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Ontologia dell’ontykona….c’è un’ontosonanza e un ontovisione o una onto-risonanza o un onto-previsione ontoepistemica dell’essere-arte-disarte-dell’ikona-dell’essere delle muse-dismuse abbandonate, ma mai fuggenti, dagli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi. Quella ontosonanza e ontovisione-disvisione si eventua alla presenza ontoepistemica del musagete-dismusagete in estatica con-templatezza della ontorisonanza-ontoprevisione delle muse-dismuse-attanziali e seducenti, anzi ontoattanti e introducenti l’ontoducenza della destinanza dell’essere-arte-dell’essere e giammai arte dell’ente o del non-ente o del niente o del nulla: giacchè lì si eventua l’ontovisione dell’essere, la visione ontologica dell’esser-arte, la risonanza ontologica dell’aletheia dell’essere compresa solo dall’ontorisonanza del musagete mitico-dismitico-ontopoietico. L’epistemica o l’ontica o l’ontoteologia negano l’evidenza di quella comprensione, negano l’esistenza dell’ontovisione e ontosonanza dell’essere, giacchè per loro l’unica visione possibile è quella della mondità: la visione della mondanità è la sola realtà plausibile, anche nella visione clonante dei mondi possibili virtuali o immaginari: esiste per loro l’unica visione del mondo senza l’essere senza essere o esserci alterità, ma la messa-dismessa in opera della verità nell’esser-arte ci svela l’esistenza della visione dell’essere, dell’interesserci, dell’interessere-disinteressere. La visione della mondità vuota giacchè gli dei sono fuggiti è una visione della vivenza dis-ontoteologica e perciò onto-visione dell’esserci del musagete in ontosonanza con le muse-dismuse senza più dei-disdei fuggenti-disfuggenti. Ma gli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi non portano con sé la verità dell’essere o il canto dell’essere o l’ikona dell’essere o la poiesis dell’essere o il mito dell’essere o la gestell dell’essere, anzi quelle varietà dell’essere si sottraggono, non fuggono insieme agli dei, ma soggiornano poeticamente con le muse-dismuse in ontosonanza con la vivenza del musagete-dismusagete che cura la verità dell’essere giammai fuggita attraverso l’onto-visione dell’essere opera d’arte mai fuggita con gli dei, ma che continua ad abitare poeticamente la radura-disradura dell’essere. Gli dei sono fuggiti dal mondo, dalla verità, dal mito, dall’epistemè, dall’esserci, dalle ikone, giammai sono fuggenti dall’essere, giacchè l’essere è indifferente di fronte all’evento della fuga-disfuga degli dei-disdei e non si lascia influenzare dalla loro fuga, infatti gli dei non sono fuggiti e mai possono fuggire dall’essere. Anzi l’essere non fugge mai dal mondo e men che mai dal mondo degli dei o dagli stessi dei-disdei, giacchè l’essere fonda il mondo e la mondità degli dei in fuga-disfuga. Tant’è che con la sua ontovisione-ontosonanza-ontopoetante imaginaria si dà e dà alla luce o si dà e dà al mondo gli dei classici o mitici o ontoteologici o eventuali o morti-risorti o immaginari, si dà e si lascia fuggire gli dei ematopoietici o si lascia sfuggire gli dei-disdei in fuga-disfuga, ma mette in opera, dismette, crea l’attanza intermittente della messa in opera dell’essere arte della creatività dell’essere-sacro, dell’essere-divino, dell’essere il dio-infuga-disfuga dal mondo e dal mito e dalla verità epistemica-disepistemica. L’essere si getta, si dà, disgetta nella mondità l’opera d’arte dell’ontorisonanza-ontovisione-ontopoetante-ontoimaginaria che crea l’ontologia mitopoietica dell’evento post-mortem del divino, dell’evento del dio-che-viene-dal-nulla, dell’eterno ritorno degli dei fuggenti-disfuggenti, qui s’eventua l’ikonopoiesis o l’ikonopoietica dell’essere che si dà quale essere-del-sacro, essere-del-divino, essere-della-mitopoiesis degli dei-disdei in fuga-disfuga nel loro eterno ritorno nell’opera d’arte del musagete-dismusagete. È la dis-apparenza dell’apparenza, il venire alla luce dell’essere che non c’era più, o che si kriptò nell’opera d’arte, per esserci aldilà dell’apparenza epistemica, quale dis-apparenza ontologica dell’ikonapoiesis dell’essere nella sua qualità d’essere arte che consente l’ontovisione dell’essere. Gli dei-disdei fuggenti-disfuggenti o fuggitivi-disfuggitivi sono fuggiti dalla mondità e forse anche dalla mondanità, ma mai sono fuggiti-fuggenti dall’essere, giacchè l’essere non si lascia sfuggire gli dei e gli dei non possono fuggire dal loro essere e forse neanche dal loro esserci: l’essere non fugge né dagli dei, né dalla mondità sacra degli dei, né dalla physis degli dei, né dalla gestell o gegenstand divina, né dalla comprensione epistemica o ermeneutica o mitopoietica o epistemologica degli dei fuggenti-fuggitivi-abbandonanti l’esserci del musagete. Anzi è l’essere che fonda e getta il mondo-degli-dei-disdei, si dà per dare alla luce l’ikonapoiesis trascendente l’ikonoclastia dell’apparenza divina fuggente-disfuggente, lascia fuggire gli dei classici o mitopoietici o gli idola bruciati dall’ikonoclastia mondana per dismettere, mettere in opera l’arte della creatività dell’essere in essere ikonapoiesis, l’arte dell’incessante creazione degli dei quale arte dell’essere che getta nella mondità l’opera d’arte dell’onto-risonanza della dis-apparenza poetante imaginaria, la quale sempre crea-discrea l’ikonapoiesis-post-ikonoclastia della re-esistenza, re-surrezione, eventuale degli dei che vengono dal nulla, dell’eterno ritorno degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi. È l’ikonapoiesis-post-ikonoclasta che si dà quale essere-arte-del-sacro-essere, dell’essere-divino-essere, della mitopoiesis della dis-apparenza-post-apparenza degli dei-disdei-post-ikonoclastia-ikonopoitica dell’opera d’arte che si disvela quale ontovisione della verità dell’essere-arte-sacra. Gli dei hanno abbandonato l’apparenza mondana per abitare divinamente il mito post-ikonoclasta per essere solo mitopoiesis archeologica, ma non hanno più soggiornato nella radura-diradanza dell’essere: lì nell’abisso-disabisso della spazialità vuota ove l’essere si eventua per abitare la mondità non c’è la presenza-assenza, né l’apparenza-dis-apparenza degli dei-disdei fuggenti-fuggitivi, ma solo l’ontopoiesis o ikonapoiesis-post-ikonoclasta dell’ontosonanza-ontovisiva dell’essere. Per tali eventi l’essere non si sente abbandonato, non avverte l’apparenza-dis-apparenza dell’abbandono, anzi si lascia o lascia che dei abbandonino la mondità per rifugiarsi nel mito-post-ikonoclasta, né l’essere si rivela soccombente dinnanzi alla furia catastrofica e decostruente dell’ikonoclastia mitica dell’apparenza dell’ente-sacro, anzi è indifferente di fronte agli eventi del nihilismo-ikonoclasta attuato