere-in-verità o essere-la-verità-dell’essere-opera-d’arte, o essere-la-disvelatezza-dell’essere-creata-dall’arte-che-si-dà quale arte creata dall’essere che eventua la verità dell’essere come essere-dell’opera-d’arte. Nel creare-opere-d’arte l’essere libera dalle entità-tecnè l’ikona della disvelatezza dell’aletheia della physis-in-essere prima d’essere criptata nell’ente o nel non-ente, o nel niente o nel nulla o nell’epistemica mondana. L’essere-portato-alla-luce nell’essere-creato-dall’essere è la dismittenza della verità-portata-alla-luce o aletheia decriptata quale ontikona dell’essere che si getta dinanzi a sé, si dà quale estasi dell’essere-creata. Il lasciar essere opera un opera d’arte è il lasciar essere-in-essere la verità dell’essere, la disvelatezza della physis, l’alethaia che ci com-prende e ci fa com-prendere quale ontoepistemica della destinanza dell’essere. La dis-messa in opera dell’essere-creata-arte getta l’accadere dell’essere-opera-d’arte-della-verità: l’essere-arte è l’accadere dell’essere-aletheia-disaletheia-disvelatezza, com-prensibile solo con l’ontoepistemè o l’ontologia-epistemica, giacchè l’epistemè-tecnè si è già indirizzata verso l’adeguatezza dell’ontica o dell’ontoteologica. L’essere-creata-arte si ad-getta-nella-mondità per risplendere di risonanza immaginaria e poetante, anzi l’ontopoiesis quale pre-gettanza della verità o pregettanza della dis-mittenza dell’aletheia si dà, o dà il via-libera, la libertà d’essere, ad una gettanza, ad un getto che eventui la prossimità, ma anche la lontananza dagli dei presenti o fuggitivi, ed oltre la dis-prossimità e la dis-lontananza dagli dis-dei per dis-gettarsi solo quale ontologia dell’essere che pre-getta l’essere e ad-getta l’essere nella gettatezza dell’opera d’arte. L’ontopoiesis progettante, dis-gettante, pre-gettante e ad-gettante crea la risonanza del dicibile, ma getta anche nella mondità l’indicibile, l’inaudibile, il misterico, la vuota radura, la lichtung libera e sgombra ove l’essere si possa ad-gettarsi, pre-gettarsi, pro-gettarsi, dis-gettarsi per fondare e imprendere, intraprendere, la destinanza dell’opera d’arte, ancora nascosta a sé, ma che già c’è o già è, o non c’era ma che sempre c’è quale pre-getto che fonda la fondatezza dell’essere-arte e che proviene dal nulla, dal non-ente, dalla vuota radura pre-gettata dall’essere: così l’arte lascia che si origini la verità e l’aletheia lascia che si origini l’opera d’arte. Solo così l’essere-opera-d’arte prepara lo spazio libero, lo spazio della libertà alla comprensione alla ontoepistemica dell’essere, il pensiero poetante della poiesis: Holderlin nella sua ontopoiesis com-prese l’ontoepistè quale pensiero che abita poeticamente lo spazio della radura creata dalla dismittenza dell’opera d’arte in prossimità e in lontananza in disprossimità e in dislontananza degli dei-disdei in fuga-disfuga. La metafisica classica decretò la morte dell’arte solo perché gli dei fuggirono da quella per dispiegare l’arte della morte degli dei e della loro verità ontoteologica, nel presente è l’epistemica-tecnè che decreta la morte dell’arte giacchè non più adeguata alla verità epistemica, o alle verità ermeneutiche, giacchè la sua aletheia si discopre infinitamente e sempre all’infinito o con una destinanza infinita o con morfogenesi ed epigenesi infinite o con ontomorfie transfinite, sfinite, disfinite, prossime alla physis dell’apeiron-disapeiron, prossime e in lontananza alla ontologia della physis quale messa-in-forma, messa-in-morfia della dismittenza dell’opera d’arte. La messa-in-morfia è sempre una dismessa-in-morfia dell’ontomorfia dell’ontopoiesis-ontoepistemica quale gestell-morfia dell’essere opera dell’arte. Nel presente quella gestell-morfia si dà in form-attanza dell’essere creata dall’arte, nell’epistemica virtuale invece appare quale