dalla tecnè-epistemica-mitoklastica, giacchè la sua ikonopoiesis-post-iconoclasta si dà, si eventua sulle ceneri degli eventi-ikonoclasti-mitoclasti delle entità-sacre-mondane o della mondanità. L’essere ikonapoiesis-post-ikonoclastia della mitopoiesis-post-iconoclasta si eventua anche quando gli dei sono scomparsi, o la loro apparenza è dis-apparenza, o sono fuggiti-disfuggiti dinnanzi alla volontà di potenza iconoclasta o mitoclasta della tecnica ontoteologica, o la loro fuga-disfuga sia approdata nel regno del mito per sottrarsi alla furia decostruttrice dell’iconoclastia o mitoclastia dell’epistemè-tecnè, anche dopo tutti quei possibili e plausibili eventi ed anche quando l’essenza del sacro e del divino si presenti nell’apparenza-dis-apparenza dell’eterno ritorno dell’ikonoclastia o della mitoclastia, anche allora l’essere si dis-oblia con indifferenza nella ikonapoiesis-post-iconoclastia, nell’ontosonanza dell’onto-apparenza-dis-apparenza, nell’ontovisione delle muse-dismuse dell’essere e dell’interessere, della mitopoiesis-post-mitoklastia per soggiornare quale essere-opera-d’arte del musagete-dismusagete e per eventuarsi quale verità ikonopoietica-post-iconoclasta dell’essere, quale aletheia-disaletheia dell’ikonapoiesis-post-iconoclasta della messa in opera dell’esser-arte o della dismessa ikonopoietica-post-ikonoclastica dell’opera d’arte dell’essere. Per tali e tanti eventi ontologici o per tale destinanza-post-mito-iconoclasta anche quando l’opera d’arte è abbandonata dagli dei-disdei in fuga-disfuga per apparenza-destinanza iconoclasta o mitoclasta o ontoteologica o epistemica, l’essere non si cura o è indifferente o cura la sua passione per l’indifferenza per quella fuga-disfuga e quindi mai abbandona la verità ontologica dell’opera d’arte, giacchè la sua ikonapoiesis-post-iconoclasta non è mai scalfita dal nihilismo dell’iconoclastia-mitoclastia epistemica della tecnè dell’apparenza ontica e mondana. Anche quando l’opera d’arte viene decostruita dalla tecnica-epistemica-ikonoclasta-mitoclasta la sua ikonapoiesis si eventua nell’erranza dell’ontosonanza e nell’ontovisione ematopoietica dell’ontopoiesis o imagopoiesis dell’aletheiapoiesis: giacchè è l’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis della mitopoiesis che si eventua nella gestell dell’opera d’arte, anche quando gli dei-disdei ontoteologici sono fuggiti-disfuggiti e l’arte fu ed è stata preda dell’ikonoclastia e mitoclastia della tecnica-epistemica ontica e mondana. Anzi proprio quando impera nell’arte e nella pro-gettualità la tecnè-epistemica-virtuale-ikonoclasta sopratutti allora si dà, c’è, ilya, l’eterno ritorno dell’aletheiapoiesis nella sua ontosonanza-ontovisiva-ontoprogettuale-post-ikonklasta del musagete-postmitoklasta contemplante l’ikonopoiesis delle muse-dismuse-postmuseklaste ontopoietiche-postmitoklaste e mitopoietiche-postikonoklaste. L’ikonapoiesis dell’aletheiapoiesis è quella che resta-invisible, disapparenza-della-apparenza, è l’esserci-mai-visto, mai-visibile, mai-udibile, mai-dicibile di fronte alla furia nihilista dell’ikonoclastia e mitoclastia evidente dopo la fuga ontoteologica degli dei-disdei o dinnanzi all’imperativo della volontà di potenza della tecnè-epistemica-iconoclasta-mitoclasta: lì nell’epoca della sua morte irreversibile c’è il suo eterno ritorno, lì ove si celebra la sua assenza ontoteologica c’è la sua presenza ontologica-postepistemica-post-tecnè. L’ontologia della verità dell’opera d’arte lì si eventua, lì nella prossimità-disallontanante o nella disallontananza-prossimante, lì nel vuoto kaos-kosmico lasciato in eredità dagli dei fuggitivi-fuggenti, lì nella radura-diradanza si dà quale gestell-postikonoklasta-che-resta-invisibile-inaudita-indicibile, mai-vista, mai-sentita, mai-detta, ontovisione mai-visibile allo sguardo paradigmatico ontoteologico ed epistemico, ontosonanza mai prima d’allora risuonante che si discopre solo alla presenza della con-temperanza del musagete-postmitoklasta e postikonoklasta-ontopoietico dell’aletheiapoiesis ikonopoietica delle muse-postmuse. L’ikonapoiesis custodisce l’enigma dell’opera d’arte, cura e krypta l’indicibile dell’esser-arte, svela alla mondità e all’esserci l’evento dell’esser-creata-arte del musagete-sempre-postepistemico-postikonoclasta-postmitoclasta-postmuse che getta e progetta l’aldilà in con-temperanza dell’ontovisione delle muse-dismuse-postmuse-dell’essere, dell’interesserci-postinteresserci, dell’interessere-postinteressere: o con più pregnanza all’essere-che-resta-invisibile o all’essere-che-resta-inaudito o all’essere-che-resta-indicibile o che fin allora era-invisibile, era-inaudito, era-indicibile, e che si disveli lì ed aldilà in essere che si eventui nell’ontosonanza e ontovisione dell’ontikona o nell’ikonapoiesis o nell’imagopoetante dell’essere musa delle post-muse-in-essere-create dall’arte. Lì in quell’essere-per-la-fine dell’arte o con-figura-disfigura-postfigura delle configurazioni postikonoklaste o in quell’essere-per-la-fine-dell’essere che è ancora invisibile-inaudito-indicibile-abissale-kaosmico si disveli l’evento dell’essere per la fine della morte o dell’essere per la fine della morte-dell’arte quale ikonapoetante dell’essere per la vivenza dell’essere o dell’essere per la vivenza dell’esser-arte-postikonoklasta-post-mitoklasta o dell’essere per la vivenza dell’opera d’arte post-muse o dell’essere per la vivenza della verità nella messa in opera dell’essere arte del musagete-postmitoklasta in contemplanza delle muse-dismuse-postmuse dell’essere. Lì si dà l’evento della com-prensione dell’essere quale ontoepistemica dell’essere-verità-dell’arte, lì si getta il pro-getto ontologico dell’ikonapoiesis-postikonoklasta-postmitoklasta dell’essere-arte-della-verità-dell’essere, dell’essere-arte-dell’aletheia-dell’essere, dell’essere-arte-della-disvelanza-dell’essere. È il pro-getto ontologico dell’essere che si eventui quando gli dei-disdei abbandonano la mondità e la mondanità e l’esserci e l’essere nel mondo per fuggire-disfuggire nel mito o nell’iconoclastia, lì nel medesimo istante l’essere abbandonato dagli dei abbandona gli dei alla loro destinanza ontopoietica per lasciare libertà d’essere alla disvelatezza dell’origine dell’opera d’arte, per essere solo arte dell’essere e mai più solo arte contemplante gli dei in fuga-disfuga ontoteologici, iconoclasti, idola della mondanità. Lì l’essere abbandona gli dei ed è abbandonato dagli dei, ma in quella diradanza vuota, in quella radura-diradanza s’eventua il progetto ontologico dell’essere arte dell’essere: l’arte consente l’onto-visione e l’ontosonanza dell’essere, quale ontologia dell’arte dell’essere-che-mai-non-c’è, ma che c’è sempre e sempre ci sarà


 

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Diario
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21 aprile 2012

gq

.........................agiscono nello spazio-tempo,
che ha semplicemente la funzione di riferimento
per gli eventi fisici. La gravità è
completamente diversa: non è una forza
applicata su un fondo passivo di spazio e
di tempo, ma costituisce una distorsione
dello spazio-tempo stesso. Un campo
gravitazionale è una «curvatura» dello
spazio-tempo. È questa la concezione della
gravità che Einstein raggiunse in quella
che descrisse come la più pesante fatica
della sua vita.
La distinzione qualitativa tra la gravità
e le altre forze diventa molto più chiara
quando si tenta di formulare una teoria
della gravitazione che concordi con i precetti
della meccanica quantistica. Il mondo
quantistico non è mai in quiete. Per
esempio, nella teoria quantistica dei campi
elettromagnetici, il valore del campo
elettromagnetico fluttua continuamente.
In un universo dominato dalla gravità
quantistica sarebbero soggette a fluttuazioni
la curvatura dello spazio-tempo e
perfino la sua stessa struttura. E probabile
in realtà che la sequenza degli eventi
nel mondo e il significato di passato e di
futuro siano suscettibili di modificazioni.
Qualcuno potrebbe pensare che, se esistessero
fenomeni del genere, sicuramente
dovrebbero già essere stati rilevati. Accade,
invece, che tutti gli effetti di natura
quantomeccanica della gravitazione siano
confinati in una scala straordinariamente
piccola, sulla quale, nel 1899, Max Planck
richiamò per primo l'attenzione. In quel-
LE SCIENZE
di Bryce S. DeWitt
l'anno, Planck introdusse la sua famosa
costante, chiamata quanto d'azione e indicata
con -h. Egli stava cercando di dare
un significato allo spettro della radiazione
di corpo nero, la luce che sfugge da una
piccola apertura praticata in una cavità
molto calda. Come fatto curioso, notò che
la sua costante, combinata con la velocità
della luce e con la costante di gravitazione
di Newton, dà origine a un sistema assoluto
di unità di misura. Tali unità forniscono
la scala della gravità quantistica.
Le unità di Planck sono completamente
estranee alla fisica di ogni giorno.
Per esempio, l'unità di lunghezza è di
1,61 x 10-33 centimetri, ovvero inferiore
di 21 ordini di grandezza al diametro di un
nucleo atomico. Essa sta alle dimensioni
nucleari grosso modo nello stesso rapporto
in cui stanno le dimensioni dell'uomo a
quelle della nostra galassia. Ancora più
curiosa è l'unità di tempo di Planck: 5,36
x 10-44 secondi. Per verificare sperimentalmente
queste scale di distanza e di
tempo impiegando strumenti costruiti
con l'attuale tecnologia sarebbe necessario
un acceleratore di particelle delle
dimensioni della Galassia!
Dal momento che la via sperimentale
non ci può aiutare, la gravità quantistica è
insolitamente speculativa. Ciononostante,
essa è di spirito fondamentalmente
conservatore: prende la teoria attualmente
consolidata e si limita a spingerla fino
alle sue estreme conseguenze logiche. Nei
suoi aspetti essenziali ha per obiettivo
quello di fondere tre teorie: la relatività
ristretta, la teoria einsteiniana della gravitazione
e la meccanica quantistica, e nient'altro.
Una tale sintesi non è stata ancora
completamente realizzata, ma nel
tentativo di raggiungerla si è già potuto
apprendere molto.
Lo sviluppo di una valida teoria della
gravità quantistica offre, inoltre, la sola
strada che si conosca verso la conoscenza
dell'origine del big bang e del destino
finale dei buchi neri, eventi che si possono
considerare caratteristici dell'inizio
e della fine dell'universo.
D
elle tre teorie che convergono nella
gravità quantistica, la relatività ristretta
è venuta storicamente per prima. È
la teoria che unisce spazio e tempo attraverso
il postulato (poi confermato sperimentalmente)
che la velocità della luce è la
stessa per tutti gli osservatori che si muovono
nel vuoto, sottratti a forze esterne. Le
conseguenze di questo postulato, introdotto
nel 1905 da Einstein, si possono descrivere
con l'aiuto di un diagramma spaziotempo,
un grafico che riporta curve che
rappresentano le posizioni di oggetti nello
spazio in funzione del tempo. Le curve
sono chiamate «linee universali».
Per amore di semplicità ignorerò due
delle dimensioni spaziali. Si può allora
tracciare una linea universale su un grafico
bidimensionale nel quale si misurano
orizzontalmente le distanze spaziali e verticalmente
gli intervalli di tempo. Una
retta verticale è la linea universale di un
oggetto in quiete nel sistema di riferimento
scelto per la misurazione. Una retta
inclinata è la linea universale di un oggetto
in moto a velocità costante nel sistema
di riferimento scelto. Una linea universale
curva rappresenta, infine, un oggetto
sottoposto ad accelerazione.
Un punto del diagramma spazio-tempo
definisce sia una posizione dello spazio sia
un istante di tempo ed è chiamato evento.
La distanza spaziale tra due eventi dipende
dal sistema di riferimento prescelto e
lo stesso vale per l'intervallo di tempo. Il
concetto di simultaneità dipende dal sistema
di riferimento: due eventi collegati
da una linea orizzontale in un dato sistema
di riferimento sono simultanei in tale
sistema, ma non in altri.
Per stabilire una relazione tra sistemi di
riferimento in moto relativo, si deve introdurre
un'unità comune per la misura dello
spazio e del tempo. La velocità della luce
giunge da fattore di conversione, collegando
una data distanza al tempo necessario
perché la luce la percorra. Adotterò il metro
come unità sia dello spazio sia del tempo.
Un metro di tempo è pari a circa 3,33
nanosecondi (miliardesimi di secondo).
Misurando lo spazio e il tempo nelle
stesse unità, la linea universale di un fotone
(un quanto di luce) è inclinata a 45
gradi. La linea universale di qualsiasi oggetto
materiale ha, invece, un'inclinazione
rispetto alla verticale sempre minore di 45
gradi, il che è un altro modo di dire che la
sua velocità è sempre inferiore a quella
della luce. Se la linea universale di un oggetto
o di un segnale qualsiasi fosse inclinata
a più di 45 gradi dalla verticale, a certi
osservatori l'oggetto o il segnale apparirebbe
muoversi a ritroso nel tempo. Mettendo
a punto un relè per segnali più veloci
della luce, un uomo potrebbe trasmettere
informazioni nel suo passato, violando in
tal modo il principio di causalità. Tali segnali
sono però vietati dalle caratteristiche
della relatività ristretta.
Si considerino due eventi sulla linea universale
di un osservatore non sottoposto
ad accelerazione. Si supponga che gli eventi,
in un particolare sistema di riferimento,
siano distanti quattro metri nello spazio e
cinque metri nel tempo. In tale sistema
l'osservatore si sta quindi muovendo ai
quattro quinti della velocità della luce. In
un altro sistema la sua velocità sarebbe
differente e la stessa cosa accadrebbe per
gli intervalli di spazio e di tempo associati.
C'è però una grandezza che si manterrebbe
inalterata in tutti i sistemi di riferimento.
Questa grandezza invariante è detta
«tempo proprio» tra i due eventi ed è
11 cono di luce, che definisce le regioni dell'universo
accessibili da un dato punto dello spazio e
da un dato istante di tempo, diventerebbe un
concetto male espresso in una teoria della gravità
quantistica. Il cono (a) è una superficie nello
spazio-tempo tetradimensionale, ma viene qui
rappresentato eliminando una dimensione spaziale.
Se la gravitazione è quantizzata. la forma
del cono può fluttuare fortemente su brevi distanze
(b). In realtà le fluttuazioni non si possono
percepire direttamente; il cono di luce si
comporta come se fosse vago. Alla domanda se
due punti dello spazio-tempo possano comunicare
l'uno con l'altro (mediante segnali in moto
a velocità inferiore a quella delle luce) si può
quindi dare solo una risposta probabilistica (c).
edizione italiana di SC I ENTIFIC
AMERICAN
La gravità quantistica
In una teoria quantomeccanica della gravitazione la stessa 