formattazione, ma è in origine la morf-attanza della gestell-morfia, della struttura ontologica della ikona-morfica dell’essere-arte-che-si-dà quale form-attanza-della-verità o morf-attanza dell’aletheia o ikon-attanza della disvelatezza ontopoietica. C’è qui un’isteresesi: l’attrazione della verità verso l’opera d’arte e l’attanza seducente dell’essere-arte dell’aletheia per pre-gettarsi nella morfattanza dell’ikonattanza della destinanza dell’essere. È l’evento della gestell-morfia quale gestell-attanza della gestell-ikona dell’essere che si dà quale senso della dismittenza dell’essere-creata-dall’arte che si dà alla luce e dà luce all’essere-in-luce, o dà all’essere-la-luce o si dà quale essere-nella-luce-dell’essere-creata dall’essere. Ontologia dis-epistemica dell’essere-disarte….il pensiero poetante si eventua sempre quale ontoepistemica-disepistemica giacchè dis-getta sempre la dis-verità della dis-morfia dell’essere gestell-morfia della destinanza della formattanza templata dell’opera d’arte. Forse solo nell’intermittenza dell’essere-arte-disarte l’ontologia epistemica si eventua quale ontoepistemica-disepistemica-metaepistemica-euepistemica dell’essere e perciò com-prende l’ontologia ermeneutica-disermeneutica-metaermeneutica-euermeneutica-ontoermeneutica dell’essere dismittenza dell’opera d’arte. Mentre l’epistemica-tecnè discopre solo una varietà della verità, l’ontoepistemica-disepistemica dell’essere-creata dall’arte disvela le infinite varietà ontoermeneutiche-disermeneutiche dell’aletheia dis-gettata dalla dismittenza dell’opera d’arte. È l’essere che eventua la verità ontoepistemica-disepistemica quale messa-in-opera, ontomittenza, della comprensione delle infinite varietà dell’aleteia ontoermeneutica-disermeneutica dell’essere-arte-disarte: l’opera d’arte si com-prende e ci com-prende, ma nel com-prenderci comprende sia l’essere delle entità mondane epistemiche della tecnè, sia l’esserci-disesserci-disdasein, sia l’interesserci-disinteresserci, sia l’interessere-disinteressere. È l’ontoepistemica-disepistemica dell’imagine-disimagine, dell’imago-disimago, dell’ikona-disikona che si discopre giacchè l’epistemè-tecnè ha gettato l’oblio sulla loro ontogenesi-morfogenesi-dismorfica-ontomorfika per lasciare affermare solo la comprensione della volontà-disvolontà di potenza-dispotenza imperativa-disimperativa della figura della gestalt, degli ideali epistemici, della visione distopica ilemorfica-disilemorfica, della morfologia mitica-dismitica delle entità mondane kronotopiche. Mentre l’ontoepistemica-disepistemica dell’essere dell’imagine-disimagine, dell’ikona-disikona, dell’essere della poiesis-dispoiesis disgetta la com-prensione dell’essere ontologia onto-epistemica-disepistemica delle infinite varietà della verità dell’opera d’arte-disarte. Ma forse quel che può essere più importante sarà il disvelarsi dell’essere-nella-verità quale essere-la-verità per essere per la verità dell’essere creata opera d’arte dell’essere-in-verità ontoepistemica dell’essere-nell’epistemè quale essere-per-l’epistemè, la com-prensione-apprensione dell’essere-in-epistemè-opera d’arte. L’ikona ontodinamica dell’essere può essere com-presa solo dalla messa in opera, dalla dismittenza dell’opera d’arte, dalla ontomittenza dell’onto-epistemica della messa-dismessa in opera dell’essere arte-disarte. L’ontoepistemica non si svelò mai nel pensiero classico, e forse neanche nell’ontologia classica, men che mai nell’epistemologia ermeneutica, giacchè si è sempre conservata kriptata e custodita nell’essere dell’opera d’arte. Forse si è voluta sottrarre dalla mondità dell’esserci tecnè-epistemica per custodirsi quale disgettanza dell’ontoepistemè della verità-disverità dell’essere che consente la com-prensione e contemplazione della messa-dismessa in opera dell’aletheia-disaletheia dell’essere nella