geometria
dello spazio e del tempo sarebbe soggetta a continue 

fluttuazioni e
perfino la distinzione tra passato e futuro potrebbe divenire 

incerta
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—TEMPO PROPRIO
(ANNI)
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2
MESSAGGI
LINEA UNIVERSALE
ACCELERATA
/
LINEA UNIVERSALE
NON ACCELERATA
1 2 3 4
5
o 0,5 1 1,5 2
TEMPO (SECONDI)
La curvatura dello spazio-tempo in presenza di una massa 

costituisce
un campo gravitazionale. Una palla, lanciata in aria a 

un'altezza di
cinque metri, resta sollevata per due secondi. Il suo moto di 

salita e di
discesa rivela la curvatura dello spazio-tempo nei pressi della 

superficie
terrestre. La curvatura della traiettoria è immediatamente 

visibile,
ma è in realtà piccolissima quando si misurano lo spazio e il 

tempo
nelle stesse unità. Per esempio, i secondi si possono 

trasformare in
metri moltiplicandoli per la velocità della luce, pari a 300 

milioni di
metri al secondo. In tal caso, la traiettoria diventa un arco 

estremamente
piatto lungo 600 milioni di metri e alto cinque metri (a destra).
1 O 100 MILIONI 200 MILIONI 300 MILIONI
TEMPO (METRI)
400 MILIONI 500 MILIONI 600 MILIONI
5
o
o
l'intervallo di tempo misurato da un orologio
che l'osservatore porta con sé.
Nel sistema di riferimento prescelto la
linea universale tra i due eventi è l'ipotenusa
di un triangolo rettangolo avente
una base di quattro metri e un'altezza di
cinque. Il tempo proprio corrisponde alla
«lunghezza» di quest'ipotenusa, ma viene
calcolato in modo insolito: mediante un
«teorema pseudopitagorico». Come nel
caso del normale teorema di Pitagora, si
cominciano a calcolare i quadrati dei lati
del triangolo. Nella relatività ristretta,
però, il quadrato dell'ipotenusa è uguale
alla differenza tra i quadrati dei cateti
anziché alla loro somma.
Nel presente esempio il tempo proprio
è di tre metri e resta di tre metri nel sistema
di riferimento di qualsiasi osservatore
non sottoposto ad accelerazione. Questa
invarianza del tempo proprio è ciò che
unisce spazio e tempo in un'unica entità.
La geometria dello spazio-tempo, essendo
basata su un teorema pseudopitagori-
DISTANZA (ANNI LUCE)
La linea universale definisce una traiettoria
attraverso lo spazio e il tempo. Qui sono indicate
due linee universali in una versione del
paradosso dei gemelli di Einstein. La linea universale
«curva» del gemello che subisce accelerazione
nel punto di inversione del suo viaggio
appare la più lunga, ma tale gemello registra il
«tempo proprio» più breve. In effetti, in un
diagramma spazio-tempo una linea retta rappresenta
l'intervallo più lungo tra due punti.
co, non è quella euclidea, ma per molti
aspetti è analoga a essa. Nella geometria
euclidea, tra tutte le linee che collegano
due punti una retta si può definire come
linea di lunghezza estrema. Lo stesso vale
per la geometria dello spazio-tempo. Nella
geometria euclidea, però, l'estremo è
sempre un minimo, mentre nello spazio-
-tempo è un massimo quando i due punti
si possono collegare mediante una linea
universale che richiede un viaggio a velocità
non superiore a quella della luce.
N
el 1854 il matematico tedesco G. F.
B. Riemann trovò una generalizzazione
della geometria euclidea per gli
spazi curvi. Due spazi curvi bidimensionali
sono stati studiati fin dall'antichità: essi
sono chiamati superfici curve e sono solitamente
visti nella prospettiva dello spazio
euclideo tridimensionale ordinario.
Riemann dimostrò che uno spazio curvo
può avere un numero di dimensioni qualsiasi
e che può essere studiato intrinsecamente.
Non è necessario che lo si immagini
immerso in uno spazio euclideo con
un maggior numero di dimensioni.
Riemann sottolineò, inoltre, che lo
spazio fisico in cui viviamo può essere
curvo. Secondo Riemann, la questione si
potrebbe decidere soltanto con un esperimento.
Come si potrebbe eseguire un
siffatto esperimento, almeno in linea di
principio? Si dice che lo spazio euclideo è
piatto. Uno spazio piatto ha la proprietà
che si possono tracciare rette parallele in
modo da creare una griglia rettangolare
uniforme. Che cosa accadrebbe se si tentasse
di disegnare una griglia come questa
sulla superficie della Terra, supponendo
che la Terra sia piatta?
Si può osservare il risultato da un aereo
in un giorno limpido, al di sopra delle
regioni coltivate delle Great Plains americane.
Il territorio viene suddiviso da
strade che corrono da est a ovest e da nord
a sud in sezioni di un miglio quadrato. Le
strade che corrono da est a ovest si estendono
spesso ininterrottamente per molte
miglia, ma non quelle che corrono da
nord a sud. Percorrendo una strada verso
il nord vi sono ogni poche miglia brusche
svolte verso est o verso ovest che sono
dovute alla curvatura della Terra. Se si
eliminassero, le strade confluirebbero
fino a creare sezioni di meno di un miglio
quadrato.
Nel caso di uno spazio tridimensionale,
si può pensare di costruire in esso un'impalcatura
gigante fatta di tubolari rettilinei
di uguale lunghezza congiunti in modo
da formare angoli esattamente di 90 e di
180 gradi. Se lo spazio è piatto, la costruzione
dell'impalcatura procederebbe senza
difficoltà; se è curvo, prima o poi sarà
inevitabile dover accorciare o tirare i tubolari
per farli combaciare.
La stessa generalizzazione introdotta
da Riemann nella geometria euclidea si
può applicare alla geometria della relatività
ristretta. La generalizzazione fu operata
da Einstein tra il 1912 e il 1915 con
l'aiuto del matematico Marcel H. Grossmann.
Il risultato è una teoria dello spazio-
tempo curvo. In mano a Einstein si
trasformò in una teoria della gravitazione.
Nella relatività ristretta i campi gravitazionali
si considerano assenti e lo spazio-
tempo si assume piatto. In uno spazio-
tempo curvo è presente un campo
gravitazionale: in realtà, «curvatura» e
«campo gravitazionale» sono sinonimi.
Dal momento che la teoria del campo
gravitazionale di Einstein è una generalizzazione
della relatività ristretta, egli la
chiamò relatività generale. Il nome è improprio.
La relatività generale è in realtà
meno relativistica della relatività ristretta.
La completa mancanza di peculiarità
dello spazio-tempo piatto, la sua omogeneità
e isotropia sono ciò che garantisce
che le posizioni e le velocità siano strettamente
correlate. Non appena lo spazio-
-tempo si arricchisce di «protuberanze»,
cioè regioni locali di curvatura, diventa
assoluto perché si possono precisare posizione
e velocità rispetto alle protuberanze.
Lo spazio-tempo, invece di essere
semplicemente un'arena priva di caratteristiche
peculiari per la fisica, è a sua volta
dotato di proprietà fisiche.
N
ella teoria di Einstein la curvatura è
prodotta dalla materia. La relazione
tra la quantità di materia e il grado di
curvatura è semplice in linea di principio,
ma complicata da calcolarsi. Sono necessarie
venti funzioni delle coordinate di un
punto dello spazio-tempo per descrivere
la curvatura in quel punto. Dieci di tali
funzioni corrispondono a una parte della
curvatura che si propaga liberamente sotto
forma di onde gravitazionali, o «oscillazioni
di curvatura». Le altre 10 funzioni
sono determinate dalla distribuzione della
massa, della quantità di moto, del
momento angolare e dalle tensioni interne
della materia, nonché dalla costante di
gravitazione di Newton, G.
Con riferimento alle densità di massa
incontrate sulla Terra, G è una costante
piccolissima. È necessaria una massa
enorme per curvare apprezzabilmente lo
spazio-tempo. La grandezza inversa 11G
si può considerare come una misura della
«rigidità» dello spazio-tempo. In base all'esperienza
quotidiana, lo spazio-tempo
è molto rigido. L'intera massa della Terra
induce una curvatura dello spazio-tempo
che è pari a solo un miliardesimo circa
della curvatura della superficie terrestre.
Nella teoria di Einstein un corpo in
caduta libera o un corpo liberamente orbitante
seguono una linea universale geodetica.
Una geodetica che collega due
punti dello spazio-tempo è una linea universale
di lunghezza estrema tra essi: è
una generalizzazione del concetto di linea
retta. Se si immagina uno spazio-tempo
curvo immerso in uno spazio piatto di
maggior numero di dimensioni, una geodetica
appare come una linea curva.
L'effetto della curvatura su un corpo in
movimento è stato spesso illustrato da un
modello nel quale una sfera rotola su un
foglio di gomma deformato. Il modello
non è esatto in quanto può rappresentare
soltanto la curvatura spaziale. Nella vita
reale siamo costretti a restare nell'universo
a quattro dimensioni dello spazio e del
TRAIETTORIA
SPAZIALE
tempo. Inoltre, non possiamo evitare di
muoverci in tale universo, perché siamo
proiettati in avanti nel tempo. Il tempo è
l'elemento chiave. Risulta che, benché in
un campo gravitazionale lo spazio sia curvo,
è molto più importante la curvatura
del tempo. Ciò è dovuto all'elevato valore
della velocità della luce, che collega la
scala dello spazio a quella del tempo.
Vicino alla Terra la curvatura dello
spazio è talmente lieve da non potersi
rilevare con misurazioni statiche. Tuttavia
la nostra precipitosa corsa nel tempo è
così veloce che nelle situazioni dinamiche
la curvatura diventa notevole, allo stesso
modo in cui una lieve gobba in un'autostrada,
pur passando inosservata a un
pedone, può diventare pericolosa per
un'automobile veloce. Lo spazio attorno
alla Terra appare piatto, con un alto grado
di precisione, ma possiamo vedere la
curvatura dello spazio-tempo semplicemente
lanciando in aria una palla. Se la
palla rimane in aria per due secondi, descrive
un arco con un'altezza di cinque
metri. La luce percorre 600 000 chilometri
in due secondi. Se immaginiamo l'arco
alto cinque metri stirato orizzontalmente
fino a una lunghezza di 600 000 chilometri,
la curvatura dell'arco è la curvatura
dello spazio-tempo.
l'introduzione da parte di Riemann del
concetto di spazi curvi diede l'avvio a
un'altra fruttuosa branca della matematica:
lo topologia. Si sapeva che esistono
superfici bidimensionali prive di contorni
in una varietà infinita di tipi che non possono
essere deformati l'uno nell'altro con
continuità; ne sono due semplici esempi
una sfera e un toro. Riemann fece notare
che la stessa cosa vale per spazi curvi con
un maggior numero di dimensioni e fece i
primi passi per una loro classificazione.
Esiste un numero infinito di tipi topologici
anche dello spazio-tempo curvo (o,
più esattamente, dei modelli di spazio-
-tempo curvo). Alcuni modelli si possono
rifiutare come candidati per una descri-
TRAIETTORIA NELLO
SPAZIO-TEMPO
zione dell'universo reale perché portano
a paradossi di causalità o perché in essi
non possono essere rispettate le leggi fisiche
note. Tuttavia resta ancora un numero
di possibilità enorme.
Un modello dell'universo degno di
nota venne proposto dal matematico russo
Alexander A. Friedmann nel 1922.
Nella relatività ristretta lo spazio-tempo
viene visto non solo come piatto, ma anche
di estensione infinita sia nello spazio
sia nel tempo. Nel modello di Friedmann
qualsiasi sezione trasversale spaziale a tre
dimensioni dello spazio-tempo ha un volume
finito e ha la topologia di una trisfera,
uno spazio che può essere immerso in
uno spazio euclideo quadridimensionale
in modo tale che tutti i suoi punti siano
equidistanti da un punto dato. Il modello
è stato il preferito dai cosmologi dal
momento in cui Edwin P. Hubble, negli
anni venti, scoprì l'espansione dell'universo.
Se si combina il modello di Friedmann
con la teoria della gravitazione di
Einstein, esso prevede un big bang in un
istante iniziale di compressione infinita,
seguito da un'espansione che dura miliardi
di anni per mutua attrazione gravitazionale
di tutta la materia dell'universo.
Uno spazio-tempo di Friedmann ha la
proprietà che qualsiasi curva chiusa disegnata
in esso può essere ridotta in modo
continuo a un punto. Uno spazio-tempo
siffatto è detto «semplicemente connesso
». L'universo reale non può avere una
tale proprietà. Pare che il modello di
Friedmann descriva molto bene la regione
di spazio entro alcuni miliardi di anni
luce nella nostra galassia, ma non possiamo
vedere l'intero universo.
Un semplice esempio di universo molteplicemente
connesso è quello di una
struttura ripetuta all'infinito, come il motivo
di una carta da parati, in una data
direzione spaziale. Ogni galassia di un siffatto
universo è un membro di una serie
infinita di galassie identiche poste a una
distanza fissa (e necessariamente enorme)
l'una dall'altra. Se i membri di una
serie sono veramente identici, è discutibile
se si debbano considerare distinti. È più
conveniente considerare ogni serie come
rappresentante una sola galassia. Un
viaggio da un membro della serie a quello
successivo riporta, quindi, un viaggiatore
al punto di partenza e una linea che descrive
tale viaggio è una curva chiusa che
non può essere ridotta a un punto. Essa
assomiglia a una curva chiusa sulla superficie
di un cilindro che gira attorno al cilindro
una sola volta. L'universo che si
ripete è detto universo cilindrico.
Un altro esempio di una struttura molteplicemente
connessa, su una scala molto
più piccola, è il wormhole (alla lettera
cunicolo o galleria di tarlo), introdotto nel
1957 da John Archibald Wheeler, ora all'Università
del Texas ad Austin. Si può
costruire un «cunicolo» bidimensionale
praticando due aperture circolari in una
superficie bidimensionale e congiungendone
accuratamente i bordi (si veda l'illustrazione
a pagina 13). Il procedimento
nelle tre dimensioni è lo stesso, ma è più
difficile visualizzarlo.
Dal momento che le due aperture possono
trovarsi a una grande distanza nello
spazio originario, anche se avvicinate dal
passaggio che le collega, il cunicolo è diventato
un dispositivo comune nella fantascienza
per spostarsi da un punto a un
altro molto più velocemente di quanto
possa fare la luce: basta praticare due
aperture nello spazio, collegarle e strisciare
lungo il passaggio. Sfortunatamente,
anche se si potesse costruire un perforatore
(il che è molto dubbio), lo schema
non funzionerebbe. Se la geometria dello
spazio-tempo è regolata dalle equazioni
di Einstein, il cunicolo è un oggetto dinamico.
Ne consegue che le due aperture
che esso collega sono necessariamente
buchi neri e qualsiasi cosa entri in esse
non ne può più uscire. Ciò che avviene è
che il passaggio «si restringe» e che ogni
cosa al suo interno viene compressa a una
densità infinita prima di poter raggiungere
l'altro capo.FOTONI
REFRIGERATORE
1 RIVELATORI
I DI PARTICELLE
VUOTO ESTERNO
(ENERGIA NULLA)
VELOCITÀ
MONTACARICHI
Un montacarichi è l'apparecchiatura adatta per un esperimento 