messa-dismessa in opera dell’essere-arte-disarte. Solo con l’eventuarsi del pensiero poetante si consentì all’ontoepistemica d’essere com-presa anche dall’esserci-pensante oltre che dal musagete-poetante. Aldilà degli eventi della destinanza ontokronotopica, nella nuova epochè dell’ontoepistemè la com-prensione dell’essere-arte-disarte è consentita proprio dalla messa-dismessa in opera dell’ontoepistemica nelle opere dell’arte com-prese e contemplate dal pensiero poetante pensante. Il dis-oblio dell’ontoepistemica consente l’insorgere di una nuova meta-epistemè-tecnè quale nuova metafisica-tecnè o in continuità con quella? Tutto è possibile. Qui ed ora il disoblio dell’ontoepistemè non ha ancora consentito nessuna meta-epistemologia-ermeneutica giacchè la com-prensione dell’essere opera d’arte-disarte non si lascia irretire nel fondamentalismo metafisico epistemologico ermeneutico, neanche dalla sua immagine mondana della metaepistemica. Forse la com-prensione dell’essere dell’ente potrà dispiegarsi anche nella possibile metaepistemè: qualora l’ontykona si sottragga dalla mondità per kriptarsi-decriptarsi solo nella dismittenza intermittente dell’essere opera d’arte-disarte. È possibile che in futuro l’esserci pensante possa dispiegare la meta-epistemica quale trascendenza della metafisica ermeneutica epistemologica: nulla da anticipare ai posteri: però nel corso della temporalità la metaepistemica non si è mai disvelata o si è discoperta assentemente presente solo nell’esserci pensante del pensiero poetante quale com-prensione dell’essere dell’entità dell’opera d’arte gettata dai loro musageti nella metamorfosi ikonica della dismittenza dell’essere arte-disarte dell’aletheia-disaletheia. È possibile che la metaepistemica consenta la messa in opera di un nuovo meta-paradigma metafisico-epistemico-ermeneutico quale com-prensione dell’esserci della verità della messa in evidenza dell’essere dell’ente nella mondità e mondanità dell’opera d’arte. Si pensa alla nuova forma ontodinamica dell’ontoimagine, anche nella sua essenza frattale o infinitesima-infinita-asintotica prossima alla quantica kronotopia planckyana. Forse da lì potrà sorgere una nuova meta-epistemica della tecnè epocale, tale da consentire l’emergere di un meta-paradigma che discopra la com-prensione dell’essere dell’entità, aldilà della classica metafisica-ermeneutica-epistemica. Ma è un evento ancora ancorato nel pensiero dell’essere o nella sua posterità ulteriore ultramondana, aldilà del bene e del male, quale oltresserci aldilà del nulla e del niente. Qui si disvelerà invece l’ontoepistemica che c’è già, consentita dalla messa-dismessa in opera della verità-disverità dell’essere arte-disarte, quale com-prensione-discomprensione dell’aletheia-disaletheia dell’ikona dell’essere nella mondità-dismondità, la quale si dis-oblia solo nella dis-gettanza, dis-mittenza intermittente dell’essere-opera-d’arte-disarte del musagete-dismusagete anacoreta in contemplazione della fuga-disfuga degli dei-disdei, anzi quella con-templanza-comprensiva-apprensiva è l’ontoepistemica della risonanza delle muse-dismuse abbandonate dagli dei fuggenti, ma sempre ritrovate dall’ontologia epistemica del musagete con-templante l’eventuarsi della messa-dismessa in opera del mito-dismito dell’ikona-disicona, dell’imago-disimago, della poiesis-dispoiesis dell’essere arte-disarte dell’essere. Ma l’ontoepistemica che ora c’è, c’è già stata o ci sarà, o è o sarà un’ontoepistemè che c’è, ma mai ci sarà o non c’è mai stata? Né il pensiero classico, né l’ontologia classica heideggeriana hanno disvelato quell’oblio-disoblio, né la meta-epistemologia quantica o frattale, probabilmente egemone nel futuro sapere della volontà di potenza imperativa, discoprirà o dispiegherà: solo nell’ontologia poetante-dispoetante della disgettanza intermittente dell’essere