ideale
che si basa sulla natura del vuoto nella meccanica quantistica e 

sull'effetto
che l'accelerazione o la gravitazione hanno sul vuoto. Si 

suppone
che il montacarichi sia vuoto e sigillato, in modo che 

inizialmente esiste
un vuoto perfetto sia all'interno sia all'esterno del 

montacarichi. Appena
inizia l'accelerazione, però, viene emessa un'onda 

elettromagnetica
dal pavimento e il montacarichi si riempie di un tenue gas di 

fotoni, o
quanti di radiazione elettromagnetica (a sinistra). Un 

refrigeratore
alimentato da una fonte di energia esterna estrae fotoni (al 

centro).
Una volta eliminati tutti i fotoni, i rivelatori di fotoni misurano 

l'energia
del vuoto sia all'interno sia all'esterno (a destra). Poiché lo 

strumento
all'esterno sta accelerando nel vuoto, esso è sensibile alle 

fluttuazioni
quantomeccaniche dei campi che permeano lo spazio anche in 

assenza
di particelle. Il rivelatore all'interno è in quiete rispetto al 

montacarichi
e non sente le fluttuazioni. Ne consegue che i vuoti all'interno e 

all'esterno
del montacarichi non sono equivalenti. Se si attribuisce energia
nulla al vuoto «standard» all'esterno del montacarichi, il vuoto 

all'interno
deve avere energia negativa. Per poter riportare l'energia a
zero, si dovrebbero ripristinare i fotoni rimossi dal 

refrigeratore. Anche
un campo gravitazionale può creare un vuoto con energia 

negativa.
Un «cunicolo» (wormhole) nello spazio-tempo è una struttura 

ipotetica che potrebbe alterare la
topologia dell'universo. In uno spazio piatto un cunicolo si 

forma praticando due aperture e stirandone
i bordi in tubi che vengono poi congiunti. Nel piano originario 

qualsiasi curva chiusa
può essere ridotta a un punto (in colore), ma non è possibile 

per una curva che attraversi il cunicolo.
Un cunicolo nello spazio a tre o a quattro dimensioni non è 

concettualmente differente.
T a meccanica quantistica, la terza componente
della gravità quantistica, è
stata ideata nel 1925 da Werner Heisenberg
e da Erwin Schródinger, ma la loro
formulazione iniziale non teneva conto
della teoria della relatività. Il suo successo
fu cionondimeno immediato e brillante,
perché attendevano di essere spiegate
moltissime osservazioni sperimentali nelle
quali dominano gli effetti quantistici,
mentre la relatività ha un ruolo di minore
importanza o trascurabile. Si sapeva però
che in alcuni atomi gli elettroni raggiungono
velocità pari a una notevole frazione
della velocità della luce e, quindi, la ricerca
di una teoria quanto-relativistica non
venne rinviata a lungo.
Alla metà degli anni trenta era già
chiaro che, quando si combina la teoria
quantistica con la relatività, si possono
dedurre numerosi fatti del tutto nuovi,
fra i quali due di fondamentale importanza.
In primo luogo, ogni particella è
associata a un tipo di campo e ogni
campo è associato a una classe di particelle
indistinguibili. Non fu più possibile
considerare il campo elettromagnetico e
quello gravitazionale come i soli campi
fondamentali della natura. In secondo
luogo, esistono due tipi di particelle
classificate secondo il loro momento
angolare di spin (quantizzato). Quelle
con spin 1/2 Il , 3/21 e così via seguono il
principio di esclusione (non possono
coesistere due particelle nello stesso stato
quantico); quelle con spin O, h, 211 e
così via sono gregarie.
Queste sorprendenti conseguenze derivanti
dall'unione della relatività ristretta
alla meccanica quantistica sono state
ripetutamente confermate nell'ultimo
mezzo secolo. La relatività e la teoria dei
quanti insieme conducono a una teoria
superiore alla somma delle due parti.
L'effetto sinergico è ancora più pronunciato
allorché si inserisce la gravità.
Nella fisica classica uno spazio-tempo
piatto e vuoto («il vuoto» per eccellenza)
è privo di strutture, mentre nella fisica
quantistica il nome di «vuoto» è dato a
un'entità più complessa dotata di una ricca
struttura. La sua struttura deriva dall'esistenza
nel vuoto di campi liberi che
non si annullano mai, campi, cioè, lontani
dalle loro sorgenti.
Un campo elettromagnetico libero è
matematicamente equivalente a un insieme
infinito di oscillatori armonici, che
si possono rappresentare come molle alle
quali sono fissate delle masse. Nel vuoto
ciascun oscillatore si trova nel suo stato
fondamentale, o stato di minima energia.
Quando un oscillatore classico (non
quantomeccanico) si trova nel suo stato
fondamentale, è immobile in un punto
ben definito. Ciò non è vero per un oscillatore
quantistico. Se un oscillatore quantistico
fosse in un punto ben definito, la
sua posizione sarebbe nota con precisione
infinita; per il principio di indeterminazione
allora dovrebbe avere quantità di
moto ed energia infinite, il che è impossibile.
Nello stato fondamentale di un oscillatore
quantistico non sono esattamente
definite né la posizione né la quantità di
moto. Entrambe sono soggette a fluttuazioni
casuali. Nel vuoto quantistico è il
campo elettromagnetico (e qualsiasi altro
campo) a fluttuare.
Benché casuali, le fluttuazioni del campo
nel vuoto quantistico sono di una specie
particolare. Soddisfano il principio di
relatività nel senso che «paiono» le stesse
a tutti gli osservatori non accelerati, qualunque
sia la loro velocità. Si può dimostrare
che questa proprietà implica che il
campo sia nullo in media e che le fluttuazioni
aumentino di ampiezza alle lunghezze
d'onda minori. Il risultato complessivo
è che un osservatore non può
sfruttare le fluttuazioni per determinare
la propria velocità.
Le fluttuazioni possono però servire
per determinare l'accelerazione. Nel
1976 William G. Unruh dell'Università
della British Columbia dimostrò che un
ipotetico rivelatore di particelle sottoposto
a un'accelerazione costante reagirebbe
alle fluttuazioni del vuoto come se fossé
in quiete in un gas di particelle (e quindi
non nel vuoto) con una temperatura
proporzionale all'accelerazione. Un rivelatore
non accelerato non reagirebbe affatto
alle fluttuazioni.
L'idea che la temperatura e l'accelerazione
possano essere correlate in questo
modo ha condotto a una revisione del
concetto di «vuoto» e al riconoscimento
dell'esistenza di diversi tipi di vuoto. Uno
dei più semplici vuoti non tradizionali si
può creare ripetendo, in un contesto
quantomeccanico, un esperimento ideale
proposto per la prima volta da Einstein. Si
immagini un montacarichi chiuso che si
sta muovendo liberamente nel vuoto.
Uno «spirito scherzoso» si aggrappa a
esso, portandolo in uno stato di accelerazione
costante con l'estremità superiore
in avanti. Si suppone che le pareti del
montacarichi siano perfettamente conduttrici,
impermeabili alla radiazione
elettromagnetica, e che il montacarichi
stesso sia completamente vuoto, in modo
da non contenere alcuna particella. Einstein
introdusse questa descrizione immaginaria
per illustrare l'equivalenza tra
gravitazione e accelerazione, ma un riesame
mostra anche che ci si possono
aspettare numerosi effetti strettamente
quantomeccanici.
Tanto per cominciare, nell'istante in cui
inizia l'accelerazione il pavimento del
montacarichi emette un'onda elettromagnetica
che si propaga verso il soffitto e
rimbalza su e giù. (Il dimostrare perché
venga emessa l'onda richiederebbe una
dettagliata analisi matematica di un conduttore
elettrico accelerato, ma l'effetto è
analogo alla creazione dell'onda acustica
di compressione che apparirebbe se il
montacarichi fosse pieno d'aria.) Se le
pareti del montacarichi consentono temporaneamente
una certa dissipazione,
l'onda elettromagnetica viene trasformata
in fotoni con uno spettro energetico
termico, o in altre parole in una radiazione
di corpo nero caratteristica di una certa
temperatura.
Il montacarichi contiene ora un tenue
gas di fotoni. Per liberarci dai fotoni possiamo
installare un refrigeratore con un
radiatore all'esterno, con una certa spesa
di energia di fonte esterna. Il risultato
finale, quando tutti i fotoni sono stati
estratti, è un nuovo vuoto all'interno del
montacarichi, un vuoto lievemente diverso
dal vuoto standard all'esterno. In primo
luogo, infatti, un rivelatore di Unruh
che condivide l'accelerazione del montacarichi,
e che reagirebbe termicamente
alle fluttuazioni del campo se venisse posto
nel vuoto standard all'esterno, all'interno
non mostra alcuna reazione; in secondo
luogo, i due vuoti differiscono per
il contenuto di energia.
Per precisare l'energia di un vuoto, è
necessario risolvere alcuni problemi delicati
della teoria quantistica dei campi. Ho
sottolineato prima come un campo libero
equivalga a un insieme di oscillatori armonici.
Le fluttuazioni dello stato fondamentale
degli oscillatori danno al campo
nel vuoto un'energia residua, chiamata
energia di punto zero. Essendo infinito il
numero di oscillatori del campo, sembrerebbe
che debba essere infinita anche la
densità di energia del vuoto.
Una densità di energia infinita è imbarazzante
e i teorici hanno introdotto
numerosi dispositivi tecnici per esorcizzarla.
Tali dispositivi fanno parte di un
programma generale, chiamato teoria
della rinormalizzazione, per la trattazione
dei vari infiniti che compaiono nella teoria
quantistica del campi. Qualsiasi dispositivo
adottato deve essere universale,
cioè non costruito «su misura» per un
particolare problema fisico, ma tale da
adattarsi uniformemente a tutti i problemi.
Esso deve anche dar luogo a una densità
di energia che scompare nel vuoto
standard. Quest'ultimo requisito è fondamentale
per la coerenza con la teoria di
Einstein. perché il vuoto standard è l'equivalente
quantistico dello spazio-tempo
piatto e vuoto. Se in esso vi fosse energia,
esso non sarebbe piatto.
Di regola le varie impostazioni della
teoria della rinormalizzazione danno risultati
identici quando vengono applicate
allo stesso problema, il che dà garanzie
sulla loro validità. Quando vengono applicate
ai vuoti all'interno e all'esterno del
montacarichi, danno una densità di energia
nulla all'esterno e una densità di energia
negativa all'interno. Un'energia del
vuoto negativa costituisce una sorpresa.
Che cosa può voler dire meno di niente?
Un attimo di riflessione spiega però la
ragionevolezza dell'apparente valore
negativo. All'interno del montacarichi
devono essere aggiunti fotoni termici,
perché un rivelatore di Unruh all'interno
si comporti come nel vuoto standard all'esterno.
Quando si aggiungono i fotoni, la
loro energia riporta a zero l'energia totale
interna, uguale a quella del vuoto esterno.
Dobbiamo sottolineare che tali strani
effetti sarebbero difficili da osservare in
pratica. Per le accelerazioni ricorrenti nella
vita quotidiana, perfino nelle macchine
ad alta velocità, l'energia negativa è di
gran lunga troppo piccola per essere rilevata.
Esiste però un caso nel quale è stata
osservata un'energia negativa del vuoto,
almeno indirettamente: in un effetto previsto
nel 1948 da H. B. G. Casimir dei
Laboratori di ricerca Philips in Olanda.
Nell'effetto Casimir vengono affacciate
12 13La topologia fluttuante, che è un aspetto dello 