opera d’arte-disarte si dis-oblierà la com-prensione dell’essere arte quale ontoepistemè della matesis e della physis. Peraltro l’ontoepistemica della physis, quale com-prensione dell’essere attraverso la dismittenza dell’opera d’arte è già presente, c’è ed è stata e ci sarà, c’è già la metaepistemica dell’ontocronia imaginaria o la metaepistemica del vuoto quantico che dà alla luce la kronotopia immaginaria, si è già oltre l’epistemologia classica klonante grazie alla presenza del meta-paradigma della physis quantica del vuoto immaginario, morfogenesi della matesis negativa o della matesis immaginaria, quale possibile metaparadigma della metaepistemica futura. Attenti però l’ontoepistemica si dispiegherà solo quale com-prensione della physis e della matesis ontoparadigmatica, ma mai esisterà un paradigma ontologico per disvelare l’essere opera d’arte-disarte: giammai un ontoparadigma potrà irretire il libero dispiegarsi del dis-oblio della messa-dismessa in opera della verità-disverità nell’essere arte-disarte: giacchè l’ontologia della messa-dismessa in opera, della dismittenza dell’opera d’arte-disarte è sempre dis-epistemica, quale com-prensione-incomprensione della con-templanza-discontemplanza del mito-dismito della messa-dismessa giammai fuggitiva-disfuggitiva dell’opera del musagete-dismusagete con-templante le muse-dismuse abbandonate dagli dei-disdei in fuga-disfuga. Il musagete-dismusagete com-prende-discomprende poeticamente-dispoticamente-disepistemicamente: giammai cerca di affermare o imporre imperativamente un metaparadigma klonante per la comprensione della physis e della matesis, ma disoblia sempre e solamente la con-templatezza della disgettanza dell’aletheia-disaletheia dell’essere arte-disarte-disepistemica, disgettante la disvelatezza ontoepistemica o ontoparadigmatica quale gestell-disgestell della physis-disphysis o della matesis-dismatesis dell’ontokronia imaginaria. Si disoblierà nella sublime ontologia della con-templanza mitica-dismitica del musagete-dismusagete nell’eventuale tramonto degli dei-disdei in fuga-disfuga abbandonanti le muse-dismuse risonanti la com-prensione ontoepistemica della conoscenza ontologica della loro ontosonanza mitica-dismitica o mitopoietica-dismitopoietica. L’ontoepistemica si disvelerà probabilmente nella com-prensione della radura-disradura ontopica ontopologica quale ontologia dell’essere vuota-disvuota, disgombra dalle scorie clonanti della tecnè-epistemica, e libera per accogliere l’evento della dismittenza dell’essere lì ove gli dei-disdei sono fuggiti-fuggenti-disfuggenti, lì ove l’essere si dis-oblia e lì desideri soggiornare poeticamente nella sua qualità d’essere arte-disarte dell’essere con-templatezza ontoepistemica della physis-disphysis ontorisonante, disgettanza dell’essere opera d’arte-disarte, lì s’eventuerà quale ontoparadigma della ontorisonanza mitica-dismitica delle muse-dismuse. Se con l’ontoparadima si vorrà disvelare l’indicibile o l’invisibile nell’epistemica-tecnè o della metaepistemica della physis immaginaria metaparadigmatica, o meglio si desideri disobliare la com-prensione dell’essere dell’entità o dell’esserci o del musagete disepistemico che contempla la disvelatezza ontosonante delle muse-dismuse-ontomuse mai fuggenti-fuggite-disfuggenti al fine di perseguire la destinanza degli dei-disdei in fuga-disfuga, semmai libere d’essere l’onto-risonanza del mito-dismito della misterica ontoepistemè dell’essere dismittenza dell’arte-disarte, per eventuarsi quale ontoparadigma di là da gettarsi nella mondità o mondanità, ma assentemente presenti nell’ontikona con-templata dalla com-prensione disepistemica del musagete dell’essere.

 

 

 

 

 

 

 




permalink | inviato da il 28/12/2006 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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