spazio-tempo in alcuni tentativi diretti a formulare
una teoria della gravità quantistica, solleva serie difficoltà 

concettuali. Qui sono mostrate due rappresentazioni
di un cunicolo che è appena stato strizzato, lasciando due 

«increspature». Se un tale
evento può aver luogo, dovrebbe essere possibile anche il 

processo inverso; in altri termini, le increspature
dovrebbero essere in grado di fondersi per formare un nuovo 

cunicolo. Il processo inverso
sembra possibile quando le increspature appaiono abbastanza 

vicine, ma non quando sono molto
lontane. I concetti di «vicino» e «lontano» però dipendono dal 

vedere la superficie immersa in uno
spazio con un maggior numero di dimensioni. Per un 

osservatore che si trovi nello spazio bidimensionale
della superficie, gli oggetti rappresentati dai due disegni 

apparirebbero indistinguibili.
In linea di principio regioni lontane dell'universo potrebbero 

essere
connesse da un cunicolo, facendo pensare alla possibilità di 

stabilire
tra esse comunicazioni più veloci della luce; in realtà tale 

schema non
può essere valido. Nel cunicolo in alto a sinistra la distanza tra 

le
aperture nel «mondo esterno» è paragonabile alla distanza 

lungo il
«passaggio». Nel cunicolo in basso a sinistra la distanza 

esterna è
molto maggiore. Nei disegni in basso lo spazio rappresentato 

dal piano
appare curvo, ma ciò è solo dovuto al fatto che viene visto dalla
prospettiva di uno spazio con un maggior numero di 

dimensioni; per
un osservatore che vive nel piano esso apparirebbe quasi 

piatto. Che
il passaggio sia o no una scorciatoia, è impossibile 

attraversarlo, dato
che un cunicolo collega immancabilmente due buchi neri. Il 

passaggio
«si strozza», come si vede a destra, e qualunque cosa entri 

viene
schiacciata a una densità infinita prima di raggiungere il lato 

opposto.
vicinissime nel vuoto due lastre metalliche
microscopicamente piane, pulite,
parallele e scariche e si vede che si attirano
debolmente a vicenda con una forza
che si può attribuire a una densità di energia
negativa nel vuoto che sta tra di esse.
I I vuoto diventa ancor più complesso
1- quando lo spazio-tempo è curvo. La
curvatura influenza la distribuzione spaziale
delle fluttuazioni del campo quantistico
e, come l'accelerazione, può indurre
un'energia del vuoto non nulla. Dal
momento che la curvatura può variare da
luogo a luogo, può variare anche l'energia
del vuoto, mantenendosi positiva in alcuni
luoghi e negativa in altri.
In qualsiasi teoria coerente, l'energia si
deve conservare. Supponiamo per il
momento che un aumento di curvatura
provochi un aumento dell'energia del
vuoto quantistico. Tale aumento deve
venire da qualche parte e, quindi, la stessa
esistenza delle fluttuazioni del campo
quantistico implica che sia necessaria
energia per curvare lo spazio-tempo. Ne
consegue che lo spazio-tempo si oppone
alla curvatura. È proprio come nella teoria
di Einstein.
Nel 1967 il fisico Andrei Sakharov ipotizzò
che la gravitazione potesse essere un
fenomeno puramente quantistico derivante
dall'energia del vuoto e che la costante
di Newton G o, in modo equivalente,
la rigidità dello spazio-tempo, fosse
calcolabile dai principi fondamentali.
Quest'idea incontra molte difficoltà. In
primo luogo, richiede che la gravità venga
sostituita, come campo fondamentale, da
qualche «campo di gauge di grande unificazione
» suggerito dalle particelle elementari
note. Si deve introdurre a questo
punto una massa fondamentale per poter
....................


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permalink | inviato da gpdimonderose il 21/4/2012 alle 15:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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